E' normale che esista la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio.
Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.
Quella che presentiamo qui di seguito è la ricostruzione cronologica più fedele e meticolosa che mai sia stata fatta di tutte le fasi salienti della cosiddetta “trattativa”…
Riportiamo di seguito il messaggio di saluto che il dott. Giovanbattista Tona, Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Caltanissetta, ha…
Tre verbali a conferma di quanto accaduto a Piazzale Clodio. "Motivi di opportunità politica". Così la procura di Roma si spaccò
ROMA - Agli appalti truccati del G8 della Maddalena, al nocciolo duro della "cricca" - Angelo Balducci, Mauro Della Giovampaola, Diego Anemone - i carabinieri del Noe e il sostituto procuratore della Repubblica di Roma Assunta Cocomello erano arrivati per tempo, nell'autunno del 2008. Ma l'indagine - come ricostruito da "Repubblica" il 26 febbraio scorso - venne addormentata dal procuratore capo Giovanni Ferrara e dal suo aggiunto Achille Toro per ragioni di "prudenza" e "opportunità politica". Ebbene, ora, a confermare e documentare quanto accaduto negli uffici di piazzale Clodio sono tre verbali di testimonianza raccolti il 16 febbraio scorso dai magistrati di Perugia e depositati al Tribunale del Riesame. A parlare sono il capitano Pasquale Starace e il tenente Francesco Ceccaroni del Noe, il sostituto procuratore di Roma Assunta Cocomello. Ecco il loro racconto.
Massimo Ciancimino racconta, quasi vent’anni dopo, i rapporti del padre con pezzi di Stato negli anni delle stragi mafiose
“L’anomalia di Palermo, oggi, sono io, uno che parla”. Massimo Ciancimino, un ragazzone che nasconde con difficoltà i suoi 47 anni, scuote da diverso tempo i piani alti dei palazzi del potere. A Palermo come a Roma. E che ha visto da vicino le gesta di papà, Don Vito. Plenipotenziario della Democrazia cristiana a Palermo. Punto di riferimento, secondo quella che è ormai una verità storica e giudiziaria, per la mafia del capoluogo che ingaggiò, perdendola, una guerra, che non voleva, contro i sanguinari ed avidi “viddani” capeggiati da Totò Riina. Fu Vito Ciancimino, il sindaco del “sacco” edilizio di Palermo, a caricarsi sul groppone il peso di una trattativa aperta proprio col fronte stragista di Cosa Nostra per conto di uno Stato che tra il 1992 ed il 1993 non riusciva a stare a galla, né a recuperare credibilità nei cittadini. Provenzano sarebbe stato l’interlocutore privilegiato. Il personaggio più ragionevole e meno sfrontato di Totò Riina che nel “papello”, fatto recapitare – proprio tramite Don Vito – a vertici investigativi del Ros dei Carabinieri che a loro volta informavano i piani alti del Viminale e di Via Arenula.
Un discusso agente segreto, con un piede nello Stato e uno nelle cosche, e un dipendente regionale vicino a Ciancimino
Le “facce da mostro” che giravano in Sicilia negli anni delle stragi erano due: un discusso agente segreto, con un piede nello Stato e l’altro nelle cosche, e un dipendente regionale vicino all’ex sindaco Ciancimino, che suo figlio Massimo avrebbe già identificato. Entrambi sarebbero morti: il primo nel 2004, il secondo due anni prima. Due ombre, tanti sospetti e solo poche certezze, in quanto solo uno di loro, il dipendente regionale, è stato recentemente identificato, attraverso una foto. A dare un nome a quel volto, con quella vistosa cicatrice sulla guancia destra, è stato, per l’appunto, Massimo Ciancimino, il figlio del boss don Vito, quello del “papello” e della trattativa tra Stato e mafia. Due volti sfigurati, inguardabili e indimenticabili, rimasti impressi nella memoria di decine di testimoni e di cui – a distanza di vent’anni da quella stagione di sangue – si sa davvero ancora poco.
«La nostra gente deve ridiventare protagonista», dice Morosini di Locri. «Forse bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa troppo timida».
Scuoterà la Chiesa il documento della Cei sul Mezzogiorno? E scuoterà il Paese? Tre vescovi in prima linea ne discutono con passione e sperano che non faccia la fine di quello di vent’anni fa, che ha occupato gli scaffali delle biblioteche. Lo dice monsignor Domenico Mogavero (nella foto, ndr), vescovo di Mazara del Vallo: «Se dopo Pasqua nessuno ne parlerà più, avremo fallito».
Il testo è assai severo e lancia allarmi. Mette in fila questioni di importanza capitale per l’intero Paese e non solo per il Sud. Eppure, è qui che le preoccupazioni sono più elevate. Osserva monsignor Giuseppe Morosini, vescovo di Locri in Calabria: «Non abbiamo bisogno di solidarietà gratuita né da parte dello Stato, né delle Regioni, né delle altre diocesi. Questo documento servirà se ognuno farà la propria parte».
Camminare a L'Aquila e' stato come calpestare il suolo di una terra che grida rabbia. Ascoltare inerme il pianto spezzato di una mamma che regge un cartellone con il ritratto della figlia morta non e' un'emozione narrabile. I sentimenti invadono il corpo, i brividi scivolano, corrono e penetrano luoghi nascosti, luoghi che non siamo piu' abituati a vedere, luoghi che spesso non vogliamo visitare perche' ci fanno provare emozioni, dolore, ci mostrano verita' che non abbiamo il coraggio di affrontare. In momenti come questi nulla puo' esprimere cio' che lo sguardo di quella donna imprime nell'anima. Una citta' senza cittadini. Una citta' che e' stata privata della vita, del calore, dei sentimenti che solo gli esseri umani sono in grado di portare alle mura sterili delle nostre costruzioni. Ricostruire L'Aquila vuol dire riportare gli aquilani nelle loro case di sempre, vuol dire riprendersi le chiavi che aprono i portoni di quelle case. Case e persone che insieme sono l'identita' e la storia di una citta' italiana. Ogni mattone caduto a terra, ogni crepa di ogni palazzo richiama l' occhio e la riflessione. Le macerie sono la testimonianza dell'immane ingiustizia che si e' compiuta e che continua indisturbata a colpire le sue vittime, a provocare altro dolore, ancora sofferenza ed umiliazione.