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Genchi e la condanna di Salvatore Bagliesi (sentenza d´appello) PDF Stampa E-mail
Editoriali - Sentenze
Scritto da Monica Centofante   
Sabato 25 Aprile 2009 21:14
Con l´alibi delle arance

La aveva quasi fatta franca, ma grazie alle perizie del super esperto informatico Gioacchino Genchi lo scorso 9 dicembre è stato condannato alla pena dell’ergastolo.
Una storia a lieto fine – per la Giustizia - che vede come protagonista Salvatore Bagliesi, appartenente alla famiglia mafiosa di Partinico. Accusato di aver partecipato al duplice omicidio di Francesco Paolo Alduino e Roberto Rossello, ma assolto dalla Terza Sezione della Corte di Assise di Palermo in primo grado.
Quel giorno, erano riusciti a dimostrare i suoi avvocati, Bagliesi non poteva essere sul luogo del delitto, avvenuto intorno alle 6.45 del mattino del 10 aprile 1999. Perché in quel frangente stava scaricando arance – come in precedenza aveva fatto altre volte - al locale mercato ortofrutticolo.


Lì si era trattenuto fino alle 7.00 – 7.30, quando aveva fatto rientro al suo magazzino per caricare le cassette vuote su un altro camion, in previsione di un ulteriore carico di frutta che intendeva fare quella stessa mattina a Ribera.
Ad aiutarlo, Massimiliano Suriano, testimone della difesa, che il 9 maggio del 2007 ha confermato quella versione giurando di essersi accompagnato al Bagliesi sin dalle 5:00 – 5:30 del mattino di quel fatidico 10 aprile.
Una tesi, annotava il Dott. Giancarlo Trizzino nelle motivazioni della sentenza, supportata dalle dichiarazioni del consulente tecnico della difesa Ing. Carvelaro e dall’incongruenza delle dichiarazioni di Michele Seidita, collaboratore di giustizia, che di quell’omicidio si era autoaccusato e che nei confronti del Bagliesi era colpevole di quella che viene definita “progressione accusatoria”. Meglio detto: dichiarazione dopo dichiarazione, il pentito aveva aumentato sempre più le responsabilità dell’imputato nelle fasi di attuazione del delitto.
Con il risultato che la Corte aveva ritenuto poco affidabili le sue rivelazioni decidendo così per un’assoluzione con formula piena per l’indagato.

Insomma, tutto per Bagliesi sembrava filare liscio, fino a che la Corte d’Appello presieduta da Innocenzo La Mantia non ha meglio analizzato le perizie del consulente dell’accusa Gioacchino Genchi. Rovesciando le carte in tavola. E scoprendo che Bagliesi era stato in realtà una pedina fondamentale, sia nelle fasi di attuazione che in quelle di ideazione del delitto.
Sorpresa? Niente affatto. In realtà è accaduto decine di volte, come vedremo nel corso di questa rubrica, che le consulenze del Dott. Genchi si siano rivelate fondamentali per il raggiungimento della verità processuale.
E se andiamo con ordine, nel caso specifico vedremo come e perché.

Il 10 aprile del 1999, intorno alle ore 6:45 del mattino, un sicario con il volto coperto da un passamontagna entra in un panificio di via del Contadino, a Partinico, in provincia di Palermo e uccide a sangue freddo il titolare, Francesco Paolo Alduino. Nel corso della sparatoria rimane ferito Roberto Rossello, dipendente, che morirà in ospedale poco meno di due settimane più tardi.
Le modalità dell’omicidio fanno subito pensare a un delitto di matrice mafiosa, tanto più che la vittima figurava tra gli imputati del cosiddetto primo maxi processo a Cosa Nostra.
Le prime indagini, però, non approdano ad alcun risultato. E ciò nonostante la collaborazione di Filippo Rossello, fratello di Roberto, e di Tommaso Cilluffo, appartenenti al clan mafioso capeggiato proprio dall’Alduino.
Il procedimento viene dunque archiviato, ma dalle dichiarazioni di questi ultimi inizia comunque ad emergere l’interessante spaccato della situazione interna al mandamento mafioso di Partinico. Diviso da una serie di contrasti insorti in seguito all’arresto dei Vitale, principali esponenti della famiglia dominante sul territorio, confermati anche dalla sorella dei boss, Giusy Vitale, divenuta reggente della stessa famiglia. E dal 2005, anche lei, collaboratore di giustizia.

L’uscita di scena dei capi del mandamento di Partinico, è la ricostruzione operata dagli inquirenti, aveva creato uno stato di fibrillazione e determinato la formazione di due gruppi contrapposti: da una parte gli eredi degli stessi Vitale, tra cui Seidita e Bagliesi, dall’altra una formazione emergente, determinata a svolgere sul territorio autonoma attività mafiosa, soprattutto nel settore delle estorsioni e dei lavori pubblici. E’ a questa seconda fazione che appartengono Rossello e Cilluffo, che qualche mese prima dell’omicidio avevano eseguito, su incarico dell’Alduino, un attentato ai danni dello stesso Seidita.

Nel 2002, quando il Seidita inizia a sua volta a collaborare con la Giustizia, quelli che prima erano solo dei sospetti iniziano ad assumere maggiore consistenza: l’omicidio dell’Alduino, spiega infatti il neo-pentito, era stato commesso proprio per ritorsione a quell’attentato. E a partecipare all’azione delittuosa, oltre a lui, vi erano il cognato Salvatore Pezzino (nel ruolo di co-organizzatore e di autista dell’auto del killer, ossia lo stesso Seidita), Antonino Lo Biundo (incaricato di rubare l’auto da utilizzare per compiere il delitto) e il Bagliesi, che avrebbe effettuato il pedinamento dell’Alduino e segnalato i movimenti della vittima predestinata la mattina dell’omicidio.

Anche Francesco Paolo Di Giuseppe viene coinvolto nelle fasi preparatorie dell’azione delittuosa, salvo poi defilarsi all’ultimo momento.
Il piano d’attacco, spiega il pentito, era semplice: Di Giuseppe, Michele Vitale e Bagliesi avrebbero inizialmente dovuto pedinare la vittima al fine di individuare il momento e il luogo più adatti per la buona riuscita del progetto delittuoso: identificati nella mattina presto all’interno del suo panificio.
All’alba del 10 aprile 1999 Bagliesi si sarebbe quindi appostato sotto l’abitazione dell’Alduino e avrebbe atteso che la vittima uscisse di casa per recarsi al lavoro. Nel frattempo il Pezzino, accompagnato da Antonio Lo Biundo, avrebbe raggiunto Seidita, all’interno del magazzino di quest’ultimo, situato proprio lungo il tragitto che l’Alduino avrebbe dovuto percorrere per recarsi al panificio. Quando la vittima fosse uscita di casa il Bagliesi la avrebbe poi dovuta seguire con la macchina per segnalarne il passaggio in corrispondenza dello stesso magazzino del Seidita suonando il clacson della propria auto. Così che i complici, appostati all’interno dello stesso magazzino, si sarebbero mossi in direzione del luogo del programmato omicidio.
Dopo l’agguato mortale Seidita e Pezzino si sarebbero dovuti recati in Contrada Paterna, nei pressi del complesso turistico “Città del Mare”, il luogo predeterminato per l’abbandono e l’incendio dell’auto utilizzata per il delitto. E lì, ad attenderli, ci sarebbe stato Antonio Lo Biundo.

Tale versione, almeno per quanto concerne la posizione Bagliesi, non è però condivisa dai giudici di primo grado che, come abbiamo visto, ritengono provato che la mattina dell’omicidio l’imputato si trovasse al vicino mercato ortofrutticolo a scaricare arance. Assolvendolo, così, “per non aver commesso il fatto”.

E’ proprio qui che entra in gioco Gioacchino Genchi. Che grazie alle sue consulenze - e per il medesimo duplice omicidio - aveva già fatto condannare all’ergastolo il Salvatore Pezzino.
E che attraverso l’acquisizione e l’analisi dei tabulati telefonici racconta un’altra storia.

E’ il 7 aprile del 1999 quando la signora Rosa Bozzo denuncia il furto della sua Fiat Uno, la stessa che verrà poi utilizzata per l’agguato a Francesco Paolo Alduino e Roberto Rossello.
Il furto, come spiega Michele Seidita, viene commesso da Antonio Lo Biundo  e avviene tra le 21.30 e le 22.15.
Alle 21.56 l’imputato Bagliesi chiama, per 17 secondi, il cellulare del Lo Biundo e pochi minuti dopo, “quando l’asportazione dell’auto era già sicuramente avvenuta”, viene richiamato dallo stesso numero.
Coincidenza?

Il giorno successivo, alle ore 09:50:45 lo stesso cellulare utilizzato dal Bagliesi chiama l’abitazione dei Lo Biundo e conversa per altri 16 secondi.
“Contatti telefonici”, rileva il consulente, “tutti di brevissima durata, funzionali solo allo scambio di telegrafici cenni d’intesa e verosimili incontri”.
E che proseguono anche nel pomeriggio quando alle 14.34.36 Salvatore Bagliesi chiama con il telefono della sua abitazione di Partinico il cellulare di Francesco Paolo Di Giuseppe, il quale si trova nella stessa località. La chiamata dura 48 secondi e si inquadra, si legge nella relazione del Dott. Genchi, "proprio nei contatti telefonici che hanno preceduto l’organizzazione dell’omicidio e che si sommano a quelli mantenuti dal Pezzino con il cellulare di Antonio Lo Biundo”. L’ora del contatto telefonico, conferma inoltre il pentito Seidita, è in effetti concomitante con una riunione programmata per discutere le fasi preparatorie del delitto. E alla quale avrebbero partecipato, insieme a lui, Pezzino, Bagliesi, Di Giuseppe e Vitale.
Il 9 aprile, mentre erano in corso gli ultimi preparativi per l’azione delittuosa del giorno successivo,  Salvatore Bagliesi richiama il cellulare di Antonio Lo Biundo e vi conversa per altri 26 secondi.

Ma è il 10 aprile, giorno dell’omicidio, che Gioacchino Genchi registra il più interessante incrocio di telefonate del procedimento. Che inizia alle ore 5:28 del mattino quando Giuseppe Lo Biundo telefona a Pezzino ad un orario, a giudicare dalle abitudini dei due (per come emerge dai tabulati) decisamente insolito.
Grazie ad un sistema di localizzazione delle utenze il consulente individua il posizionamento dei due cellulari: entrambi, dimostra, impegnano la cella nella quale ricade la casa dello stesso Pezzino. Oltre a quella dell’Alduino.
La conversazione dura 1 secondo. A rigor di logica, giusto il tempo, per il Lo Biundo, di avvisare il Pezzino di essere giunto sotto casa per prelevarlo e accompagnarlo sino al magazzino del Seidita.

Alle 5.32.34 Giuseppe Lo Biundo riceve una telefonata dal Bagliesi. Anche lui si trova nella stessa zona, verosimilmente davanti all’abitazione della vittima.
Una presenza perfettamente compatibile con la ricostruzione precedentemente fornita dal collaboratore di giustizia.
Alle 5.46.16 è Lo Biundo a richiamare Bagliesi. Il secondo è ancora nei pressi dell’abitazione dell’Alduino, il primo ha invece raggiunto la zona del magazzino di Seidita dove, secondo i piani, avrebbe dovuto lasciare Pezzino.
Alle 6.20 la vittima esce di casa.
Alle 6.40.15 Antonino Lo Biundo chiama Pezzino (mentre è in corso l’azione omicidiaria all’interno del panificio), alle 6.41.23 viene chiamato dal fratello Giuseppe Lo Biundo (durata  4 secondi), che lo richiama alle 6.43.51 (durata 7 secondi). Pezzino e Giuseppe Lo Biundo si trovano nel medesimo luogo.
Poche ore dopo l’omicidio, alle ore 18.20.46 – con lo stesso cellulare utilizzato all’alba – Salvatore Bagliesi chiama Francesco Paolo Di Giuseppe e, subito dopo, Gaspare Di Dia. Entrambe le conversazioni durano 12 secondi. Il tempo necessario per una convocazione nel corso della quale, con tutta probabilità, Di Giuseppe avrebbe dovuto spiegare il motivo della sua mancata partecipazione all’omicidio.

Se questo non bastasse, nella relazione consegnata al pubblico ministero Genchi sottolinea ancora:
- dal 1993 al 2006 tra Michele Suriano e Salvatore Bagliesi - che secondo i giudici di primo grado intrattenevano rapporti commerciali per la vendita delle arance - non vi è mai stato alcun contatto telefonico e non è stata rinvenuto alcun tipo di documentazione fiscale. Possibile?
- l’ultima trasferta del Bagliesi a Ribera, dove in teoria andava a rifornirsi per il mercato ortofrutticolo, risaliva al 18 marzo del 1999;
- nei giorni precedenti al sabato 9 aprile, non vi era traccia di spostamenti del Bagliesi in quella località mentre risultava “documentata ed in modo circostanziato la sua presenza a Partinico … con contatti telefonici altamente indicativi ed in tal senso compromettenti”.

Per quanto concerne invece la chiamata del Bagliesi al Lo Biundo, registrata nelle prime ore del mattino del 10 aprile, decisamente improbabile risultava essere la versione dell’imputato, che ha dichiarato di aver contattato il compare per farsi dare una mano.
In primo luogo, sottolinea Genchi, l’interno buncherizzato e in cemento armato del mercato ortofrutticolo nel quale si sarebbe trovato Bagliesi non avrebbe permesso l’instaurarsi di una qualche valida comunicazione con un cellulare con una Sim Gsm della Omnitel (in uso a Lo Biundo). Per quelle che erano le condizioni della rete Omnitel dell’epoca.
E in secondo luogo la durata di quella conversazione (12 secondi) “non è compatibile con una discussione non preceduta da pregressi accordi (una inaspettata nuova richiesta di collaborazione lavorativa avrebbe richiesto certamente più tempo per la sua esplicazione), né in relazione alla successiva chiamata a sua volta fatta, dopo circa un quarto d’ora, dal Lo Biundo, il quale, inevitabilmente, già nella prima telefonata avrebbe dovuto declinare la proposta lavorativa in quanto già impegnato con il Pezzino”.

Basta tutto questo per far crollare l’alibi delle arance?
La Corte d’Appello, ovviamente, ha ritenuto di sì e per questo ha riformato la sentenza di primo grado condannando all’ergastolo l’imputato Bagliesi.
Mentre nelle motivazioni della sentenza ha tenuto a sottolineare il lavoro impeccabile del super esperto informatico. Raffrontandolo anche con quello dell’Ing. Carlevare, in merito alle cui consulenze, si legge, “non può non rilevarsi come le stesse siano sicuramente inidonee a superare ed inficiare quelle, ben più approfondite e motivate, del consulente Dott. Genchi”.
La notizia della revisione della sentenza, neanche a dirlo, è passata in sordina, soffocata dalle polemiche, dalle infondate accuse, dai numeri gonfiati, dalle tante parole insensate che in questi mesi hanno riempito le bocche e i giornali. E alle quali, ancora una volta, il consulente delle procure ha risposto con i fatti.


Monica Centofante (www.antimafiaduemila.it)


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sentenza_bagliesi_appello_9-12-08.doc[ ]26/04/2009 10:36

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