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Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Giorgio Bongiovanni - Anna Petrozzi - Dora Quaranta   
Giovedì 13 Marzo 2008 10:16

La traccia dell’agenda rossa e un’altra inchiesta alla ricerca dei mandanti occulti delle stragi

di Giorgio Bongiovanni e Anna Petrozzi


Revisione dei processi, eliminazione dell’ergastolo, benefici carcerari, provvedimenti contro i pentiti, abolizione delle leggi sulla confisca dei beni…in due parole: garanzia di sopravvivenza e quindi un nuovo dialogo con lo Stato.
Per queste ragioni Cosa Nostra, nel bienno ’92-’93, decise di ricorrere al tritolo. Prima uccidendo, in un unico atroce elenco, nemici e traditori, e poi attaccando direttamente le istituzioni pur di ottenere ciò che le consente di proliferare nei secoli: potere e denaro. Quindici anni di sentenze e di processi ci hanno spiegato che la Commissione mafiosa presieduta da Riina e Provenzano decifrò il verdetto della Cassazione del 30 gennaio 1992, che li condannava per sempre all’ergastolo, come la definitiva conferma che i vecchi referenti erano saltati ed era quindi necessario e impellente trovarne di nuovi.

Non prima di aver regolato i conti, però. A dare inizio alle tragiche danze l’assassinio di Salvo Lima, il 12 marzo. Il democristiano stava uscendo dalla sua casa di Mondello quando una raffica di proiettili lo freddò sul marciapiede. Il lenzuolo bianco adagiato sul suo corpo inerme era un eloquente epitaffio con impresse invisibili ma assai evidenti le stesse parole che il politico pronunciò davanti al cadavere di Pier Santi Mattarella: “quando si fanno dei patti, bisogna rispettarli”. Per mesi Cosa Nostra aveva sollecitato il suo rispettabile interlocutore ad interessarsi perché il mastodontico lavoro del pool di Falcone e Borsellino non si chiudesse in gloria con la conferma della Cassazione. Da un po’ di tempo però gli ordini dall’alto avevano imboccato una strada diversa. Falcone era da un annetto al Ministero e in tutta probabilità si era pensato di sfruttare il suo geniale lavoro per “rifarsi una verginità”, illudendosi anche di poter tagliare fuori dai giochi Cosa Nostra una volta per sempre. Andreotti per esempio che, come dice la sentenza di Cassazione a suo carico, fino agli anni Ottanta ebbe rapporti con i capi mafia, aveva forse visto nel giudice l’occasione che aspettava per rivalersi della prepotenza di Bontade e del triumvirato che, così come aveva minacciato, fece uccidere il presidente Mattarella poiché questi stava mettendo in discussione l’egemonia mafiosa su appalti e affari nella regione.
L’omicidio Lima, ci dicono gli atti giudiziari, era un messaggio diretto all’allora presidente del Consiglio che aspirava in quel frangente alla presidenza della Repubblica, obiettivo che quel delitto, a conti fatti, non gli consentì di conseguire.
Il nemico numero uno da eliminare invece era senza alcun dubbio Giovanni Falcone. Per il suo incredibile intuito, la tenacia, l’abnegazione, per il grande consenso di cui godeva all’estero, negli Stati Uniti, dove, grazie alla collaborazione con Rudolph Giuliani, e con la Dea erano stati assestati colpi tremendi alla Cosa nostra italo-americana, e, naturalmente, per il maxi processo.
Se l’intento era dichiarare guerra allo Stato non potevano farlo in modo migliore: attaccando il suo elemento più rappresentativo. Non sono casuali la scelta del luogo: la Sicilia, visto che ucciderlo a Roma sarebbe stato anche più facile, e le modalità spettacolari con cui venne fatta saltare in aria l’autostrada che porta a Palermo, all’altezza dello svincolo di Capaci. Una dimostrazione di potenza, un atto eversivo che contiene in se l’immediata certezza che quella morte non era stata pianificata solo da Cosa Nostra. Il giudice stesso aveva intravisto, commentando il fallito attentato all’Addaura, al quale scampò, lo zampino di “menti raffinatissime” ed era sicuro fosse avvenuta quella “saldatura di interessi” che porterà alla sua morte, a quella di sua moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti, uomini dello Stato, che avevano l’incarico di proteggerlo: Rocco Di Cillo, Vincenzo Montinaro e Vito Schifani.
Non solo Cosa Nostra, quindi. La stessa convinzione che il giudice Borsellino aveva confidato alla moglie Agnese: “Forse saranno i mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.


L’agenda scomparsa

 
Ho capito tutto”, andava ripetendo negli ultimi giorni di vita Paolo Borsellino. Aveva capito chi c’era e cosa si muoveva dietro e a fianco di Cosa Nostra, sapeva anche, dalle testimonianze dei collaboratori di giustizia, tra cui quella di Gaspare Mutolo, che vi erano uomini delle Isituzioni infedeli e che le indagini sulla morte del suo amico lo avrebbero portato anche fuori dalla Sicilia dove Cosa Nostra aveva i suoi complici occulti.
Tutto ciò che aveva compreso e intuito e che intendeva riferire all’autorità giudiziaria, lo aveva minuziosamente annotato nella sua agenda personale. Un’agenda rossa, spiegano la moglie e i suoi collaboratori più stretti, da cui non si separava mai. L’aveva con sé mentre si trovava a Salerno; lo dice il tenente Carmelo Canale che divideva la stanza d’albergo con lui. Racconta di essersi svegliato molto presto e di aver trovato il giudice già intento ad appuntare dati e pensieri.
Cosa fa?” gli aveva chiesto scherzando “vuol fare il pentito pure lei?”…
Carmelo”, gli aveva  risposto gelido, “per me è finito il tempo di parlare. Sono successi troppi fatti in questi mesi, anche io ho le mie cose da scrivere. E qua dentro ce ne è anche per lei”.
E l’aveva con sé anche quell’ultima mattina, domenica 19 luglio 1992, nella sua casa di Villagrazia. La moglie ne è certa, l’aveva visto riporla nella valigetta assieme alle altre carte e al suo costume da bagno ancora umido.
Ma nell’inferno di via D’Amelio, tra fumo, fiamme, case sventrate e brandelli di resti umani, l’agenda non c’era più. La borsa da lavoro del giudice era ancora appoggiata sul sedile posteriore dove l’aveva lasciata prima di scendere e citofonare alla madre che, quel giorno, avrebbe dovuto portare dal cardiologo. Era leggermente annerita, aperta e conteneva tutto, anche il costume, ma l’agenda rossa del giudice no. Sparita.
Un mistero rimasto intatto e inesplorato, almeno fino a non molto tempo fa quando dallo studio di un fotografo, Franco Lannino, spunta un’immagine a colori che ritrae un uomo con in mano la borsa del giudice.
Da allora sono ripartite nuove indagini già messe in crisi tra dichiarazioni contraddittore e quelli che sembrano essere veri e propri tentativi di depistaggio.
L’agente individuato nella foto è l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli che rispondendo agli inquirenti ha riferito, in un primo momento, di non averla mai aperta e di averla consegnata a due magistrati: il dottor Teresi, oggi sostituto procuratore generale e a Giuseppe Ayala, oggi parlamentare. Il primo ha negato decisamente l’accaduto ritenendolo alquanto strano visto che conosceva bene Arcangioli, il secondo invece, giunto quasi immediatamente sul posto, (abitava infatti a 500 metri), ricorda di averla notata lui stesso, la cartella di cuoio, e di averla “materialmente presa o indicata e comunque affidata ad un carabiniere in divisa”.
Versioni diverse ognuna delle quali rimasta intatta, tranne per Arcangioli che ha rincarato sostenendo di aver aperto la borsa insieme ad Ayala e di aver constatato assieme che l’agenda non c’era. Una versione che il politico ha smentito con forza durante un confronto abbastanza acceso con l’ufficiale. A confermare la sua ricostruzione dei fatti il giornalista Felice Cavallaio: “Ayala la affidò a un esponente delle forze dell’ordine in borghese e ad un ufficiale dei carabinieri in divisa senza aprirla, io non ne seppi più nulla”.
Dov’è questa agenda? Esisterà ancora o sarà stata distrutta? E se è nelle mani di qualcuno, è strumento di ricatto?
Lo stesso potrebbe dirsi per i diari di Falcone, anch’essi inghiottiti nel nulla come probabilmente alcuni dei file trafugati dalle sue agende elettoniche e dai computer.
Cosa cercavano e chi?
Si parla sempre in questi casi di servizi segreti, o servizi deviati che dir si voglia, misteriose figure agli ordini di ancor più ignoti che agiscono per far sparire, depistare, ingannare. Tracce oscure sono più che evidenti anche nella fase esecutiva della strage di via D’Amelio, della quale, per assurdo, sono note quasi tutte le dinamiche tranne chi premette quel pulsante e da dove. Il lavoro estenuante degli inquirenti, scrivono i giudici a conclusione del processo stralcio chiamato Borsellino bis, sembra essersi scontrato contro un altro ennesimo muro di gomma, un’insormontabile barriera oltre la quale sembra non sia possibile andare.
Presenze esterne a Cosa Nostra, mandanti convergenti con i mafiosi di cui abbiamo solo qualche indizio.
Anni di indagini che hanno coinvolto anche personaggi di primo piano dello scenario politico come Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.
Una pista, come altre, finita nell’oblio dell’archiviazione nonostante siano stati riconosciuti “ripetuti e non casuali contatti” tra Fininvest e Cosa Nostra.
Sono rimaste aperte a tutt’oggi questa inchiesta legata all’agenda rossa (cui è dedicato l’ottimo libro di Peppino Lo Bianco e Sandra Rizzo dal titolo omonimo di cui pubblichiamo a seguire alcuni passaggi) e uno stralcio di indagine che da Palermo è passato, proprio in questi giorni, a Caltanissetta.


Bombe eversive


Non si potrà comunque giungere ad alcuna verità sulle stragi palermitane se non le si guarda anche alla luce delle cosiddette “bombe in continente”, gli attentati cioè avvenuti nella primavera-estate dell’anno successivo: il 1993.
La furia omicida di Cosa Nostra cerca dapprima di rispettare il suo elenco di morte attentando alla vita del questore Germanà a Trapani, del giornalista Maurizio Costanzo e del giudice Piero Grasso a Roma, ma poi si concentra su obiettivi diversi che hanno, di conseguenza, finalità diverse.
Cosa nostra ad un tratto comprende che forse sarebbe più vantaggioso colpire lo Stato nel suo patrimonio, in una delle sue risorse più importanti: il turismo.
Il 27 maggio si colpisce a Firenze. In via dei Georgofili, proprio di fronte al museo degli Uffizi. Due mesi dopo, nella notte del 27 luglio, a Milano, in via dei Giardini.
Quasi contemporaneamente, a distanza di poche ore, a Roma, altre due bombe: una distruggerà il porticato di San Giorgio al Velabro, l’altra danneggerà la celebre basilica di San Giovanni in Laterano.
Non basta. Il programma di guerra prevedeva, tra le altre cose, anche di abbattere la torre di Pisa e di cospargere le spiagge romagnole di siringhe infette. Un piano che, se portato a temine, avrebbe determinato un vero e proprio collasso per la nostra economia.
Le vittime innocenti? Danno collaterale. Così chiamano i civili caduti durante i bombardamenti i signori della guerra. Guerra sì, perché di questo si trattò.
A Milano e Firenze in via dei Georgofili i danni collaterali avevano un nome e un cognome: Fabrizio Nencioni di 30 anni e la sua famiglia, la moglie Angela di 36 anni e le figlie Nadia 9 anni e Caterina di appena 50 giorni, Davide Capolicchio 22 anni e altri 48 feriti, il vigile urbano Alessandro Ferrari, i vigili del fuoco Stefano Piperno, Sergio Passotto, Carlo La Catena e un cittadino marocchino Driss Moussafir trovato agonizzante nei giardini pubblici davanti alla villa reale, dall’altra parte della strada e altri sei feriti.
Ma cosa spinge i mafiosi a scatenare una tale offensiva e da dove viene questa idea dei monumenti?
Giovanni Brusca, il primo dei grandi collaboratori di giustizia a riferire delle stragi, racconta di essere stato in contatto con un tale Bellini tramite Nino Gioè uomo d’onore a lui sottoposto che lo aveva conosciuto durante un periodo di detenzione.
Un giorno questo misterioso soggetto, collegato sempre in modo molto fumoso, ad altrettanto fumosi servizi deviati, spiega al Gioè:
“Se tu vai a eliminare una persona, se ne leva una e ne metti un’altra. Se tu vai a eliminare un’opera d’arte, un fatto storico, non è che lo puoi andare a ricostruire, quindi lo Stato ci sta molto attento, quindi l’interesse è molto piú che per la persona fisica”.
E lo stesso tipo di proposta rivolge anche al Maresciallo Tempesta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dell’Arma dei Carabinieri con il quale aveva una sorta di accordo per recuperare opere d’arte trafugate. Sfruttando il suo contatto con Gioè, il Bellini, che mercanteggiava la sua posizione giudiziaria, disse di essere in grado di reperire oggetti di ancor maggior valore, grazie alle sue entrature in Cosa Nostra e che in cambio portava la richiesta da parte di uomini d’onore di concedere benefici carcerari a boss detenuti del calibro di Bernardo Brusca.
Una richiesta considerata troppo eccessiva dalle istituzioni così come quelle avanzate da Riina nel famoso papello che riguardavano tutte quelle modifiche di tipo legislativo che servivano a Cosa Nostra per ritornare a coabitare pacificamente con lo Stato.
A distanza di quattro anni dalle stragi, nel 1997, veniamo a scoprire, durante un interrogatorio, che due uomini delle Istituzioni, l’allora colonnello dei carabinieri Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno stavano dialogando con i mafiosi, attraverso l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Volevano la testa di Riina e degli altri capi; in cambio erano disposti a cedere solo un trattamento di favore ai familiari. In un primo momento il vecchio sindaco non accetta di fare da intermediario considerando la proposta troppo pericolosa ma poi si fa consegnare una piantina della città per indicare la zona in cui potrebbe nascondersi il latitante. A detta dei due militari questa ennesima trattativa sarebbe finita in un nulla di fatto quando Ciancimino è rientrato in carcere per scontare una pena residua. Sta di fatto che dopo pochissimo tempo, il 15 gennaio 1993, Riina viene catturato a pochi metri dalla sua abitazione, in via Bernini, nel centro di Palermo.
Per conto di chi stava trattando Vito Ciancimino?
Molti anni più tardi, nel 2001, viene catturato Nino Giuffré, braccio destro di Provenzano che, dopo un paio di mesi di detenzione, decide di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni sono importantissime e racchiudono nel suo parlare un po’ criptico chiavi di lettura fondamentali.
Innanzitutto specifica che sebbene entrambe le stragi siano state volute sia da Riina che da Provenzano, la strage di Capaci fu organizzata da Riina mentre quella di via d’Amelio, compresa quell’anomala accelerazione con cui fu compiuta, da Provenzano. Il quale, in merito a Ciancimino, gli rivelò che “era andato in missione dalle forze dell’ordine per sistemare la situazione all’interno di Cosa Nostra che in quel momento era delicata”.
Le correnti che vengono a formarsi all’interno dell’organizzazione spingono in più direzioni pur di riaffermare quella legittimazione che Cosa Nostra si è meritata nel corso dei secoli a partire dalla strage di Portella della Ginestra.
Non intende cedere e insiste secondo lo stile dei corleonesi.
Scoppiano le bombe in continente e si prepara un altro grosso attentato a Roma, allo stadio Olimpico. Obiettivo: ancora lo Stato, decine di carabinieri in servizio. Grazie a Dio, per un guasto tecnico l’ordigno non esplode. E non ne esploderanno più.
Da quel momento in poi cessa il dialogo delle bombe. Perché?
E’ l’ultima delle tante domande rimaste senza risposta. Chi ha voluto le stragi? Che attinenza hanno questi atti eversivi con il passaggio dalla prima alla seconda repubblica?
Perché il covo di Riina è rimasto incustodito abbastanza per permettere ai mafiosi di ripulirlo?
Che fine hanno fatto tutte quelle trattative in corso?
Giuffré, Cancemi e Brusca, dai loro tre distinti ma convergenti punti di vista, forniscono diversi pezzi del puzzle e ci spiegano che se inizialmente la frangia più estremista di Cosa Nostra capeggiata in particolare da Leoluca Bagarella aveva pensato di costituire un partito proprio in modo da non incorrere più nei tradimenti dei politici, aveva finito poi con il ricredersi.
Infatti sia Provenzano sia i Graviano, che “si facevano gli affari loro a Milano”, li avevano convinti a lasciar perdere perché avevano trovato la situazione migliore per poter ottenere quanto era nelle loro necessità.
“Con la discesa in campo di Forza Italia”, dice Giuffré, Provenzano compie un atto insolito, si espone in prima persona e garantisce la ripresa di Cosa Nostra.
“In 5, 7 anni” aveva detto il capo mafioso al rappresentate della famiglia di Caltanissetta Luigi Ilardo (confidente del colonnello Riccio e per questo poi ucciso a Catania nel 1996), “tutto sarà sistemato. Occorre solo avere pazienza e non fare rumore”.
Il silenzio delle bombe, insomma, in cambio di quelle riforme giudiziarie così agognate. Una specie di tentativo di riconciliazione.
E’ storia che Cosa Nostra non abbia nessun colore politico, né che parteggi per una fazione precisa, si sa invece, e molto bene, che si accorda, sposa e favorisce chiunque abbia in mano il potere e adotti una politica di garantismo esasperato dalla quale possa trarre vantaggi.


Complicità di Stato


Sono passati 15 anni da quei giorni terribili.
All’indomani delle stragi il governo, sospinto dall’indignazione collettiva popolare, approva alcuni provvedimenti fortemente restrittivi contro i boss mafiosi, come l’ormai noto 41bis, il cosiddetto carcere duro. Nell’isolamento più rigido alcuni mafiosi cedono e chiedono di collaborare con la giustizia, di fronte allo Stato che fa sul serio e impone ai criminali di recidere i contatti con l’esterno altri pensano che sia davvero giunto l’epilogo di Cosa Nostra. Questo però solo fino al 1996. Poi la tensione si allenta di nuovo.
Vengono chiuse le carceri speciali a Pianosa e all’Asinara. Il 41 bis si svuota lentamente; per un soffio, con l’introduzione del giusto processo, non viene abolito l’ergastolo; il sequestro, la confisca e la destinazione dei beni mafiosi vengono regolati da un meccanismo talmente farraginoso da richiedere all’incirca una decina d’anni, il tempo necessario per far deteriorare il bene. Si è pensato persino di metterli all’asta cosicché li possono comprare di nuovo i mafiosi attraverso i loro prestanome. La legge sui collaboratori di giustizia si è dimostrata così poco incentivante da aver determinato un crollo totale delle collaborazioni. Oggi, dopo che i magistrati erano riusciti ad aggirare questo pesantissimo danno grazie alle intercettazioni, si pensa di limitarle e di renderle il più velocemente possibile inutilizzabili. E’ tornata poi a farsi largo l’ipotesi di abolire l’ergastolo e aleggia minacciosa nell’aria la proposta di revisione dei processi. E questa non è che una rapida sintesi. 
Questi provvedimenti non sono stati presi solo durante i governi di Centro Destra, ma in una sostanziale continuità di intenti, chiunque fosse al potere.
Se dovessero essere approvate definitivamente anche queste due ultime riforme Provenzano passerà alla storia di Cosa Nostra come l’eroe che la salvò rimettendola al centro degli equilibri di potere, dove è sempre stata. Garantita al meglio possibile, considerati tutti i martiri e gli assassini lasciati sul campo.
Lui è stato catturato e già si profila una nuova epoca di Cosa Nostra. Che muta al mutare anche degli equilibri ad essa esterni.
Alla Cosa Nostra di Riina è succeduta quella di Provenzano così come alla Prima Repubblica ne è succeduta una Seconda. Cambi di forme, ma non di sostanza.
Sia Cosa Nostra che la politica del nostro paese si apprestano a mutare volto un’altra volta, ma nulla cambierà veramente fino a quando non vi saranno politici e uomini dello Stato di ben altra razza che cominceranno a costruire il nuovo a partire dalla verità sulle stragi, su tutte le stragi, su quel sangue in cui affonda le radici questa presunta seconda repubblica, come ha giustamente sostenuto il pm Antonio Ingroia.
I limiti del processo penale non hanno consentito di accertarla, ma forse è anche giusto così. Dovrebbe essere la politica ad assumersi questa responsabilità con una commissione apposita che abbia il coraggio di arrivare fino in fondo. Altrimenti saremo sempre un paese suddito di poteri ibridi che vorremmo far passare per una democrazia che invece è rimasta rattrappita nella sua potenzialità.
Più scriviamo e più ci appare quasi ridicolo e ingenuo pensare di chiedere allo Stato di processare se stesso. Leggendo e rileggendo le carte, le sentenze, le testimonianze e le dichiarazioni dei collaboratori emerge quel quadro inquietante dei mandanti esterni e degli oscuri connubi fatti di massoneria, servizi deviati, alta finanza e centri di potere, persino religioso di cui tutti ormai hanno scritto e detto. Ma a nostro avviso, mai si sarebbero potute verificare stragi di tale entità, da Portella in poi, se non ci fossero stati uomini di Stato, non di quello deviato, uomini di cui una buona parte è ancora al comando che sono stati complici di eventi eversivi che hanno prodotto radicali cambiamenti nel Paese, a livello politico, finanziario, bancario e persino monetario.
Ambiti gestiti e amministrati dall’establishment che cosituisce il nostro Stato.
Non è prassi nuova o esclusiva dell’Italia, pensiamo allo scenario in cui si produsse ad esempio l’omicidio del presidente John Fitzgerald Kennedy e quali e quanti cambiamenti provocò negli equilibri interni ed esterni alla nazione.
Tutto ciò è molto lontano dalla nostra idea di Stato, da quella dei tanti cittadini onesti che conservano l’amore per la Costituzione Italiana che garantisce diritti, doveri, opportunità e libertà in equa misura. E non è lo Stato che servirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che torniamo anche quest’anno a commemorare e nei cui confronti abbiamo il debito morale di perseverare nelle idee e nelle battaglie.

Giorgio Bongiovanni - Anna Petrozzi


41 BIS: LE OPINIONI
GRASSO: SCOPPIERA’ UNA GUERRA IMMANE

Palermo. La bozza di riforma del Codice Penale formulata dalla Commissione Pisapia prevede l’abolizione dell’ergastolo e la sua sostituzione con la pena massima di 38 anni di carcere e l’introduzione di pene prescrittive come le volontarie prestazioni non retribuite a favore della collettività. L’alta pericolosità di una simile ipotesi di cambiamento del nostro Codice Penale è stata espressa dal procuratore nazionale antimafia Piero Grasso intervenuto a Palermo alla presentazione di un dossier della Fondazione Chinnici sull’economia illegale: <<Una guerra di mafia di proporzioni immani – ha avvertito Grasso – può avvenire se, per esempio, si cominciano a indebolire i punti di forza della legislazione Antimafia>>. L’annullamento del 41 bis porterebbe alla scarcerazione di efferati criminali, tornerebbero in circolazione boss corleonesi che destabilizzerebbero i già delicati equilibri mafiosi. Questo potrebbe avvenire anche con <<la tanto ventilata revisione dei processi per riportare il “giusto processo” ai tempi in cui si sono fatti i primi dibattimenti contro le cosche mafiose e per le stragi>>. Il procuratore nazionale ha colto l’occasione per lanciare un appello ai latitanti mafiosi: <<Non voglio fare uno spot di pubblicità progresso, ma voglio dire che noi ci siamo. E penso che ci sia qualcuno attualmente latitante che corre dei pericoli. Lo Stato naturalmente offre possibilità a chi corre rischi come quello della vita>>. Grasso ha preferito non fare nomi ma si è detto consapevole che <<la collaborazione è un trauma. E’ come se io da domani facessi parte della mafia. Per questo deve essere una soluzione maturata e spinta da esigenze di vita>>.
Nei giorni scorsi il procuratore nazionale in un’intervista al Gr Parlamento Rai ha spiegato che attualmente Cosa Nostra sta attraversando un periodo di assestamento ed è alla “violenta “ ricerca di un nuovo “padrino” come il recente omicidio del boss Nicolò Ingarao ha dimostrato. Il 19 giugno in Commissione Antimafia il capo della Dna ha messo in luce i problemi giuridici, legislativi e materiali che affliggono quotidianamente i magistrati antimafia: <<Le norme attuali non permettono di sconfiggere la criminalità organizzata e non permettono nemmeno di avere nuove collaborazioni>>. Tra rito abbreviato, impugnazione del rito abbreviato e patteggiamento allargato in sede di Appello chi deve essere condannato per traffico di stupefacenti a 24 anni si vede ridurre la pena a 8 anni, molto meno, ha chiarito Grasso, di quelli che avrebbe preso se avesse collaborato.


Dora Quaranta


LUMIA: UN REGALO A I MAFIOSI
 

 

Roma. Il vicepresidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia in merito alla bozza di riforma del Codice Penale individua elementi positivi e negativi.
Fra i primi vi sono quelli sul sequestro dei beni, sulla recidiva specifica, sulla prescrizione dei reati che si interrompe con l’avvio del processo, sulla minore discrezionalità nell’applicazione delle pene.
E’ invece negativo l’abolizione dell’ergastolo. <<Se – dice Lumia – l’abolizione dell’ergastolo fosse prevista anche per i reati legati alla mafia, pur essendo per formazione personale particolarmente attento alle esigenze di riabilitazione del detenuto, questa norma finirebbe per essere un favore troppo grande ai boss mafiosi. Non credo sia giusto, sarebbe un segnale molto pericoloso che si invia all’opinione pubblica e ai componenti dei clan. Proprio ieri il procuratore Grasso ha lanciato un allarme per i troppi cavilli di cui si possono avvantaggiare i mafiosi con le attuali norme processuali. Dobbiamo lavorare perché ne possano usufruire sempre meno ed in questa direzione credo debba andare anche la riforma del codice. E’ anche da valutare con attenzione il contenuto della norma sul concorso esterno>>.
 

Dora Quaranta
 

INGROIA: E’ SOLO UN REGIME PIU’ CONTROLLATO

Palermo. In un’intervista pubblicata il 5 giugno scorso sull’Unità il pm della Procura di Palermo Antonio Ingroia spiega la sua posizione sul 41 bis. Tutta la questione dibattimentale sul carcere duro, dice Ingroia, è stata mal impostata: da un lato vi è l’esigenza di tutelare la sicurezza pubblica, dall’altro troviamo la tutela dei diritti di garanzia del detenuto e della funzione rieducativa della pena.
Occorre cambiare impostazione data l’attuale inefficienza del 41 bis.
Il punto di equilibrio tra le due posizioni lo si potrebbe ravvisare nel rendere il regime meno afflittivo ma più controllato: <<Il 41 bis non deve ridursi ad una maggiore afflittività della pena, per intenderci qualche fornellino a gas in meno o qualche colloquio in meno con i familiari, perché anche un solo colloquio al mese con un familiare non controllato può consentire la trasmissione di ordini di morte dall’interno verso l’esterno del carcere>>. Il carcere duro dovrà essere applicato solo ai veri capi e agli esponenti di spicco e per revocarlo, propone Ingroia, si potrebbe invertire l’onore della prova: che sia il detenuto a provare la rottura del vincolo associativo. 

Dora Quaranta

tratto da ANTIMAFIADuemila n. 3-2007



 

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