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Depistaggi su via D’Amelio: coinvolti 4 poliziotti PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Nicola Biondo   
Lunedì 28 Settembre 2009 12:09
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È stata definita la strage più dannosa per Cosa nostra. Ma, a distanza di 17 anni, quella di via D’Amelio, dove hanno perso la vita il giudice Borsellino e i cinque ragazzi della scorta, sta mandano in pezzi un mito dell’antimafia, il gruppo investigativo diretto dal questore Arnaldo La Barbera e nato per dare la caccia agli esecutori delle stragi del ’92. Risultano indagati quattro poliziotti sospettati di aver indirizzato le deposizioni di due ex-collaboratori di giustizia sulla strage di via D’Amelio: Salvatore Candura e Enzo Scarantino che si autoaccusarono del furto di una macchina, una 126 rossa che, secondo una perizia, era stata usata per compiere la strage.

Una ricostruzione sancita da una sentenza di Cassazione che oggi viene messa in discussione dalle indagini scaturite da un altro pentito, Gaspare Spatuzza. Che incredibilmente si autoaccusa dopo 11 anni di carcere duro del furto della stessa auto. Le pressioni su Candura sarebbero state di natura fisica e psicologiche. Lo stesso teste lo ha più volte denunciato in passato. Mentre sui verbali di Scarantino sono visibili una serie di aggiustamenti operati da agenti di polizia. Entrambi quindi sarebbero secondo le nuove indagini due falsi collaboratori. Tutto questo porterebbe quindi ad una revisione del processo Borsellino: sia per gli esecutori che per una parte dei mandanti. Stabilito questo la domanda è perché sarebbe avvenuto il depistaggio.


Perché i poliziotti agli ordini di La Barbera, che se fosse vivo, sarebbe tra gli indagati, si sono prestati a questo gioco? Ci furono ordini precisi dal vertice del Viminale di cui La Barbera si fece esecutore? C’è un nesso tra questa ipotesi di depistaggio e le domande senza risposta che ancora avvolgono il teatro della strage? Chi ha condotto le indagini per scoprire dove si sono appostati i killer di via D’Amelio? La pista del Castello Utveggio, dove operava il «Cerisdi», una scuola per manager, e trovano appoggio alcuni uomini dei Servizi, viene battuta da Gioacchino Genchi e Arnaldo La Barbera. Ma finisce “bruciata” proprio da un’iniziativa di La Barbera. A rivelarlo è lo stesso Genchi in un verbale del 2003 alla Dia di Caltanissetta: «Nell’ambito delle indagini curate fra il ’92 ed i primi mesi del ‘93 ricordo che fu accertata la presenza al castello Utveggio di alcuni soggetti provenienti dall’ex ufficio dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia… Con mio disappunto il dr. La Barbera convocò in ufficio il Prefetto Verga (Direttore del CERISDI) palesandogli sostanzialmente l’oggetto dell’indagine tanto che, per come mi fu riferito tali soggetti da lì a poco smobilitarono dal castello».


Due confessioni, una macchina e un mistero. Tutto ruota intorno ad una utilitaria: la 126 rossa che viene indicata dalle prime indagini come l'autobomba. Scarantino dice, «sono io ad aver commissionato il furto », poi ritratta e rivela di essersi inventato tutto su pressione degli inquirenti. Nel 2008 arriva Spatuzza e dice: «Vi dimostro che l'ho rubata io» e indica il luogo esatto del furto. Tutto risolto? Per nulla perché le foto i video girati sul teatro della strage dimostrano che quel blocco motore della 126 rossa a via d'Amelio compare solo alle 13 del giorno dopo, il 20 luglio. La pista dell'auto che porterà fino a Scarantino è prefabbricata? Ci sono sicuramente delle anomalie. La prima, come abbiamo visto è la macchina. Come fa Scarantino a rivelare per primo marca, tipologia e nome della proprietaria dell’auto rubata se è un pentito fasullo? O è stato istruito da qualcuno, oppure ha avuto effettivamente un ruolo nel furto. Ma, in tal caso, sarebbero le rivelazioni di Spatuzza ad avere tutt’altro significato e risulterebbero oscure e depistanti. La seconda anomalia è che la polizia dopo aver rinvenuto il blocco motore della 126 mette sotto intercettazione la proprietaria della stessa. Perché? Da quella intercettazione la polizia arriva fino Candura che secondo le indagini odierne viene minacciato perché confessi il furto indicando in Scarantino il mandante. Terza anomalia: nei giorni seguenti alla strage arriva una telefonata anonima che segnala un pezzo di carta in un cestino di rifiuti vicino a via D'Amelio. Gli trovano il disegno di un uomo con la barba e un saio. Lì per lì nessuno ci fa caso ma quando Scarantino viene arrestato qualcuno si accorge che quell'identikit si attaglia perfettamente al suo: è infatti tra i frequentatori di una comunità religiosa che durante le cerimonie indossa proprio il saio.


Nicola Biondo (
l'Unità, 28 settembre 2009)



 

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Maria Teresa   |2009-09-30 00:33:07
Spiragli di luce ... ma sono ancora troppi i misteri da svelare. Significativo
è il fatto che le nuove indagini fanno così tanta paura da indurre esponenti
governativi a criticare pubblicamente tale attività adducendo la scusa che si
riferiscono a fatti ormai vecchi ... come se verità e giustizia valessero solo
per i fatti attuali ... come se verità e giustizia fossero qualcosa che scade
dopo un determinato periodo.

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