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Le "trattative" tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato - parte prima PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Martina Di Gianfelice   
Sabato 03 Ottobre 2009 16:18

Gli elementi contraddittori concernenti una presunta trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato a cavallo delle stragi del ’92-’93 e negli anni successivi, sembrano oggi assumere una valenza diversa con l’emergere di nuovi scenari che rivelano l’esistenza di almeno tre distinte trattative datate in periodi differenti.

 


La “prima trattativa”

 
Gi attori e gli scopi


L’esistenza di una prima trattativa tra alcuni appartenenti alle forze dell’ordine ed i vertici di Cosa Nostra è stata accertata con due sentenze passate in giudicato, quella denominata “Borsellino bis” sulla strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) e quella relativa alle stragi di Firenze, Milano e Roma nel 1993.
Questa trattativa fu avviata subito dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992) da un ufficiale del reparto operativo speciale (ROS) dei Carabinieri, l’allora capitano Giuseppe De Donno, il quale, dopo aver ricevuto il via all’operazione dal suo diretto superiore colonnello Mario Mori, aprì un canale di comunicazione con Vito Ciancimino incontrandosi con questi più volte a Roma. La persona che fece da intermediario per stabilire questo contatto fu Massimo Ciancimino, figlio di Vito, che si fece portavoce presso il padre della richiesta del capitano De Donno.

 

Nelle motivazioni della sentenza di appello “Borsellino bis” si legge che “Mori ha dichiarato di essere stato scettico sull’iniziativa ma di aver ritenuto di assecondare il suo subordinato per lo stato di impotenza provata al momento della strage di Capaci. I rapporti con Ciancimino vennero gestiti successivamente dal capitano De Donno. Il generale (Mori, all’epoca colonnello, ndr)  accettava di incontrarlo solo dopo la strage di via D’Amelio. Cercava di ottenere da Ciancimino un input per giungere ad avere un contatto con Cosa nostra, per arrivare alla cattura di qualche latitante. Secondo Mori, Ciancimino aveva avviato il contatto tramite il medico personale di Riina Gaetano Cinà… Il generale confermava che i referenti di Ciancimino erano certamente il gruppo dei corleonesi e ribadiva fortemente che dal suo punto di vista quella non era stata una trattativa ma solo un modo per trovare una via per arrestare alcuni latitanti…

Il capitano De Donno dichiarava invece di avere incontrato il Ciancimino due o tre volte nel periodo tra le due stragi, precisando che si era trattato di un incontro di “studio” del personaggio. Si era ancora in questa fase quando intervenne la strage di via D’Amelio. L’ufficiale precisava che l’obiettivo ultimo era di arrivare ad una collaborazione formale del Ciancimino ma che la proposta iniziale era stata di farsi tramite, per conto dei carabinieri, di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa per un dialogo finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista”.


Quali furono invece i protagonisti e gli obiettivi da parte dell’organizzazione Cosa Nostra? Il contributo di conoscenza più consistente è giunto dal boss mafioso Giovanni Brusca, “reggente” del mandamento di San Giuseppe Jato e catturato il 20 maggio 1996. Dopo la cattura Brusca scelse di collaborare con la giustizia e rivelò agli inquirenti di aver saputo direttamente da Salvatore Riina nell’estate del 1992 che imprecisati personaggi delle Istituzioni “si erano fatti sotto” e che Riina aveva loro presentato un lungo elenco di richieste, il cosiddetto “papello”, in cambio della fine della strategia stragista. Nelle richieste comparivano la revisione delle condanne definitive del cosiddetto “maxiprocesso” ed una serie di interventi mirati ad indebolire l’azione repressiva dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata. Brusca rilasciò queste dichiarazioni nel luglio-agosto del 1996, in un momento antecedente alle dichiarazioni rilasciate dal colonnello Mori di fronte all’autorità giudiziaria di Firenze sulla “trattativa” avviata tramite Vito Ciancimino (agosto 1997).

 

I giudici di primo grado del processo per le stragi in continente del 1993 sulla base delle dichiarazioni di Brusca, di altre testimonianze ed elementi processuali hanno concluso che confrontando il racconto di Brusca e quello di Mori e De Donno balza evidente che parlano della stessa cosa: uomini, tempi, oggetto tornano con assoluta precisione; o almeno, tornano in maniera tale da escludere che testi e collaboratore parlino di cose diverse”. Riguardo alle affermazioni di Brusca, Mori e De Donno “non hanno fatto alcun riferimento alle richieste avanzate da Cosa Nostra per porre fine alle stragi; anzi, hanno espressamente escluso di aver mai sentito parlare di papello”.


Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sui presunti testimoni della trattativa nel mondo politico

In questo quadro si inseriscono le dichiarazioni rilasciate negli ultimi mesi (primavera-estate 2009) da Massimo Ciancimino di fronte all’autorità giudiziaria di Palermo e Caltanissetta. Massimo Ciancimino sostiene di aver visto circolare nella casa del padre a Roma una copia del “papello” e che suo padre avesse richiesto delle “garanzie politiche” preventive all’accordo tanto a livello governativo quanto di opposizione parlamentare (Mori nega la richiesta di garanzie politiche avanzata da Vito Ciancimino). “Della trattativa doveva essere informato il presidente della commissione antimafia Luciano Violante. Un altro misterioso interlocutore aveva invece detto che il ministro Mancino già sapeva”. Queste rivelazioni di Massimo Ciancimino sono apparse sui giornali alla fine di luglio 2009. Pochi giorni dopo la pubblicazione delle dichiarazioni di Ciancimino, Violante ha chiesto di essere ascoltato dai magistrati di Palermo ed ha ammesso di essere stato avvertito da Mori dell’interesse di Vito Ciancimino a parlargli, ma ha detto di aver rifiutato l’incontro con l’ex sindaco di Palermo condannato per mafia. Resta un’incognita la ragione per cui Violante non informò all’epoca la magistratura della richiesta pervenuta da Vito Ciancimino. Violante avrebbe potuto altresì attivarsi in prima persona essendo stato nominato nel settembre del 1992 presidente della Commissione Antimafia, organismo dotato per sua natura dei poteri d’indagine della magistratura inquirente.

 

Sull’attuale vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) Nicola Mancino gravano invece pesanti interrogativi mai risolti. Secondo il pentito Gaspare Mutolo, il Magistrato Paolo Borsellino interruppe il 1 luglio 1992 un interrogatorio con lo stesso Mutolo a Roma dopo aver ricevuto una telefonata. “Sai, Gaspare, debbo smettere perchè mi ha telefonato il ministro, vabbè... manco una mezz’oretta e vengo” disse Borsellino prima di recarsi al Viminale. Il collaboratore ha inoltre riferito che il giudice tornò dopo circa un’ora molto scosso da quell’incontro tanto che Mutolo gli chiese: “Dottore, ma che cosa ha?”. Al che Borsellino rispose che viceversa del ministro si era incontrato al Viminale con il dottor Vincenzo Parisi, allora capo della Polizia, ed il dottor Bruno Contrada, funzionario del SISDE. Il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Aliquò ha confermato di aver accompagnato Borsellino al Viminale fin sulla soglia della porta del ministro, ma di essere rimasto fuori dall’ingresso.

 

Un dato di fatto è che sull’agenda grigia di Paolo Borsellino alla data del 1 luglio 1992, alle ore 18.30, compare l’annotazione “Parisi” e, alle ore 19.30, "Mancino". L’allora ministro dell’interno Mancino ha fornito dichiarazioni alquanto confuse sui fatti di quel giorno, affermando di “non ricordare l’incontro con Borsellino ma di non poter escluderlo”, fino ad ipotizzare una mera stretta di mano tra lui e il giudice “tra i tanti magistrati venuti ad omaggiarlo nel giorno del mio (di Mancino, ndr) insediamento.” A tale riguardo testimonianza rilevante è quella di Giuseppe Ayala, ex pubblico ministero del “Maxiprocesso” di Palermo, il quale il 23 luglio 2009 ha affermato che Mancino non avrebbe mai negato l’incontro, anzi l’avrebbe confermato mostrandogli un’annotazione sulla sua agenda, datata 1° luglio 1992. Prontamente smentito nel giro di poche ore dallo stesso Mancino, che nella trasmissione televisiva “Top Secret” aveva esibito un calendario (vd. “Il calendarietto di Mancino” di Salvatore Borsellino, 22 gennaio 2009) del luglio del ‘92 con nessuna annotazione al 1° del mese, Ayala ha ritrattato dando una nuova versione totalmente contrastante con la precedente e pertanto scarsamente attendibile.

 

 

L’accelerazione della fase esecutiva della strage di via D’Amelio

Mentre le indagini sulle eventuali “garanzie politiche” sulla “prima trattativa” sono tuttora in corso, la magistratura ha raggiunto conclusioni definitive sulle conseguenze che tale “dialogo” aperto dagli ufficiali del ROS Giuseppe De Donno e Mario Mori con i vertici di Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino ebbe sulla strategia stragista dell’associazione mafiosa. La sentenza “Borsellino bis” ha stabilito che questa trattativa fu uno dei fattori esterni a Cosa Nostra che interferirono con i processi decisionali della strage. Il Magistrato Paolo Borsellino fu eliminato con una brusca accelerazione sui tempi pianificati da Cosa Nostra perché, secondo il collaboratore Giovanni Brusca, avrebbe potuto rappresentare un ostacolo alla trattativa avviata tra pezzi delle Istituzioni e l'associazione mafiosa. “La strage del dottor Borsellino – dichiara Brusca - è per me per due motivi: una è per accelerare, due, che il dottor Borsellino poteva essere l'ostacolo, quello che poteva non garantire quelle trattative che erano state richieste e, quindi, un elemento di ostacolo... un elemento di ostacolo da togliere di mezzo a tutti i costi, visto che non era abbordabile con la corruzione o con qualche altro sistema”.

 

Sulla base delle dichiarazioni del Brusca e degli altri elementi probatori i giudici di Corte di Assise di appello concludono: “Non disponiamo di riscontri al se come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno. E che Riina legasse la strage eseguita e quelle pianificate dopo Capaci a questa trattativa ci è dichiarato a chiare lettere da Brusca…Come è agevole rilevare, le indicazioni offerte dai due ufficiali dei carabinieri non permettono di riscontrare la tesi di Brusca di un contributo diretto della “trattativa”, avviata subito dopo Capaci tra il capitano De Donno e Vito Ciancimino, all’accelerazione della strage di via D’Amelio. E’ certo, tuttavia, che fissato il contatto e stabilito che i carabinieri avevano avvicinato il Ciancimino subito dopo la strage di Capaci per prendere contatti con Cosa nostra (al di là di quanto ha detto il capitano De Donno, un uomo esperto come Ciancimino non poteva non comprendere e comunicare a chi di dovere che quei generici discorsi sulle cause della strage e sulle intenzioni e le motivazioni dei mafiosi ad altro non potevano preludere che ad una richiesta di dialogo), la comunicazione di Riina a Brusca (“si sono fatti sotto”) era assolutamente giustificata dal modo in cui quel contatto si era realizzato, rafforzandosi così la convinzione di Riina di poter portare lo Stato a trattare e a fare concessioni a suon di stragi, avendo dimostrato quel primo contatto ai mafiosi che dall’altra parte si brancolava nel buio e si era disponibili ad un “dialogo” o ad una “trattativa”, nella quale far rientrare quei famosi punti del “papello”, la cui esistenza non può essere negata per il solo fatto che la negano i due ufficiali.

E’ assolutamente logico pensare che Ciancimino, quando chiese di sapere cosa avessero da offrire gli interlocutori e quando capì che non avevano da offrire in concreto alcunché, abbia capito che non era il caso di presentare le richieste di Cosa Nostra. Ovvero è ben possibile che l’ambasciatore di Riina, Cinà, abbia atteso, prima di autorizzare la presentazione delle richieste dell’organizzazione, di sapere quale fosse il grado di disponibilità ad accoglierle e il grado di rappresentatività dei carabinieri.

In tutti i casi, questa vicenda rappresenta un fattore che ha interferito con i processi decisionali della strage.

Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante”.


Martina Di Gianfelice (con la collaborazione di Elen Demissie)



LINK

a)
Sentenza d´appello BORSELLINO BIS emessa dalla Corte di Assise di Appello di Caltanissetta presieduta dal dott. Francesco Caruso il 18 marzo 2002

b)
Sentenza di primo grado sulla strage di via dei Georgofili emessa dalla Corte di Assise presieduta da Gaetano Tommaselli il 6 giugno 1998

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aleale  - Egregio Salvatore Borsellino, Quando finirà questo   |2009-10-04 10:00:23
Caro Salvatore Borsellino l'attuale maggioranza del governo parlamentare del PDL
con la complicità di pezzi dell'attuale Partito Democratico oltre ha presentare
proposte di legge per abolire le intercettazioni ,oltre a presentare leggi come
la proposta di far prendere le notizie di reato e far avviare e far fare le
indagini solo alla polizia giudiziaria, leggi che quindi aiuterebbero i
delinquenti, ultimamente ho sentito parlare che l'attuale maggioranza
parlamentare del PDL ha presentato un disegno di legge dove si vuole modificare
l'articolo 21 della Costituzione Italiana che riguarda la libertà di stampa e
di espressione,ecco io direi una cosa,spesse volte l'Italia Dei Valori,o
movimenti come i Giritondini si sono organizzati per scendere in piazza e
gridare il propio dissenso nei confronti di governi che approvavano leggi
ingiuste e anticostituzionali,ecco da premettere che io sono contro la violenza
però forse in un altro paese la gente si sarebbe organizzata non per riunirsi
tutti in piazza a difesa della Costituzione Italiana,ma si sarebbe riunita per
organizzare no per manifestare in piazza ma per incontrare i propri
parlamentari e prenderli realmente e fisicamente e calciarli a calci in culo da
quel Parlamento che non c'entra niente con il modo di governare per il bene
comune dei cittadini.

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