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Il puzzle ricomposto. Ecco la cronologia esatta della trattativa PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Federico Elmetti   
Giovedì 04 Marzo 2010 03:56
Quella che presentiamo qui di seguito è la ricostruzione cronologica più fedele e meticolosa che mai sia stata fatta di tutte le fasi salienti della cosiddetta “trattativa” tra i vertici di Cosa Nostra e pezzi delle Istituzioni, a partire dalla seconda settimana del mese di giungo 1992 quando il capitano del Reparto Operativo Speciale (Ros) dei Carabinieri Giuseppe De Donno incontra per la prima volta l'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino fino a giungere ai giorni nostri. Questa ricostruzione, che si concentra principalmente sul periodo più oscuro e controverso che va dalla morte di Salvo Lima (12 marzo 1992) fino all'arresto di Totò Riina (15 gennaio 1993) passando attraverso le stragi di Capaci e Via D'Amelio, è basata su un lavoro di ricerca, di analisi e di raffronto fra vari tipi di documentazione: i verbali di interrogatorio resi alla procura di Palermo da Massimo Ciancimino (il figlio prediletto di don Vito), le deposizioni dello stesso Massimo ma anche del fratello Giovanni, del colonnello Michele Riccio e di Luciano Violante al processo a carico di Mario Mori e Mauro Obinu in corso a Palermo per favoreggiamento a Cosa Nostra, le dichiarazioni spontanee dello stesso generale Mori, articoli di giornale recuperati in archivio, pizzini inediti, manoscritti autentici, agende personali, carte e carteggi originali sequestrati dall'autorità giudiziaria, dichiarazioni ufficiali rilasciate dai vari protagonisti nel corso degli anni, sentenze passate in giudicato, eventi storici indiscutibili e fatti ormai acquisiti.                                                                                                  
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Per correttezza, e' bene ricordare che le dichiarazioni di Massimo Ciancimino inerenti questa “trattativa” tra i vertici di Cosa Nostra e pezzi dello Stato (dichiarazioni che costituiscono una delle fonti principali di questa ricostruzione cronologica e alle quali rimandiamo per approfondimento) sono attualmente al vaglio investigativo e dibattimentale dell’Autorità Giudiziaria. Tuttavia abbiamo ritenuto indispensabile fornire ai lettori un quadro il più aggiornato possibile su tutti gli elementi di conoscenza recentemente resi pubblici nel corso delle inchieste e dei processi in corso. Quello che ne esce è un puzzle impressionante, ricomposto tassello per tassello, che, pur presentando ancora qualche buco nero, si lascia guardare in tutta la sua interezza. E svela una Verità che fa male, malissimo, e che ormai viene a galla in tutte le sue sfumature più indecenti. Racconta di un'Italia che per quasi un anno, dal marzo '92 fino al gennaio '93, è stata letteralmente in balia, con la presunta complicità di estesi apparati dello Stato, di un pazzo criminale analfabeta, al secolo Totò U' Curtu. E che, per i restanti tredici anni successivi al suo arresto, ha vissuto in precario equilibrio su un filo sottilissimo sospeso nel vuoto. Da un lato, a tenere il filo, oscuri personaggi in auto blu. Dall'altro, Bernardo Provenzano. 


La cronologia esatta della trattativa


Giugno 1990

Il capitano del Ros Giuseppe De Donno esegue un mandato d'arresto nei confronti di Vito Ciancimino per irregolarita' nella gestione degli appalti. Viene perquisito il suo villino a Mondello (Palermo). E' in questa occasione che De Donno conosce per la prima volta sia don Vito che il figlio Massimo. Entrambi, padre e figlio, ne apprezzano l'atteggiamento molto gentile e professionale. Fra di loro si instaura un rapporto di fiducia e cordialità, tanto che, da quel momento in poi, Massimo e De Donno, coetanei, si incontreranno spesso, sia al bar che in caserma, e inizieranno a darsi del tu.

Luglio 1990

Dopo meno di un mese, la Suprema Corte di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale annulla la misura di custodia cautelare nei confronti di Vito Ciancimino. Don Vito esce dal carcere.

Prima metà del 1991

Vito Ciancimino si trova nella sua abitazione romana di Via San Sebastianello 9 a pochi passi da Piazza di Spagna: su di lui pende un divieto di soggiorno a Palermo. Don Vito ordina al figlio Massimo di scendere a Palermo, di recarsi a casa di Pino Lipari a San Vito Lo Capo e di farsi consegnare una busta. La cosa è agevolata dal fatto che Massimo è fidanzato con la figlia di Lipari, Rossana. Ad attenderlo ci sono sia Pino Lipari che Bernardo Provenzano. Gli consegnano la busta, chiusa ma non incollata. Massimo la riporta al padre. La aprono e la leggono insieme. Don Vito non è sorpreso: se l'aspettava. La lettera è indirizzata al dottor Marcello Dell'Utri e contiene esplicite minacce all'incolumità dei figli di Berlusconi. Don Vito ha il compito di dare il suo parere sulla missiva e poi di consegnarne una copia ad un certo signor Franco.
E' bene qui aprire una piccola parentesi su questo oscuro personaggio, la cui presenza sarà costante durante le varie fasi della trattativa. Il nome con cui Massimo Ciancimino è solito chiamarlo (l'ha memorizzato così sul cellulare) è Franco. Così glielo ha presentato suo padre. Don Vito invece, nei suoi incontri privati, lo chiama Carlo. Essendo entrambi, molto probabilmente, nomi di fantasia utilizzati per coprire l'identità del personaggio, lo chiameremo d'ora in poi col nome ormai giornalisticamente più diffuso, ovvero Franco. Residente a Roma, all'epoca tra i 45 e i 50 anni, brizzolato, occhiale quadrato, senza barba né baffi, molto alto, con tre-quattro passaporti, il signor Franco è uno degli uomini più potenti all'interno dei Servizi Segreti, in contatto con i piani alti delle istituzioni e in collegamento diretto con Bernardo Provenzano. Gira in Mercedes blu per le vie di Roma. Tanto per dire, questo signor Franco, insieme a don Vito, incontrerà almeno un paio di volte, in via di Villa Massimo e in Via del Tritone a Roma, gli ex Alti Commissari per la lotta alla mafia, il dottor Emanuele De Francesco e il dottor Domenico Sica. La conoscenza tra Franco e la famiglia Ciancimino risale addirittura agli anni '70, ma Massimo continuerà a vederlo fino alla morte del padre nel 2002. Massimo si dice sicuro che il signor Franco sia tuttora in vita.

15 Dicembre 1991

Gaspare Mutolo, mafioso affiliato alla famiglia di Partanna Mondello, agli arresti nel centro clinico di Pisa, incontra durante un colloquio riservato Giovanni Falcone al quale comunica la sua intenzione di diventare collaboratore di giustizia. Falcone prende atto della scelta di Mutolo ma lo informa che, in qualità di Direttore degli affari penali al ministero di Grazia e Giustizia, non potrà interrogarlo di persona ma troverà un valido sostituto al quale affidarlo. Mutolo non sa se iniziare la collaborazione perché è disposto a farlo solo con una persona di assoluta fiducia e per questo aveva deciso di affidarsi a Falcone. Il giudice spiega allora a Mutolo l'importanza del suo lavoro a Roma al ministero e cerca di convincerlo a non perdere l’opportunità della collaborazione. Mutolo si riserva di decidere. Falcone e Mutolo si lasciano con l’impegno di non comunicare a nessuno il contenuto della discussione. Mutolo si mostra subito estremamente preoccupato per una possibile fuga di notizie in ambienti istituzionali. Purtroppo anche nel suo ufficio ci sono amici dei mafiosi”, dice Mutolo al giudice Falcone facendogli espressamente i nomi di “Mimmo e Bruno”. Falcone capisce che si tratta rispettivamente di Domenico Signorino e Bruno Contrada e promette che, in caso Mutolo decida di collaborare, troverà un collega serio e fidato che possa occuparsi del suo caso.

30 gennaio 1992

La Cassazione conferma le condanne del maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Gli ergastoli comminati alla cupola di Cosa Nostra diventano definitivi.

12 marzo 1992

L'eurodeputato democristiano Salvo Lima, proconsole del primo ministro Giulio Andreotti in Sicilia, viene assassinato a Mondello (Palermo). In macchina con lui c'è anche Nando Liggio, che assiste alla scena dell'esecuzione, una delle più terribili di sempre. Lima ha infatti il tempo di capire esattamente a cosa stia andando incontro: si accorge dell'agguato, scende dalla macchina, tenta di scappare, i sicari lo inseguono per almeno un paio di minuti e poi lo freddano a colpi di pistola. Giovanni Ciancimino, l'altro figlio di don Vito, riferisce che il padre, subito dopo l'omicidio, era molto provato e spaventato. Era convinto infatti che avrebbe fatto la stessa fine di Lima. “Lui diceva sempre: - Chissà se ci rivedremo di nuovo... -”  Don Vito non ritiene nemmeno prudente scendere a Palermo per i funerali. Ci manda Massimo a portare le sue condoglianze.

15 marzo 1992

Massimo Ciancimino viene contattato dallo zio Giuseppe Lisotta. Gli riferisce che Nando Liggio chiede un incontro immediato con suo padre. Ha visto in faccia gli assassini di Lima ed ora è terrorizzato, si nasconde e non esce più nemmeno di casa. Massimo torna a Roma e comunica la richiesta al padre.

Terza settimana di marzo 1992

Don Vito, nonostante i timori, decide di scendere a Palermo. Incontra prima Lisotta e poi Provenzano in un appartamento in via Leonardo da Vinci. E' un incontro di fondamentale importanza, “un incontro clou” come lo definirà Massimo. Riina aveva appena mandato a dire a Provenzano di non preoccuparsi delle possibili reazioni dello Stato all'omicidio Lima, perché lui aveva tutto sotto controllo. Anzi, avrebbe dovuto spargere la voce, per dimostrare quale fine poteva fare chi non rispettava i patti. Di fronte a don Vito, Provenzano esterna tutto il suo disappunto: “Riina sta prendendo una piega che non mi piace. Gli hanno riempito la testa di minchiate. Qualcuno gli ha promesso, garantito qualcosa di grosso, veramente grosso. Ha intenzioni brutte. Anch'io, siccome prevedo che ci saranno gravi conseguenze, ho fatto rientrare la mia famiglia in Italia, perché prevedo che ci saranno reazioni da parte dello Stato”. Sia Provenzano che don Vito concordano sul punto: notano una vena di follia nell'atteggiamento di Riina. Provenzano, molto lucidamente, capisce che di lì a poco la situazione sarebbe precipitata. Sa che Riina non ha intenzione di fermarsi nel suo attacco allo Stato e il suo intento è quello di “tagliare certi rami secchi”, ovvero rompere quei legami politici stantii da cui ormai Cosa Nostra non può più trarre alcun giovamento. Per la prima volta, Provenzano mette in guardia don Vito dall'escalation criminale che frulla nella mente malata di Riina: l'omicidio Lima rappresenta la chiusura di vecchi rapporti e l'inizio di nuovi. Ma soprattutto: Riina ha in mano una lunga lista di nomi di politici e magistrati da far fuori. Don Vito rimane profondamente colpito dalle parole di Provenzano. Mai aveva pensato che Cosa Nostra potesse addentrarsi in una "strategia" a lungo termine. La stessa parola "strategia" era estranea al vocabolario mafioso. Cosa Nostra aveva sempre agito secondo una logica impulsiva, di azione-reazione. Evidentemente qualcosa era cambiato. Questa non era piu', solamente, mafia.
E cosa intende allora Provenzano quando dice: “Qualcuno gli ha promesso qualcosa di grosso”? Don Vito ne parlerà personalmente a Massimo nel 2000. Secondo lui, Riina, ai tempi dell'omicidio Lima, già aveva trovato nuovi referenti che l'avevano assecondato nel suo folle piano e che in qualche modo l'avevano utilizzato per dare la spallata definitiva alla già traballante Prima Repubblica. Il “grosso progetto”, secondo don Vito, era infatti quello di porre le condizioni per far nascere un grande movimento elettorale di centro, che prendesse il posto di quello che erano i partiti di riferimento di allora, travolti dallo scandalo di Tangentopoli. La mafia doveva smettere di dipendere dalla politica. Doveva iniziare a fare politica.  “Oggi come oggi – racconterà don Vito pochi mesi prima di morire - mi rendo conto che infine capisco quale era il piatto della bilancia: la nascita di questa grande, nuova formazione di Centro che oggi ha un peso e che da quegli anni governa costantemente le sorti del paese”.

24 aprile 1992

Crolla il governo. Il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, travolto dalle polemiche seguite all'omicidio Lima, rassegna le sue dimissioni al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

26 aprile 1992

Due giorni dopo, lo stesso Cossiga si rivolge alla nazione con un discorso televisivo a reti unificate e si dimette pubblicamente. Lo Stato è in ginocchio.

18 maggio 1992

Giovanni Falcone, Vito Ciancimino e il figlio Massimo si ritrovano casualmente sullo stesso aereo da Palermo a Roma. Don Vito è una vecchia conoscenza di Falcone. L'aveva fatto arrestare nel lontano '84. Scherzo del destino. Non si rivedranno mai più.

23 maggio 1992


Falcone torna da Roma e ad attenderlo allo svincolo di Capaci c'è una carica di tritolo che uccide lui, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Rocco Di Cillo, Antonino Montinaro e Vito Schifani.

25 maggio 1992

Dopo innumerevoli fumate nere viene eletto il nuovo capo dello stato. Contro tutti i pronostici che vedevano Giulio Andreotti favorito, viene scelto a sorpresa Oscar Luigi Scalfaro.

28 maggio 1992

In occasione della presentazione di un libro, il ministro Vincenzo Scotti candida pubblicamente Paolo Borsellino al vertice della Superprocura Antimafia. Borsellino non la prende bene. Esporlo in quel modo equivale a metterlo al centro del mirino mafioso. Infatti, uno dei possibili moventi per la strage di Capaci era proprio l'aver impedito la nomina di Falcone a Superprocuratore Nazionale Antimafia. Calogero Pulci, collaboratore di giustizia, racconterà che la sera di quello stesso giorno si trovava a tavola con altri mafiosi quando il TG3 trasmise le immagini della conferenza stampa di Scotti e Martelli. All’udire le loro parole, Piddu Madonia esclama: “E murì Bursellinu”. Pochi giorni dopo, Borsellino commenterà l’uscita di Scotti in un colloquio con il tenente Carmelo Canale: “Hanno messo l’osso davanti ai cani”.

30 maggio 1992


Massimo Ciancimino e il capitano del Ros Giuseppe De Donno si incontrano casualmente nell'area del check-in dell'aeroporto di Fiumicino. Entrambi devono prendere lo stesso volo Roma-Palermo. De Donno chiede alla hostess di trovare un posto vicino per i due. Viaggeranno accanto per tutta la durata del volo. Parlando della strage di Capaci, Massimo rivela a De Donno che il padre è rimasto molto scosso e gli ha riferito: “Questa non è più mafia. Questo è terrorismo!”. De Donno chiede a Massimo se suo padre sarebbe disposto a fare una chiacchierata con lui e con il suo superiore Mario Mori. Non in veste ufficiale ovviamente, ma in veste confidenziale. Gli lascia il suo numero di cellulare perché lo ricontatti al più presto.

1 giugno 1992

Massimo torna a Roma dopo il weekend passato a Palermo e riferisce al padre il contenuto del colloquio con il capitano De Donno. Prevede una reazione negativa da parte del padre, che era sempre stato allergico agli uomini in divisa. Invece, in modo quasi insolito, don Vito non appare meravigliato della proposta di De Donno e anzi dice di voler prendersi un paio di giorni per pensarci su con calma.

Prima settimana di giugno 1992

Provenzano passa a trovare don Vito nella sua abitazione romana. L'incontro era già stato programmato da tempo, ma il momento è propizio per parlare della trattativa. Don Vito infatti chiede a Provenzano consigli su come muoversi e vuole da lui un'autorizzazione ufficiale a parlare con i Carabinieri. Il boss dà il via libera a don Vito a trattare. Provenzano infatti non ha digerito le morti di Salvo Lima e Giovanni Falcone. Si è convinto ormai che Riina sia un pazzo da fermare a tutti i costi o porterà alla dissoluzione di Cosa Nostra in breve tempo. Nonostante le diffidenze verso l'Arma, considera la trattativa come l'unica strada percorribile: “Va bene, facciamo un tentativo, prova a trattare, prova a proporti da mediatore tra Riina, Cinà e i Carabinieri e vediamo cosa succede”. Provenzano da quel momento in poi seguirà l'evolversi della trattativa dall'esterno e verrà costantemente informato da don Vito dell'evolversi degli eventi.
Appena congedato Provenzano, don Vito, nella stessa giornata, manda a chiamare anche il signor Franco. Stessi discorsi, stesse autorizzazioni richieste. Anche Franco è d'accordo: sarà lui personalmente a gestire la trattativa, ma ad un livello più alto, facendo da anello di raccordo tra istituzioni e Cosa Nostra. Una sorta di garante esterno che però si terrà rigorosamente fuori dalla melma delle richieste e contro-richieste. Per quello ci sono i Carabinieri, che verranno mandati avanti a compiere il lavoro sporco.
Ottenuto il via libera, don Vito ordina a Massimo di contattare il capitano De Donno per stabilire immediatamente un appuntamento. Il giorno successivo, Massimo e De Donno si incontrano a Roma in zona Parioli. Parlottano. De Donno gli dice che lo richiamerà il giorno dopo. E così fa: il capitano del Ros spiega a Massimo che la loro idea è quella di costruire "un canale preferenziale e privilegiato” per poter interloquire con i vertici di Cosa Nostra tramite una persona stimata come suo padre. La proposta messa sul piatto dai Carabinieri è la resa totale e incondizionata di Cosa Nostra e l'auto-consegna dei superlatitanti. In cambio, lo Stato avrebbe assicurato agevolazioni alle famiglie dei mafiosi (mogli e figli), avrebbe avuto un occhio di riguardo per i loro patrimoni e lo stesso don Vito ne avrebbe tratto vantaggi personali in termini di agevolazioni processuali. Massimo è dubbioso, vuole garanzie, teme per la sua vita. Se viene fuori solo una parola sul fatto che sta facendo da tramite tra i Carabinieri e Vito Ciancimino per la cattura dei superlatitanti, è virtualmente un uomo morto. De Donno lo tranquillizza, gli assicura che nessuna notizia su questa trattativa sarebbe mai venuta fuori. Né ora né mai. Gli consiglia di prendere minime precauzioni e di viaggiare in areo in incognito con il nome “Cianci”. Alla fine Massimo si convince e organizza l'incontro con il padre a Roma in via San Sebastianello 9. La trattativa è ufficialmente avviata.

8 giugno 1992

Il Consiglio dei Ministri approva il decreto antimafia Scotti-Martelli con cui si introduce nell'ordinamento penitenziario l'articolo 41bis, il regime di carcere duro riservato ai detenuti per reati di mafia.
Provenzano fa pervenire a don Vito un pizzino in cui si parla dei suoi problemi di salute e soprattutto della trattativa in corso con i Carabinieri: “Carissimo ingegnere, ho saputo che ha fatto avere le mie analisi al professore. Se ritiene che ci posso andare a trovarlo, me lo faccia sapere e anche come. Se lei pensa che parlare con questa gente ci porti qualcosa di buono, a lei non manca. M. mi ha detto che potremmo vederci il 16 o il 17. Sarebbe più prudente il mercoledì. Mi faccia sapere per tempo”. “M.” è ovviamente Massimo Ciancimino. Provenzano si riferisce qui ad una serie di analisi mediche che aveva fatto e che ora, su consiglio dello stesso don Vito, vuol sottoporre al professor Pagliaro, considerato un luminare di altissimo livello. Ma il riferimento alla trattativa appena avviata è evidente: “questa gente” si riferisce ovviamente ai Carabinieri. Il 16 e il 17 sono date di giugno 1992. Provenzano dice che sarebbe più prudente che l'incontro avvenga mercoledì 17. Don Vito, nonostante la sua nota scaramanzia, accetta di incontrare Provenzano quel giorno, perché al mercoledì, in zona, c'è sempre un mercato rionale molto affollato che permette di passare inosservati e di confondersi tra la gente. Inoltre, poco distante da lì vive suo figlio Giovanni, cosa che gli fornisce un alibi perfetto nella remota ipotesi di controlli da parte delle forze dell'ordine.
Questo pizzino è di fondamentale importanza perché dà un'indicazione temporale stringente sull'inizio della trattativa. E che siamo agli inizi lo testimonia la frase prudente di Provenzano, ancora fiducioso nel possibile buon esito dei colloqui con i Carabienieri: “Se lei pensa che parlare con questa gente ci porti qualcosa di buono...” Ma soprattutto, in quell'anno, nel 1992, ci fu un solo mercoledì 17. E cadde appunto in giugno, ben prima della strage di Via D'Amelio. Dalle date, non si può scappare.

Seconda settimana di giugno

E arriva il giorno fatidico del primo incontro. Verso mezzogiorno Massimo aspetta il capitano De Donno in strada, all'angolo con piazza di Spagna. Appena arriva, lo accompagna su in casa dal padre. L'incontro dura circa un'ora e mezza. De Donno ribadisce la richiesta dei Carabinieri: resa incondizionata dei super-latitanti in cambio di agevolazione per le loro famiglie. Don Vito fa capire immediatamente che, con queste premesse, non e' possibile andare avanti. E' inimmaginabile che egli possa andare da Riina e Provenzano a proporre una cosa simile. Sarebbe pericoloso per la sua stessa incolumita'. Rimangono dunque d'accordo che don Vito si sarebbe attivato per aprire un canale di contatto con i vertici di Cosa Nostra per riuscire a capire quali fossero le loro richieste in cambio della cessazione della strategia stragista. Prima di andarsene, De Donno riferisce a Massimo del buon esito della chiacchierata e gli confida che sarebbe tornato sicuramente di lì a poco. Anche don Vito è soddisfatto dell'incontro. Ha capito che ci sono effettivamente dei margini per trattare: De Donno ha promesso che tornerà presto con il suo superiore Mario Mori. Ora don Vito è tutta un'altra persona. Le paure che gli tormentavano il sonno subito dopo l'omicidio Lima sono un lontano ricordo. Adesso, si sente di nuovo potente.
Il figlio Giovanni racconta infatti che, dopo averlo incontrato una ventina di giorni dopo Capaci, la paura che il padre aveva dimostrato dopo l'omicidio Lima era miracolosamente svanita. Le date coincidono perfettamente. Don Vito è ora sicuro di sé, “ringalluzzito”. Spiega Giovanni: “Quella volta mio padre fu particolarmente affabile, gentile. (…) E poi mi disse questa cosa, parlando della strage di Capaci. Mi disse: - Questa mattanza deve finire - . Ma così... ma lo uscì così questo discorso... d'amblèe... guardandomi negli occhi... - Questa mattanza deve finire. Sono stato contattato da importanti personaggi altolocati - mi disse - (...) Sono stato incaricato di trattare con l'altra sponda. Sarà un bene per tutti. - Usò il termine “altra sponda”. Io non sapevo a cosa lui si riferiva perché lui in mia presenza raramente, forse quasi mai, pronunziò la parola mafia. Io devo dire che rimasi scioccato, basito...

Terza settimana di giugno 1992

E infatti dopo qualche giorno arriva anche il colonnello del Ros Mario Mori, in abiti civili. Insieme a lui, il capitano De Donno. Massimo è lì ad attenderli, come al solito, sotto casa e li accompagna di sopra dal padre, in camera da letto. L'incontro dura un paio d'ore. Mori e De Donno spiegano a don Vito di essere mandati per conto del generale Antonio Subranni. Don Vito però ha grosse perplessità. Non ritiene che Subranni né Mori o De Donno possano avere il potere di garantirgli agevolazioni processuali. Paradossalmente, è convinto di avere più chances lui con il procuratore capo a Palermo Pietro Giammanco (che era stato in diretto contatto con Salvo Lima e che, secondo don Vito, aveva contribuito a insabbiare l'inchiesta mafia-appalti del Ros) rispetto agli stessi Carabinieri. “Questi non riescono a mandare avanti le loro di inchieste! Come pensano di aggiustare le mie?” Inoltre, don Vito ha molti dubbi, soprattutto sull'opportunità di trattare con un personaggio imprevedibile e irrazionale come Totò Riina. La chiacchierata con Mori è comunque proficua e getta le basi per i successivi incontri.
Don Vito però, prima di proseguire nella trattativa, vuole avere garanzie a più alto livello. Per questo contatta l'unica persona in grado di fornirgliele, ovvero il famigerato signor Franco. Franco infatti lo tranquillizza e gli assicura che, dietro ai Carabinieri, le istituzioni sono al corrente della trattativa. In particolare gli fa due nomi: il ministro della Difesa Virginio Rognoni e il senatore democristiano Nicola Mancino. Don Vito in realtà non pare molto entusiasta. Vorrebbe avere in mano qualcosa di ancora più grosso. Il suo sogno sarebbe che la trattativa venisse portata avanti direttamente da Luciano Violante, che don Vito considera l'uomo politicamente più potente in quel periodo. Ha il timore infatti che sia Rognoni che Mancino possano cadere da un momento all'altro nella rete di Mani Pulite: “Se Di Pietro non lo fermano...
In ogni caso, don Vito si fida delle parole del signor Franco, che rappresentano la condicio sine qua non per proseguire nei colloqui con i Carabinieri. Non per niente, infatti, don Vito è solito chiamare Franco “il collettore”, ovvero il trait-d'union, l'anello di congiunzione tra il prefetto Domenico Sica e il dottor Emanuele De Francesco, l'ex Alto Commisario per la lotta alla mafia, con il quale Franco si incontrerà più volte a cavallo tra le stragi.

17 giugno 1992

Provenzano e don Vito, come concordato tramite pizzino, si incontrano in un istituto parabancario in piazza Unità d'Italia a Palermo. Subito dopo, don Vito manda Massimo da Pino Lipari per richiedere un contatto ufficiale con Riina. Lipari però è appena stato arrestato nell'ambito dell'inchiesta mafia-appalti e Massimo viene ricevuto dalla moglie. Le chiede di poter aprire un canale preferenziale con Riina. La moglie di Lipari gli organizza un incontro con il dottor Antonino Cinà, l'emissario in pectore di Totò U' Curtu.

21 giugno 1992

Massimo incontra il dottor Cinà e lo mette al corrente delle richieste dei Carabinieri. Riina viene subito informato della cosa ed è euforico: “Si sono fatti sotto!” Si mette immediatamente a scrivere un papello di dodici contro-richieste e lo consegna, redatto a penna in stampatello, a Cina'. E' scritto in modo molto preciso e ordinato, senza grossi errori di grammatica. E' quindi verosimile che sia stato scritto da qualcuno molto vicino a Riina, che “per quanto si sforzasse, non sapeva mettere insieme un soggetto e un predicato”.

Quarta settimana di giugno 1992

Dopo la missione compiuta a Palermo, Massimo e il padre tornano a Roma. E' in quei giorni che avviene il secondo incontro tra don Vito e Mori. E' presente, come al solito, anche De Donno. Si parla verosimilmente del canale ben avviato con Totò Riina, per tramite del dottor Cinà.

23 giugno 1992


Liliana Ferraro, l'allora capo degli affari penali di via Arenula e stretta collaboratrice di Giovanni Falcone, durante la messa del trigesimo anniversario della morte del giudice a Roma, viene avvicinata dal capitano De Donno. Le riferisce dei contatti presi con Vito Ciancimino tramite suo figlio Massimo. La Ferraro, lì per lì, invita De Donno a riferire quelle circostanze direttamente al giudice Paolo Borsellino. Contatta immediatamente anche il ministro della Giustizia Claudio Martelli e gli riferisce l'accaduto. Poi, secondo il racconto dello stesso Martelli, la Ferraro, il giorno stesso, chiama anche Borsellino per metterlo al corrente della situazione.

24 giugno 1992

Don Vito torna a Palermo. Nella sua abitazione posizionata sulla prima curva del monte Pellegrino, incontra di nuovo Bernardo Provenzano. Parlano della trattativa in corso con i Carabinieri. Provenzano dimostra nuovamente perplessità sull'operato di Riina. Non riesce proprio a comprendere perché abbia deciso di intraprendere la strada dell'uccisione di Lima, paradossalmente proprio nel momento in cui Cosa Nostra poteva controllare la procura di Palermo grazie a Pietro Giammanco. E poi, Lima era il loro punto di riferimento a livello istituzionale. Nemmeno Provenzano riesce a trovare un filo logico a questa strategia di Riina.

25 giugno 1992

Gianpaolo Pansa incontra Vito Ciancimino nella casa romana di quest'ultimo. Don Vito comunica a Pansa di aver iniziato a scrivere un libro con le sue memorie: “Quando hanno ucciso Falcone, volevo interromperlo. Ma poi ho visto alla televisione il dottore Borsellino che, in una chiesa di Palermo, diceva: chi ha criticato Falcone, oggi non ha più diritto di parola. Allora mi sono infuriato. Io non avrei più il diritto di parola? Così ho deciso di continuare.” Don Vito durante il dialogo con Pansa parla degli omicidi di Salvo Lima e Giovanni Falcone e cerca di allontanare le responsabilità da Cosa Nostra: “Chi ha ucciso l'uno e l'altro si è opposto in qualche modo al progetto dei due padroni d'Italia (Giulio Andreotti e Bettino Craxi, n.d.a.). Quei due delitti possono essere stati fatti entrambi dalla mafia. Ma io non credo che sia stata la mafia ad uccidere Lima e Falcone.” Ciancimino passa poi a diffamare Giovanni Falcone: “Il dottore Falcone era soprattutto un uomo di potere. Intelligentissimo, furbissimo, sapeva tutto. E arrivava là dove nessuno sapeva arrivare. Era un giudice che voleva comandare. Se fosse stato soltanto un magistrato, non si sarebbe fermato a me ed ai cugini Salvo, gli esattori. Sarebbe andato avanti. Invece, quando ha visto che la DC faceva quadrato attorno a Rosario Nicoletti, il segretario regionale, che dopo di noi era il suo obiettivo, allora lui si è fermato. Il dottor Di Pietro, che è solo un magistrato, mica si ferma, no? Falcone voleva il potere. E s'era trasferito a Roma per conquistarlo. Se fosse riuscito a realizzare la superprocura, sarebbe stato anche lui un padrone d'Italia, perché diventava il capo vero di tutti i giudici, più importante del ministro della giustizia. I ministri passano, ma il superprocuratore resta in carica per quattro anni, quattro anni! E può essere riconfermato per altri quattro. Adesso la superprocura non la faranno più. Non avrebbe senso farla, visto che il dottor Falcone è morto.” Quando Giampaolo Pansa chiede: “Ci saranno altri delitti dopo Lima e Falcone?”, Ciancimino risponde: “E chi può dirlo? Certo ai due padroni d'Italia gli hanno tagliato le dita, però...
Mori e De Donno incontrano Paolo Borsellino, in gran segreto, nella caserma di Carini.  Ufficialmente, secondo quanto dichiarato più volte dagli stessi Mori e De Donno, si parla del dossier mafia-appalti che Borsellino sarebbe intenzionato a riprendere in mano. Spiega Mori: "In quei giorni ebbi ripetuti contatti telefonici col dottor Borsellino, che conoscevo da tempo, sinche' il magistrato chiamo' dicendo che mi voleva parlare riservatamente insieme al capitano De Donno. Decidemmo di vederci a Palermo il 25 giugno 1992 negli uffici del Ros perche' il dottor Borsellino, testuale, non voleva che qualche suo collega potesse sapere dell'incontro. Il magistrato, parlando preliminarmente solo con me, disse che riteneva fondamentale riprendere l'inchiesta mafia-appalti, che rappresentava un salto di qualita' investigativo in quanto strumento per individuare gli interessi profondi di Cosa Nostra e degli ambienti esterni con cui essa si relazionava".
Si parla anche della trattativa in corso con Vito Ciancimino?
La sera stessa, Borsellino partecipa ad un incontro pubblico (l'ultimo della sua vita) organizzato da Micromega. Nella sala stracolma di gente della biblioteca civica di Palermo, con voce lenta, quasi sofferente, dirà: “In questo momento, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all'autorità giudiziaria, che è l'unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell'immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.
Queste cose che io so. Sono parole pesanti che, rilette alla luce dei fatti sopra esposti, assumono un significato tremendamente illuminante. Cosa aveva capito Borsellino? Di cosa si era ormai convinto il giudice?

28 giugno 1992

Si insedia il nuovo governo Amato. Alla Difesa, Salvo Andò (PSI) subentra a Virginio Rognoni (DC). Vincenzo Scotti (DC), ex-Interni, viene spostato momentaneamente agli Esteri. Gli subentra Nicola Mancino (DC), colui che era stato indicato da Franco come la persona che sapeva della trattativa insieme al ministro Rognoni. Don Vito ne è certo: percepisce in questa scelta di sostituire in tutta fretta Scotti con Mancino un chiaro segnale di conferma di quanto garantitogli dal signor Franco.
Nelle stesse ore, Paolo Borsellino si trova all’aeroporto di Fiumicino, in ritorno da una conferenza tenutasi a Bari ed è in attesa del volo per Palermo insieme alla moglie Agnese. Insieme a loro viaggia Liliana Ferraro. Hanno parlato della trattativa in corso? Nella saletta vip dell'aeroporto, Borsellino viene avvicinato dal ministro Salvo Andò che gli comunica: “E' arrivata una lettera bruttissima di minacce contro di lei, di morte, oltre che un rapporto del Ros dei Carabinieri. E c'è anche una minaccia per me.” Borsellino cade dalle nuvole, si infuria, il suo capo Giammanco l'ha tenuto all'oscuro di tutto. La moglie Agnese, nella deposizione del 23 marzo 1995 a Caltanissetta, confermerà sia l'incontro tra il marito e Andò che la presenza della stessa Liliana Ferraro all'aeroporto.
Sempre nelle stesse ore, il dottor Cinà telefona a Massimo Ciancimino e gli confida che ci sono importanti sviluppi. Si devono vedere al più presto. Massimo è costretto ad annullare all'ultimo momento una vacanza a Panarea già organizzata da tempo, in occasione della festa di San Pietro e Paolo del 29 giugno.

29 giugno 1992

Come da accordo preso, Cinà incontra Massimo al Bar Caflisch di Mondello e gli consegna il papello scritto da Riina, in busta chiusa, da consegnare immediatamente al padre.
Nel pomeriggio, un pm della procura di Agrigento, Fabio Salamone, si reca a casa di Paolo Borsellino. L'incontro è di quelli assolutamente riservati. I due si chiudono nello studio privato del giudice. Nemmeno il suo più fidato collaboratore, un giovanissimo Antonio Ingroia, è ammesso al colloquio. Cosa si siano detti, resta tuttora un mistero. E' verosimile che abbiano parlato della posizione imbarazzante del magistrato agrigentino, il cui fratello, Filippo Salamone, emergeva nell'ambito dell'inchiesta mafia-appalti come il dominus della gestione illecita degli appalti in Sicilia ed era stato indicato da più parti come persona vicina a Giovanni Brusca. Al termine dell'incontro - ricorda la moglie Agnese - Paolo Borsellino, sul pianerottolo di casa, consiglia a Fabio Salamone di andarsene dalla Sicilia.


30 giugno 1992

Massimo rimane ancora per qualche giorno a Palermo. Ha un'altra incombenza da sbrigare. Prende in consegna da un parente di Pino Lipari un altro pizzino di Provenzano indirizzato al padre. Il pizzino fa esplicito riferimento all'incontro tra i due del 24 giugno e alla consegna del papello avvenuta il giorno prima: “Carissimo ingegnere, ho ricevuto la notizia che ha ritirato la ricetta dal caro dottore. Credo che è il momento che tutti facciamo uno sforzo. Come già ci eravamo parlati al nostro ultimo incontro, il nostro amico è molto pressato. Speriamo che la risposta ci arrivi per tempo. Se ci fosse il tempo per parlarne noi due insieme. Io so che è buona usanza in lei andare al Cimitero per il compleanno del padre suo. Si ricorda? Me ne parlò lei. Potremmo vederci per rivolgere insieme una preghiera a Dio o come l’altra volta, per comodità sua, da nostro amico [OMISSIS]. Bisogna saperlo, perché a noi ci vuole tempo per organizzarci”.
Il contenuto  criptato del messaggio è fin troppo chiaro: “la ricetta” si riferisce al papello, “il caro dottore” è il dottor Cinà e “il nostro amico” è Totò Riina. Tutto torna. La frase è pesantissima. Secondo Provenzano c'è qualcuno che “pressa” Riina affinché porti avanti la sua strategia folle di attacco frontale allo Stato. Chi sta pressando Riina? Chi gli sta riempiendo la testa di minchiate? Provenzano è in ansia: “Speriamo che la risposta ci arrivi per tempo”. Vuole capire se da parte dei Carabinieri c'è spazio per trattare sulla base del papello presentato da Riina. Spera in una loro risposta prima che sia troppo tardi, prima che Riina vada avanti con altre stragi. Spinge per un nuovo incontro con don Vito. Gli dà un luogo e una data ben precisi: nel cimitero dei Cappuccini, il giorno del compleanno del padre. Che cade il 12 luglio. Le date coincidono perfettamente. E' il secondo pizzino che conferma in modo inequivocabile come la trattativa sia iniziata ben prima della strage di Via D'Amelio. E dalle date, non si può scappare.

1 luglio 1992

Massimo torna a Roma e consegna al padre il papello. Don Vito lo apre in camera da letto con la solita precauzione dei guanti per non rischiare di lasciare impronte digitali. Lo legge e dà disposizione al figlio di contattare immediatamente sia il signor Franco che il capitano De Donno per avere degli appuntamenti separati.
Nelle stesse ore, Borsellino sta interrogando a Roma il pentito Gaspare Mutolo. L'interrogatorio viene interrotto da una chiamata del ministro dell'Interno Nicola Mancino. Borsellino si reca al Viminale. Secondo quanto riferirà Mutolo, nell'ufficio del ministro, Borsellino si troverà di fronte Bruno Contrada e Vincenzo Parisi. Si parla della trattativa in corso con Vito Ciancimino? Mancino nega tutto e dice che a quel tempo non sapeva nemmeno che faccia avesse Borsellino.

Prima settimana di luglio 1992

Don Vito convoca il signor Franco a casa sua e gli consegna il papello ricevuto da Riina. Vuole avere una sua opinione in merito. Non solo. Don Vito rivela a Franco che, per tutelarsi, d'ora in poi vorrebbe registrare le sue conversazioni con Mori e De Donno. Avrebbe messo un registratore nella borsettina gialla che porta sempre con sé e il gioco è fatto. Franco glielo sconsiglia vivamente: “Non facciamo cazzate”. Don Vito invece lo farà davvero e registrerà alcuni successivi incontri con Mori e De Donno grazie al suo mini-registratore SONY. Registratore che rimarrà nella borsettina gialla anche dopo la sua morte. Un mafioso che registrava i Carabinieri. Cose da fantascienza. Massimo ritroverà, tra tutta la documentazione conservata dal padre, anche cinque audiocassette SONY con l'indicazione “INCONTRI MORI-DE DONNO”. Queste cassette sono ora nelle mani dei magistrati di Palermo. Franco prende in consegna il papello e probabilmente lo mostra a chi di dovere. Il giorno seguente, Franco ritorna, come al solito in Mercedes blu con tanto di autista. Restituisce il papello a don Vito, il quale si lascia andare ad un commento poco edificante su Riina: “La solita testa di minchia!”. Esterna il suo disappunto in modo plateale di fronte ad entrambi i figli, Massimo e Giovanni. Le richieste di Riina sono oggettivamente irricevibili. Quella di Riina sembra più che altro una provocazione, solo un modo per alzare il prezzo della posta in gioco. Uno dei punti del papello è la possibilità per i mafiosi della “dissociazione” da Cosa Nostra”, ossia un pentimento ideologico ma non sostanziale, così come era avvenuto con le Brigate Rosse. Proprio in quei giorni escono sui giornali delle interviste al ministro Martelli che parla di “dissociazione” per i mafiosi, criticando fortemente questa possibilità.
Fifetto Cannella da' ordine a Gaspare Saptuzza, killer spietato e uomo fidato dei fratelli Graviano di Brancaccio, di rubare un'auto. Toto' U' Curtu ha in programma un altro "colpetto" da assestare all'agonizzante Prima Repubblica..

10 luglio 1992

A Palermo viene denunciato il furto di una FIAT 126.

12 luglio 1992


Dopo la visita al Cimitero dei Cappuccini alle ore 14:00 per il compleanno del padre, come concordato tramite pizzino don Vito incontra Provenzano nei pressi di Via Pacinotti, all'interno del negozio Mazzara. Chiede a Provenzano di fare un sforzo di mediazione e di convincere Riina ad ammorbidire le richieste impresentabili del papello. I due stabiliscono di incontrarsi di nuovo il 23 luglio.

13 luglio 1992

Il giorno seguente, don Vito torna a Roma insieme con Massimo. Dà subito disposizione al figlio di contattare il capitano De Donno. Si organizza un altro incontro. E' il terzo in ordine cronologico con il colonnello Mori (il quarto con De Donno). Don Vito mostra loro il papello redatto da Riina. I Carabinieri ritengono le richieste inaccettabili. La trattativa si interrompe bruscamente.

14 luglio 1992

Provenzano viene immediatamente informato da don Vito dell'interruzione della trattativa. Inizia un lavorio frenetico per tentare di riallacciare i contatti con i Carabinieri. Provenzano è convinto che si possa ancora fare uno sforzo per venire incontro alle richieste del Ros. Tenta di convincere don Vito a non desistere nella trattativa.

17 luglio 1992

In seguito all'insistenza di Provenzano, don Vito decide di mettere mano al papello. L'idea è quella di riscriverne una versione più ammorbidita: una serie di contro-richieste indirizzate espressamente a Nicola Mancino, Virginio Rognoni e al Guardasigilli Claudio Martelli. E' l'ultimo tentativo di far ragionare Riina. Don Vito infatti cancella alcune richieste del papello originale (come per esempio l’abolizione del 41bis e delle misure di prevenzione) e ne aggiunge altre (come l'idea di portare il maxiprocesso dinanzi alla corte di Strasburgo). Aggiunge anche degli appunti, intesi più come programmi per il futuro che vere e proprie richieste da presentare allo Stato, come la costituzione di un “Partito del Sud” e la riforma della Giustizia all'americana. E' questa la versione del papello, riveduta e corretta, consegnata da Massimo Ciancimino ai magistrati di Palermo e che uscirà sui giornali nel mese di ottobre 2009.

19 luglio 1992

Alle 16:58 una Fiat 126 carica di Semtex esplode in Via D'Amelio a Palermo. Muoiono inceneriti il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Walter Cosina. Don Vito, appena saputa la notizia, chiama al telefono il figlio Massimo. Gli dice di venire immediatamente perché è successo qualcosa di grosso. Massimo lo raggiunge e insieme guardano in televisione i primi filmati girati subito dopo la strage. Don Vito è traumatizzato, indignato. Si sente addirittura un po' colpevole. Dice: “Abbiamo messo benzina sul fuoco. Con questa gente (Riina, n.d.a.) non si doveva trattare; il peggiore errore che è stato fatto in tutta 'sta storia è stato chiedere a te (Massimo, n.d.a.) e poi a me di aprire una trattativa in un momento in cui la mafia dimostrava il più alto potere a livello bellico”. Le sue intuizioni erano giuste. Era stato un errore imperdonabile dar credito a Riina e permettergli di trattare con lo Stato. E' inutile farlo ragionare. Quello, “nella sua cretinaggine”, ora si è messo in testa di essere invincibile. Don Vito ne è certo: Borsellino è la vittima innocente sacrificata sull'altare della trattativa. E per questo non riesce a darsi pace.

20 luglio 1992

Don Vito fa pervenire a Provenzano, tramite Massimo, una missiva in cui annulla l'incontro già stabilito per il 23 luglio, in cui Provenzano avrebbe dovuto riferire a don Vito l'esito della mediazione con Riina. Evidentemente, la mediazione non era andata a buon fine.  

21 luglio 1992


Provenzano risponde alla missiva di don Vito: “Carissimo ingegnere, M. mi ha detto che visti i fatti accaduti non è prudente incontrarci giovedì 23 come ci eravamo detto l'ultima volta che ci siamo visti. Ho parlato con amici comuni e mi hanno detto che M. quando viene a Palermo non è solo. So che il ragazzo si guarda. Secondo me c'è qualcosa che non funziona e se lei continua a parlarci con questa gente mi faccia sapere. Che il buon Dio ci protegga”.
Provenzano è dunque venuto a sapere che Massimo viene pedinato mentre si sposta a Palermo. Alla luce di quanto avvenuto con la strage di Via D'Amelio, Provenzano nutre sospetti sui Carabinieri e mostra grande diffidenza: “C'è qualcosa che non funziona...” Qualcosa, evidentemente, è andato storto. Inoltre, altro particolare importantissimo, in quell'anno, nel 1992, non ci furono altri giovedì 23 che caddero dopo la strage di Via D'Amelio. E' il terzo pizzino che dimostra in modo inequivocabile che i colloqui tra don Vito e i Carabinieri erano iniziati ben prima della strage del 19 luglio (“se lei continua a parlarci con questa gente...”).  Dalle date, non si può scappare.

22 luglio 1992

Fernanda Contri, segretario generale presso la presidenza del Consiglio dei Ministri, appena nominata in questo ruolo da Giuliano Amato, incontra il colonnello Mori. Mori le confida che sta sviluppando importanti investigazioni e precisa che si sta incontrando con Vito Ciancimino.

Fine luglio 1992

Da una fonte confidenziale del maresciallo Antonino Lombardo, tale Francesco Brugnano, il Ros apprende l'indicazione che, per arrivare alla cattura di Riina, e' necessario guardare alla famiglia mafiosa della Noce, guidata da Raffaele Ganci. Viene per questo costituito un gruppo operativo speciale comandato da Sergio De Caprio, al secolo Capitano Ultimo.

Primi di agosto 1992

C'è un momento di vuoto, di stasi. Don Vito si consulta anche con il figlio Giovanni, avvocato. Vuol sapere se ci sono realmente le condizione giuridiche per la revisione del maxiprocesso e la revoca della confisca dei beni ai mafiosi, che sono poi le uniche due cose che importano a Riina. Racconta Giovanni: “Dopo via D'Amelio (…) lui poi mi chiamò, era a Palermo, era sera. Disse: - Vieni a casa, ti devo parlare. - (…) Io andai e mi disse: - Facciamoci una passeggiata a monte Pellegrino. E' assai che non vedo monte Pellegrino. - E ci mettemmo in macchina, ovviamente guidavo io. Sembrava molto più... molto più sciolto. (…) Ed esordì con questa frase mentre io guidavo: - Tu che sei avvocato, ma... che cos'è la revisione del processo? - Io chiesi: - Ma... processo penale? - (…) E gli spiegai che cos'era la revisione del processo penale. (…) E poi lui se ne uscì con una cosa che mi lasciò stralunato. Dice: - E allora si potrebbe fare la revisione del maxiprocesso! - Io lo guardai come se stesse parlando di fantascienza. (…) Ricordo che dissi: - Neanche Mussolini potrebbe farlo - (…) Lo esclusi completamente... come ipotesi di fare la revisione del maxiprocesso. Disse: - Ah! Va bene, ve bene... - E aveva tirato dalla tasca un pezzo di carta, arrotolato, a mo' dei temi o dei compiti che si entrano magari durante gli esami... questa specie di... come se fosse il classico rotolo... e poi mi disse, ancora continuando: - Ma... la legge penale non vale per il futuro da quando è stata introdotta? - Io dissi: - La legge penale dispone per l'avvenire ammesso che, in una normativa, ci siano degli elementi a favore di un soggetto che è stato condannato, il cosiddetto favor rei - E dice: - Allora, quindi, è assurdo confiscare i beni oltre il 1982 che è entrata in vigore la legge Rognoni-La Torre... -  E io dissi a mio padre: - Ma tu mi hai parlato di una norma penale. La legge Rognoni-La Torre non sono norme penali, né amministrative. Quindi...- Dice: - Ma allora si potrebbe stabilire che vengono confiscati i beni oltre l'82 e tutti gli altri...- -Stabilire? Ci vuole una legge dello stato! In questo modo si può stabilire! Con un'apposita legge dello stato. Anche perché più volte la Cassazione si era espressa in senso negativo dicendo che la confisca del bene vizia il bene all'origine (...)- Lui cominciò a infastidirsi perché in pratica io gli diedi due risposte altamente negative”.
Sempre in macchina, il padre, sull'andamento della trattativa, gli rivela: “Quella cosa è andata avanti. Sono state fatte delle richieste dall'altra sponda a questi personaggi altolocati”.

Metà agosto 1992


Don Vito incontra Provenzano almeno due o tre volte. Stanno pensando ad una trattativa alternativa. Una seconda fase, per così dire. Una fase in cui Riina, da interlocutore, deve diventare l'obiettivo. Sarà Provenzano a prendere in mano le redini, sempre in accordo con il signor Franco. Entrambi verranno costantemente informati degli incontri con i Carabinieri. Spiega Massimo: “Mio padre dice: adesso conduco io il gioco”. Riina viene tagliato fuori. Il papello diventa carta straccia. Ora, sul piatto della bilancia, c'è ben altro.

22 agosto 1992

Don Vito ordina a Massimo di riprendere i contatti con i Carabinieri. Massimo telefona a De Donno per chiedere un nuovo incontro.

25 agosto 1992

Inizia ufficialmente la seconda fase della trattativa. L'incontro avviene sempre a Roma in via San Sebastianello 9. Mori e De Donno chiedono espressamente a don Vito la cattura di Riina. Niente più resa incondizionata dei super-latitanti: l'unico obiettivo è Totò U' Curtu. E' don Vito però che ora decide le regole del gioco. Sa anche lui che l'unica soluzione per sopire l'eco creata dalle bombe è far catturare Riina. Ma vuole avere garanzie a livelli altissimi. Vuole qualcuno che possa aggiustargli la propria situazione personale. E' lui ad avere in mano il coltello dalla parte del manico, ora. Senza di lui e l'appoggio di Provenzano, i Carabinieri sanno che non potranno mai arrivare da nessuna parte in tempi brevi. Don Vito insiste perché della cosa venga informato Luciano Violante. Lo considera l'uomo che ha letteralmente in mano la magistratura in quel momento. “Arrivate all'onorevole Violante ed io vi aiuto”, dice don Vito a Mori. I Carabinieri acconsentono. Il patto è stipulato: Provenzano e don Vito aiuteranno i Carabinieri ad arrestare Riina; i Carabinieri, con un tacito consenso, regaleranno l'impunità a Provenzano, che sarà libero di riprendersi in mano le redini di Cosa Nostra e di “sommergerla”, riportando la situazione all'equilibrio pre-Riina. Don Vito, da canto suo, per la sua opera di mediazione tra Provenzano e i Carabinieri, riceverà benefici personali in termini di patrimonio e di processi a suo carico.

Fine agosto 1992

Continuano, serrati, gli incontri tra don Vito e il colonnello Mori. Mori gli conferma che c'è l'assenso di Violante. Sta bluffando? Sia come sia, don Vito è rincuorato e si mette subito a scrivere una lettera per avere un'audizione ufficiale con Violante. Don Vito inizia un'opera di convincimento nei confronti di Provenzano: è assolutamente necessario che intervenga per mettere fine alla strategia stragista di Riina. Gli dice espressamente: “Riina è impazzito. Il soggetto va tagliato fuori”. Gli fa anche capire che, se Riina è diventato quel che è diventato, è anche responsabilità sua. Ora deve fare qualcosa per rimediare. Provenzano matura così l'idea di vendere Riina ai Carabinieri. Convince don Vito a chiedere a Mori un passaporto perché in futuro possa incontrarlo in Germania, dove vive suo fratello. Provenzano ritiene questa una mossa più prudente, in vista dell'arresto di Riina e della prevedibile reazione dei suoi famigliari.
Il padre riferisce al figlio Giovanni: “Mi hanno fatto capire che devo chiedere il passaporto”. Giovanni rimane visibilmente stupito: il padre aveva una condanna a dieci anni in primo grado. Cerca di spiegargli che, così facendo, potrebbe mettersi in condizione di farsi arrestare per pericolo di fuga. Gli chiede da chi sia arrivata questa richiesta. Il padre si rifiuta di rispondere e gli dice di andare dal professor Campo per farsi preparare un'istanza di richiesta passaporto. Il professor Campo si rifiuta decisamente: la cosa non sta né in cielo né in terra. Ma don Vito fa di testa sua e fa presente a Mori che per poter continuare la trattativa avrà bisogno del passaporto per andare in Germania, dove si sarebbe incontrato con Provenzano. I Carabinieri acconsentono e promettono di attivarsi in tal senso.

Prima meta' di settembre 1992

Massimo fa pervenire al padre un altro pizzino di Provenzano: “Carissimo ingegnere, mi è stato comunicato che gli stessi con cui parliamo adesso, hanno affittato un appartamento di fronte a casa sua. Hanno piazzato un ufficio per sentire e guardare. Ho visto che l’ultima volta ha dormito in albergo. Volevo sapere se anche lei era già stato informato. Dobbiamo essere prudenti anche per il giorno del prossimo appuntamento. Farò sapere io a M.”.
Provenzano ha evidentemente ricevuto una soffiata ed è venuto al corrente che “gli stessi con cui parlano adesso”, ovvero i Carabinieri e i Servizi, hanno affittato un appartamento al terzo piano di Via Sciuti 85 a Palermo (di fronte al palazzo dove abitava don Vito al settimo piano) e vi hanno piazzato una base di ascolto e di osservazione. Ma don Vito già l'aveva saputo da Franco e da tempo dunque dormiva all'hotel Astoria Palace, accanto al Mercato Ortofrutticolo. Notare il cambio fondamentale nel modo di porsi di Provenzano: "Gli stessi con cui parliamo..." E' la prima volta che usa il plurale. Nei tre pizzini precedenti, aveva sempre dimostrato di essere uno spettatore esterno della trattativa ("Se lei pensa che parlare con questa gente ci porti qualcosa di buono, a lei non manca". "Se lei continua a parlarci con questa gente..."). E' un'ulteriore dimostrazione del ruolo attivo che Provenzano assume dopo la strage di Via D'Amelio. Ora è lui a trattare direttamente con i Carabinieri.

25 settembre 1992

Luciano Violante viene eletto Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia.

Ottobre 1992

Avvengono tre differenti incontri tra Mario Mori e Luciano Violante. Nel primo incontro Mori comunica a Violante che Vito Ciancimino vuole a tutti i costi parlargli in privato e che ha anche terminato la stesura di un libro in titolato "Le mafie" che vorrebbe sottoporre alla sua attenzione. Violante risponde che non intende avere incontri riservati. Se don Vito voul parlare, lo puo' fare pubblicamente davanti alla Commissione Antimafia. Nel secondo incontro Mori porta a Violante il libro scritto da don Vito e sollecita di nuovo un incontro tra i due: "Ciancimino potrebbe dire cose molto importanti". Violante ribadisce che Ciancimino, per poter essere ascoltato, deve presentare un'istanza ufficiale. Nel terzo incontro, Violante esprime a Mori il suo giudizio abbastanza negativo sul libro "Le mafie". Non e' un granche', anzi e' abbastanza noioso. Chiede a Mori se sia stata informata l'autorita' giudiziaria di Palermo di questa volonta' di Ciancimino di parlare. Spiega Mori: "Io gli risposi di no, spiegando che intendevo avvalermi della facolta' concessa agli ufficiali di Polizia Giudiziaria ai sensi dell'articolo 203 del Codice di Procedura Penale di non rivelare le proprie fonti confidenziali. Precisai che in quel momento ritenevo doveroso informare della mia attivita' lui che era titolare di una funzione istituzionale equiparabile a quella della magistratura e faceva parte dell'opposizione. Per quanto riguardava l'autorita' giudiziaria di Palermo (...) mi reserbavo di metterla al corrente allorquando il nuovo procuratore della repubblica, come si prevedeva che avvenisse di li' a poco, fosse assunto in funzione. L'onorevole Violante non replico'".

26 ottobre 1992

Si insedia ufficialmente la Commissione Parlamentare Antimafia. Don Vito non perde tempo e il giorno stesso scrive a Violante, chiedendo di essere sentito per dare la sua versione sul delitto Lima, che lui definiva “un avvertimento che va oltre la persona della vittima e punta in alto perché fa parte di un disegno più vasto, che potrebbe spiegare molte altre cose”. Ma pone una condizione: alla sua udizione dovranno essere presenti anche le telecamere televisive.

27 ottobre 1992

Violante riceve la lettera di don Vito, ma ritiene inaccettabile la richiesta delle telecamere. Don Vito si ricrede ed accetta di parlare anche a telecamere spente.

29 ottobre 1992 

Si riunisce l’ufficio di presidenza della Commissione Antimafia. Violante propone accertamenti sul delitto Lima e ricorda che “l’on. Ciancimino ha chiesto di essere ascoltato dalla Commissione, rinunciando alla presenza delle televisioni”. Si decide di rimandare l'audizione di don Vito a data da destinarsi.

10 novembre 1992

Si riunisce di nuovo l'ufficio di presidenza della Commissione Parlamentare Antimafia. Si parla di nuovo di Vito Ciancimino, ma non per decidere quando ascoltarlo, bensì si auspica un intervento del Csm affinché siano applicate le misure di prevenzione nei confronti di don Vito.

Metà novembre 1992

Don Vito strappa definitivamente a Provenzano la promessa di rivelare il nascondiglio di Riina. Chiama immediatamente il figlio Massimo e gli dice di ricontattare De Donno per farsi dare il materiale necessario all'individuazione del covo. De Donno si attiva e fa pervenire a don Vito vari tabulati di utenze telefoniche, del gas, dell'acqua, della luce e le mappe catastali di Palermo arrotolate in alcuni tuboni gialli. Don Vito e De Donno si incontrano a Roma. Don Vito acconsente a rivelare il nascondiglio di Riina, ma vuole avere delle precise garanzie. Le ottiene, sia dai Carabinieri che dal signor Franco: Riina verrà preso, ma non dovrà esserne perquisito il covo. In quella casa infatti ci sono contenute troppe carte “che potrebbero far crollare l'Italia. Riina le considera la sua assicurazione sulla latitanza.
Spiega Massimo: “Una delle preoccupazioni di mio padre e di Provenzano era quella che da anni il Totò Riina si vantava e siccome mio padre, oltre definirlo pericoloso, lo definiva pure inattendibile e megalomane, si vantava che se avessero arrestato lui e preso la sua documentazione, crollava l’Italia; mio padre tutto questo non lo faceva più di tanto credibile, diceva: siccome è pericoloso ed è pure un millantatore, è capace che si scrive le cose da solo, per cui una delle cose, dice, che deve essere chiara è che non deve essere, diciamo, dice: nessuno deve venire in possesso di questo materiale”.

26 novembre 1992

Viene battuta un’Ansa che informa che l’ufficio di presidenza della Commissione Parlamentare Antimafia ha “fatto il punto sul lavoro svolto e sono state tracciate le scadenze future: entro metà dicembre terminerà la fase istruttoria dell’inchiesta sui rapporti tra mafia e politica. Per quella data sarà ascoltato Vito Ciancimino”.

Prima settimana di dicembre 1992

Don Vito raccomanda al figlio Massimo di fare delle copie dei tabulati telefonici e delle cartine topografiche della zona di Palermo-Monreale giù giù fino al Motel Agip  (zona passo di Rigano), la zona dove presumibilmente si nasconde Riina. Don Vito spedisce Massimo a Palermo con tutta la documentazione. Massimo la consegna personalmente a Provenzano in zona di Viale Lazio nei pressi di uno studio dentistico.

7 dicembre 1992

Appare un articolo su Il Giornale: “Miglio intona i Vespri Siciliani. La Lega: diamo sovranità all’Isola. Spadolini: fino a questo non potete arrivare”. L'onorevole Gianfranco Miglio, Lega Nord, teorizza l'idea di una lega del Sud autonoma. Esattamente quello che aveva in mente don Vito da tempo e che aveva introdotto nelle contro-richieste al papello: la creazione di un partito del Sud.

8 dicembre 1992


Don Vito e Massimo tornano a Palermo con il preciso intento di ricevere da Provenzano le mappe dove Zu' Binnu ha segnato il covo di Riina.

Seconda settimana di dicembre 1992

Massimo accompagna il padre da Provenzano in zona di Via Leonardo da Vinci. Provenzano consegna loro una busta con dentro tutta la documentazione. Sulle mappe catastali di Palermo ha segnato con un cerchietto il quartiere in cui si trova il covo di Riina ed ha evidenziato con un pennarello delle utenze telefoniche specifiche. Don Vito riparte per Roma, Massimo resta a Palermo con tutta la documentazione. Il giorno dopo riceve ordine dal padre di presentarsi ad un appuntamento sotto lo studio del dottor Braconi. Sul luogo, Massimo trova una macchina. Dentro ci sono Provenzano e un ragazzo, che già aveva visto alcune volte e che era solito fare da autista a Provenzano. Il ragazzo consegna a Massimo una busta contenente una lettera direttamente indirizzata al padre e dei soldi per la famiglia Ciancimino (50 milioni di lire in contanti). De Donno chiama Massimo e lo avvisa che a breve uscirà un'intervista su Panorama in cui si sostiene che l'esito della perizia sul patrimonio sequestrato al padre è positivo. La perizia infatti è stata eseguita dal dottor Di Miceli, un amico dello stesso De Donno. Il capitano del Ros rassicura Massimo e, riferendosi a Di Miceli, dice: “E' l'ultima cosa che fa il commercialista”.

12 dicembre 1992

Compare un articolo sul Corriere della Sera intitolato “Riina e' alle corde e Mancino giura: prenderemo il boss”. Si legge: “Mancino e' categorico perché antepone la cattura di Riina a tutto considerandolo ormai "un obiettivo perseguibile", come dice rivolto al capo della polizia che gli sta accanto nella sala gialla di Palazzo dei Normanni con il presidente della Camera, Napolitano, il superprocuratore Siclari, il capo della Dia, Tavormina, il comandante generale dei carabinieri, Viesti, e il presidente dell'Antimafia, Luciano Violante. Ordine numero uno: catturare Riina. "Si deve perseguire con tenacia questo obiettivo, prefetto Parisi, dispiegando ogni mezzo di indagine - insiste Mancino. La polizia e' ora dotata di strumenti idonei per arrivare alla cattura". Il tono e' quello del monito garbato di chi aspetta risultati concreti nell'arco di poco tempo e Parisi raccoglie con fair play escludendo una messa in mora: "E' uno stimolo. Arrestare Riina e' un obiettivo realizzabile in tempi ragionevoli"”.

14 dicembre 1992

Su Panorama esce l'articolo di cui aveva parlato De Donno. Si intitola “Prossimo il dissequestro dei beni di Ciancimino. Una perizia ne dimostra la totale liceità”. Nel pezzo, si dice che è imminente il dissequestro dei beni di don Vito e che la perizia del dottor Di Miceli dimostrerebbe che in realtà il patrimonio di don Vito non solo non appare sproporzionato, ma anzi addirittura la metà di quello che avrebbe potuto essere in base alle sue reali possibilità imprenditoriali. Tra il passaporto in arrivo e il patrimonio in procinto di essere dissequestrato, don Vito è galvanizzato, entusiasta di come stiano andando le cose. Vede finalmente la luce in fondo al tunnel per i propri problemi giudiziari.

17 dicembre 1992

Don Vito raggiunge di nuovo il figlio Massimo a Palermo per un paio di giorni.

19 dicembre 1992

Don Vito torna a Roma e, appena messo piede sulla terraferma, viene arrestato. Massimo, da Palermo, chiama De Donno per capire cosa stia succedendo. De Donno gli assicura che lui non c'entra niente e che anche lui è all'oscuro rispetto a questo ripristino di custodia cautelare nei confronti del padre. Massimo riparte immediatamente alla volta di Roma con tutta la documentazione datagli da Provenzano. Dal  carcere di Rebibbia, Massimo riceve una telefonata. E' ancora De Donno. Si trova lì in cella, insieme al padre. Gli passa don Vito, che lo sollecita a restituire a De Donno le cartine topografiche con su segnato il covo di Riina.

20 dicembre 1992


Don Vito, in carcere, prende carta e penna e scrive una lettera disperata a Provenzano. Dice: “Visto che mi avete usato, ora tanto vale che mi ammazziate. Visto che tu sei in grado di farlo, porta a compimento il tuo lavoro!”. Chiude la lettera e la consegna a Massimo perché la recapiti a Provenzano. Massimo la prende, la ripone in un cassetto e non la consegnerà mai. Questa lettera ora è nelle mani dei magistrati di Palermo.

28 dicembre 1992

Fernanda Contri si incontra per la seconda volta con Mori. Mori le conferma che il rapporto con Vito Ciancimino sta proseguendo. Le confida: "Mi sono fatto un'idea che Ciancimino è il capo o uno dei capi della mafia."

21 dicembre 1992

Massimo consegna a De Donno le mappe con su segnato il covo di Riina.
 
10 gennaio 1993

A domanda di un giornalista, Nicola Mancino rivela: “Prendiamo Riina”.

15 gennaio 1993

Il Capitano Sergio De Caprio prende Riina, poco distante dal suo covo, all'altezza della rotonda del motel Agip. Il suo covo non verrà mai perquisito, come da accordi presi. Don Vito, in carcere, si lamenta del fatto di essere stato scavalcato e sostituito, usato e gettato via. Ora viene fatto tutto senza di lui, ma esattamente come lui aveva stabilito. Non si dà pace. Si duole del fatto che se la trattativa fosse stata portata avanti da Violante, le cose non sarebbero finite in quel modo. Commenta con Massimo: “Sono stato fottuto”. Anche l'altro figlio Giovanni va a trovarlo a Rebibbia: “Mai lo vidi abbattuto come in quella circostanza”. C'era infatti la prospettiva che ci rimanesse per molto tempo in carcere. “Disse: - Mi hanno tradito! Mi hanno venduto! - Usò questi termini. Questa frase la ripeté sino all'esasperazione. - Mi hanno tradito! Mi hanno venduto! - Non mi disse mai chi”.  
Nelle stesse ore, Gian Carlo Caselli si insedia come nuovo procuratore capo a Palermo.

Fine gennaio 1993

Mentre la procura di Palermo inizia ad interrogare don Vito, lo stesso continua ad incontrare sia Mori che De Donno in carcere. I tre concordano anche di scrivere un memoriale falso di 11 pagine (nel caso avvenisse qualche perquisizione dell'autorità giudiziaria) in cui si farà risalire il loro primo incontro ad una data successiva alla strage di Via D'Amelio. Viene concordato il 5 di agosto 1992. Per la cronaca, quel giorno Massimo nemmeno si trovava a Roma: era partito per le vacanze. Nel memoriale si fa intendere che sia Mori che don Vito, per vari motivi, stavano in realtà bluffando. La trattativa, insomma, era tutta uno scherzo. Don Vito, quando, molti anni dopo, raccoglierà tutto il materiale necessario per la stesura di un libro, allegherà anche questo memoriale e ci appiccicherà un post-it giallo con su scritto: “Falso Rapporto”. Il documento originale verrà sequestrato a Don Vito da Antonio Ingroia in carcere (corretto su segnalazione di un lettore ndr). Don Vito, che non sopporta Ingroia, fa spallucce: “Se lo tenga pure quel memoriale, tanto è un'emerita minchiata!”. Tanto è vero che i verbali di tutti i successivi incontri con Mori verranno catalogati ironicamente da don Vito con la dicitura di “Non-verbali”. Perché in effetti quelli non erano veri verbali. Erano concordati e dettati da Mori a seconda della convenienza. Come, per esempio, il “Non-verbale n.17 del 20 gennaio 1994”.

14 maggio 1993

La reazione di Riina non si fa attendere e si preannuncia violentissima. Lui ora è in carcere, ma i suoi uomini più fedeli e sanguinari sono ancora in circolazione. Suo cognato, Luchino Bagarella, fa sua di fatto la strategia stragista ed è determinato a portarla a compimento. Gli darà una mano il suo gruppo di fuoco, capitanato dai fratelli Graviano, Filippo e Giuseppe. Ed è così che l'Italia inizia a bruciare. Un'autobomba esplode a tarda sera in via Fauro a Roma, nel quartiere Parioli. L'esplosione avviene al passaggio di un'auto con a bordo Maurizio Costanzo e sua moglie, Maria De Filippi. Miracolosamente, nessuno rimane ferito. Coincidenza: a pochi passi dall'attentato è parcheggiata una Y10 targata Roma 7A1762. Appartiene a Lorenzo Narracci, uomo dei Servizi Segreti e braccio destro di Bruno Contrada. Coincidenza bis: subito dopo la strage di Capaci, accanto al rottame di un auto, gli agenti della Polizia Scientifica avevano ritrovato un bigliettino con l'annotazione: “Guasto numero 2. Portare assistenza settore numero 2.  Gus, via Selci 26, via Pacinotti”. E poi: un numero di telefono, che corrispondeva proprio al cellulare di Lorenzo Narracci.

27 maggio 1993

Un'altra autobomba, questa volta piazzata a Firenze, in via dei Georgofili, sotto la Torre del Pulci, non distante dalla Galleria degli Uffizi, esplode provocando 5 morti.

29 giugno 1993

Viene ufficialmente costituita “Forza Italia! Associazione per il buon governo” presso lo studio del notaio Roveda a Milano. Gli ideatori sono alcuni noti professionisti, alcuni dei quali inseriti all'interno dell'impero Fininvest e comunque tutti vicini al suo fondatore e proprietario Silvio Berlusconi. Tra di essi compaiono Marcello Dell'Utri, Antonio Martino e Cesare Previti. Il nome è mutuato dallo slogan “Forza Italia” utilizzato nella campagna elettorale della Democrazia Cristiana del 1987.

27 luglio 1993

Nella notte, l'ennesima autobomba, piazzata in via Palestro a Milano, provoca altri cinque morti. Nelle stesse ore altre due autobombe esplodono in rapida successione anche a Roma davanti al vicariato, in piazza San Giovanni, e di fronte alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Non faranno vittime.

18 gennaio 1994


Silvio Berlusconi rompe gli indugi e, dopo mesi di smentite, scende in campo a capo di un nuovo partito politico. Si chiama Forza Italia.

27 gennaio 1994

In un bar di Milano vengono arrestati Filippo e Giuseppe Graviano.

6 febbraio 1994

Secondo il pentito Antonio Scarano, questa è la data in cui gli uomini di Bagarella avevano progettato l'ennesima strage. In occasione della ventiduesima giornata del campionato di calcio, allo stadio Olimpico si disputa Roma-Milan. Una carica di esplosivo avrebbe dovuto far saltare in aria una camionetta dei Carabinieri. L'intenzione era quella di ucciderne almeno un centinaio. Caso vuole che il detonatore faccia cilecca. L'attentato fallisce.

28 marzo 1994

Silvio Berlusconi vince le elezioni politiche. Forza Italia ottiene il 21% dei voti e si afferma come il primo partito italiano.

Aprile 1994

Don Vito si trova in carcere a Rebibbia. Massimo riceve l'ennesima lettera da parte di Provenzano e si reca dal padre in carcere. Non potendogli consegnare documenti, gliela legge mentre il padre la trascrive. E' un foglio A4 indirizzato nuovamente a Marcello Dell'Utri e, per conoscenza, a Silvio Berlusconi. Don Vito ascolta, non commenta e ordina al figlio di nasconderla a casa a Roma nell'ultima pagina dell'enciclopedia Treccani, dove verrà ritrovata solo a seguito di una perquisizione del 2005, ma incredibilmente priva della metà superiore, strappata. Eppure Massimo ricorda di averla sempre vista tutta intera. La parte rinvenuta della missiva recita: “...posizione politica, intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento, Onorevole Berlusconi, vorrà mettere a disposizione una sua rete televisiva.”
Il triste evento che Provenzano prospetta è sempre riferito alla morte del figlio di Berlusconi, in analogia con la prima lettera del 1991. Il testo fa chiaro riferimento ad una vecchia intervista di Berlusconi a Repubblica risalente alla fine degli anni '70 quando Berlusconi, a domanda del giornalista, aveva dichiarato che, nel caso un suo amico avesse deciso di scendere in politica, non avrebbe avuto problemi a mettergli a disposizione una sua rete televisiva. Evidentemente, per Provenzano, è giunto il momento per Berlusconi di adempiere a quella promessa.
Don Vito riscrive la lettera, perfezionandola e modificandola leggermente. La seconda parte della versione manoscritta da don Vito recita: “E p.c. al Presidente del Consiglio dei ministri on. Silvio Berlusconi, ...anni di carcere per questa mia posizione politica, intendo dare il mio contributo (e non sarà modesto) perché questo triste evento non abbia a verificarsi. Sono convinto che se si dovesse verificare questo evento (sia in sede giudiziaria che altrove), l'onorevole Berlusconi metterà a disposizione una delle sue reti televisive. Se passa molto tempo ed ancora non sarò indiziato per il reato di ingiuria, sarò costretto ad uscire dal mio riserbo che dura da anni e sarò costretto e convocherò...
Questa volta il destinatario è assolutamente leggibile: Silvio Berlusconi, per conoscenza. La minaccia fa riferimento a un triste evento che però non è più la morte del figlio, quanto una possibile inchiesta giudiziaria nei confronti di Berlusconi. Inchiesta che avrebbe potuto prendere il via sulla base delle eventuali dichiarazioni che don Vito avrebbe potuto fare. E infatti don Vito minaccia di iniziare a parlare e di convocare una conferenza stampa per precisare alcune cose. Cosa? Massimo spiega che il padre aveva intenzione di raccontare come la nascita di Forza Italia fosse stata nient'altro che una naturale conseguenza della trattativa.

Primi mesi del 1995

Il colonnello Michele Riccio, un passato glorioso alle dipendenze del generale Dalla Chiesa nel contrasto alle Brigate Rosse, poi per vari anni al Ros insieme a Mario Mori e a un giovanissimo Sergio De Caprio, ora in servizio alla Direzione Investigativa Antimafia (Dia), sfruttando le rivelazioni di Luigi Ilardo, confidente personale, nome in codice “Oriente”, mafioso della famiglia di Piddu Madonia, fa terra bruciata attorno a Provenzano. E' un lupo solitario, il colonnello Riccio. Ama lavorare in piena indipendenza, sfruttando le preziosissime indicazioni del suo confidente. E questo gli provocherà non pochi grattacapi con i suoi superiori. In pochi mesi riesce ad arrestare nell'ordine: Santo Sfameni, Vincenzo Aiello, Giuseppe Nicotra, Domenico Vaccaro, Lucio Tusa e Salvatore Fragapane. Provenzano è alle corde, arroccato nelle campagne di Mezzojuso. Come unico intermediario gli rimane solo Ilardo, il traditore.

24 giugno 1995

Viene arrestato Leoluca Bagarella e sottoposto al regime 41 bis nel carcere dell'Aquila.

Settembre 1995

Il colonnello Riccio torna al Ros come “aggregato” dopo i clamorosi successi ottenuti alla Dia e mette a conoscenza il colonnello Mori delle sue attività investigative volte alla cattura di Provenzano.

Fine ottobre 1995


Ilardo informa Riccio che Provenzano, finalmente, gli ha chiesto un incontro diretto. L'incontro è fissato per il 31 ottobre presso una masseria di Mezzojuso. Ilardo indica a Riccio il luogo esatto. E' il momento che il colonnello Riccio aspettava da anni, il coronamento di tutta una carriera. La cattura di Provenzano sembra ormai cosa fatta.

30 ottobre 1995

In una riunione con i comandanti del Ros Mario Mori e Mauro Obinu, il colonnello Michele Riccio li mette al corrente della soffiata di Ilardo. C'è la concreta possibilità di catturare Provenzano. Sia Mori che Obinu però non dimostrano alcun entusiasmo. Appaiono alquanto scettici. Alla fine decidono che i Carabinieri si sarebbero dovuti limitare ad una semplice osservazione a distanza dell'incontro. Riccio non ne capisce il motivo, ma obbedisce agli ordini.

31 ottobre 1995

Mori invia il capitano Antonio Damiano con un gruppetto di una decina di uomini nelle campagne di Mezzojuso. Damiano è inesperto delle zone, non conosce assolutamente i luoghi e dispone i propri uomini a distanza di sicurezza dal casolare. Provenzano arriva con Ilardo, l'incontro avviene in tutta tranquillità. Gli uomini di Damiano si limitano a scattare qualche foto da lontano. Provenzano se ne va indisturbato. E sparirà nel nulla per altri undici, lunghissimi anni.

22 marzo 1996

Sull'agenda del colonnello Riccio, a questa data, si legge: “Come sempre enormi difficoltà a stabilire contatti telefonici con lui. Non ho un ufficio e vengo sbattuto da un posto all'altro. Della mafia non gliene frega niente a nessuno”. Riccio è sempre più avvilito della desolante inefficienza che sfocia quasi in immobilità che vige all'interno del Ros. Ha bisogno di comunicare con Ilardo ma non ha a disposizione nemmeno un telefono fisso. Deve fare triangolazioni telefoniche con la moglie.

2 maggio 1996

Ilardo decide finalmente di terminare la sua vita di infiltrato in Cosa Nostra e di collaborare ufficialmente con i magistrati. Avviene un incontro a Roma con i procuratori di Palermo Gian Carlo Caselli e Teresa Principato e il procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra. Poco prima dell'audizione, il colonnello Riccio presenta Ilardo a Mori. Non si erano mai incontrati in precedenza. Ilardo ha una reazione inconsulta. Grande e grosso com'è, gli si scaglia contro dicendo: “Certi attentati commessi da Cosa Nostra non sono stati voluti da noi ma da voi e dallo Stato!”. Mori rimane esterrefatto, non reagisce, volta i tacchi e senza proferire parola esce dalla stanza. Inizia l'audizione con i tre magistrati. Ilardo non ha alcuna fiducia in Tinebra e durante il colloquio si rivolge solamente al procuratore Caselli. Dice di avere cose grosse da raccontare (i legami tra politica, mafia e massoneria) e si dice disponibile ad aiutare i magistrati ad identificare i mandanti occulti delle stragi. L'incontro termina con l'accordo che Ilardo avrebbe iniziato un'ufficiale collaborazione due settimane più tardi. Giusto il tempo di tornare a Catania e sistemare le sue faccende famigliari. Nessun verbale di questo primo colloquio con i magistrati verrà mai redatto.

10 maggio 1996

Ilardo viene ammazzato a Catania. Ricorda il colonnello Riccio: “E lì è stata un'altra fotografia, un altro momento che per tutta la vita non mi abbandonerà mai. Mia moglie mi sente arrivare, mi meraviglia... (…) trovo la porta di casa mia aperta... cioè, mi è sembrato strano. Apro e trovo mia moglie seduta sulla poltrona davanti al Televideo che piangeva. (…) E leggeva in maniera quasi ipnotica la notizia della morte di Ilardo”. A Riccio sembra di “vivere un film”. Una volta riperso dall'emozione, corre al telefono e chiama la moglie di Ilardo, si presenta come “Bruno” (così erano abituati a chiamarlo in codice). La moglie conferma: “Ce l'hanno portato via!”. Nessuno, dal Ros, l'ha avvisato di niente. Allora Riccio prende il telefono e chiama lui Mori: “Scusate, è morto Ilardo e nessuno mi avvisa?!? Io domani scendo giù...”. E così farà.

11 maggio 1996

Riccio prende il primo aereo da Genova e scende di nuovo a Roma. Entra negli uffici del Ros, va di getto verso il colonnello Mori e il generale Subranni e urla: “Siete voi i responsabili! Questa vostra gestione! Il vostro modo di fare! Siete stati voi a causare la sua morte! L'hanno ammazzato per impedire la sua collaborazione!”. Mori appare molto colpito, tenta di confortare Riccio, concorda sul fatto che la morte di Ilardo è stata dovuta ad una più che probabile fuga di notizie sulla sua imminente collaborazione. Il generale Subranni invece non appare per nulla turbato. Anzi, sembra quasi divertito della cosa. Schernisce Riccio ridacchiando e butta lì un'oscura minaccia: “Ti hanno ammazzato il confidente, eh? Stai attento adesso che scendi in Sicilia...” Riccio non ha assolutamente voglia di scherzare: “Guardi che lei non mi spaventa...

15 maggio 1996


Il colonnello Riccio prende carta e penna, raccoglie tutte le agende dove ha segnato meticolosamente i vari passaggi della sua vita professionale e inizia a redigere rapporto sull'attività svolta negli ultimi mesi al Ros. E' deciso a scrivere tutto quello che sa e che ha capito. Lo chiamerà “Rapporto Grande Oriente”.

20 maggio 1996

Viene arrestato Giovanni Brusca, l'autore materiale della strage di Capaci. Con questo arresto (dopo quelli di Riina, Bagarella e dei fratelli Graviano) si può dire ufficialmente annientata l'ala stragista di Cosa Nostra.

30 maggio 1996

A questa data, sull'agenda personale del colonnello Riccio si legge: “Lavoro in ufficio. Ho controllato i riscontri del Ros. Sono qualcosa di indegno. Obinu, senza dirmelo, voleva addirittura che nascondessi certe informazioni sulle persone che nascondono Provenzano”. Riccio si riferisce al fatto che il capitano Damiano gli aveva detto esplicitamente che gli era stato richiesto dal maggiore Mauro Obinu di fare pressioni su di lui perché togliesse dal rapporto i nomi dei favoreggiatori della latitanza di Provenzano.

4 giugno 1996

Sull'agenda del colonnello Riccio, a questa data, si legge: “Damiano: parlato del lavoro. Sembrano propensi a pensare che la fuga di notizie su Oriente sia dovuta a Tinebra, come del resto è quella più evidente”. Da tempo circolano voci insistenti sul fatto che la fuga di notizie che ha portato all'omicidio di Ilardo sia partita dalla procura di Caltanissetta, subito dopo l'incontro che Ilardo aveva avuto a Roma con i magistrati il 2 maggio.

Luglio 1996


Don Vito si ritrova fra le mani il testo di un progetto di legge che introdurrebbe la possibilità della “dissociazione” per i mafiosi. Glielo ha fatto pervenire direttamente Provenzano, come al solito tramite il figlio Massimo. Don Vito confessa a Massimo: “E' stato Dell'Utri a farlo pervenire a Provenzano per avere un suo parere in merito”.

1 agosto 1996

I senatori Cirami, Bruno Napoli, Nava e Tarolli presentano al Parlamento un disegno di legge in cui chiedono l'istituzione della figura del “pentito-dissociato”, ben distinta da quella del “pentito-collaborante”. Ovvero la possibilità per i mafiosi di accedere a sconti di pena semplicemente professando la propria “dissociazione ideologica” da Cosa Nostra, ma senza rivelare alcunché dei segreti dell'organizzazione criminale.

Primavera 1998

Come periodicamente succede in Italia, esplode il problema delle carceri sovraffollate. Si inizia a parlare di possibili provvedimenti di indulto o di amnistia. Si solleva la polemica politica. Cosa Nostra sta a guardare con occhio interessato. Può essere il primo passo verso uno sconto di pena per i superdetenuti.

Giugno 1998


Il cardinale di Milano Carlo Maria Martini, dopo aver incontrato i detenuti del carcere di San Vittore, si dichiara favorevole all'amnistia, in vista del Giubileo del 2000. Dichiara: “In Israele, il Giubileo era un grande evento di riconciliazione sociale. Per questo sarebbe bello che anche il Giubileo del 2000 si traduca in atti di riconciliazione: penso al problema delle guerre, al debito estero dei paesi poveri, ma anche al carcere”. La prende un po' alla larga, ma alla fine il messaggio è chiaro. E, volente o nolente, arriva potentissimo nelle orecchie di Bernardo Provenzano.

28 giugno 2000

Sul giornale locale “La Nuova Sardegna” compare un'indiscrezione: “Non conterrà una precisa richiesta di provvedimenti di legge a favore dei detenuti, come l'amnistia o l'indulto. Vi saranno tuttavia idee e suggerimenti per un atto di clemenza nei confronti dei carcerati nell'occasione del Giubileo. Si intitola: Messaggio del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II per il Giubileo nelle carceri”. Alla fine dell'articolo si spiega: “All'idea di gesti di clemenza verso i carcerati in occasione del Giubileo si è associata in Italia la Conferenza Episcopale, con alcuni interventi in tal senso del Cardinale Camillo Ruini”. Ecco cosa aveva dichiarato il Cardinal Ruini: “E' avvertita forte l'esigenza di arrivare a misure di clemenza per i detenuti per abbreviare i tempi della pena”.

9 luglio 2000


Il pontefice Giovanni Paolo II, in visita al carcere di Regina Coeli in occasione del Giubileo delle Carceri, chiede ai governanti di ogni parte del mondo “un segno di clemenza a vantaggio di tutti i detenuti”. Bernardo Provenzano comincia a crederci veramente.

Fine luglio 2000

Provenzano scrive un pizzino illuminante diretto sempre a Vito Cincimino: “Carissimo ingegnere, con l’augurio che vi troviate in uno stato di salute migliore di quando vi ho visto il mese scorso, ho riferito i suoi pensieri al nostro amico Sen. Ho spiegato che loro non possono fare provvedimenti come questi dell'amnistia quando governano loro e che è cosa giusta spingere per fare approvare la legge. L'amico mi ha detto che è stata fatta una riunione e sarebbero tutti in accordo. Ho visto che anche il buon Dio con il Cardinale ha chiesto la stessa cosa”.
Il messaggio è tanto inquietante quanto di facile interpretazione. Sfruttando anche l'assist involontario offertogli dalla Chiesa, Provenzano sta facendo pressione su un suo amico senatore perché in Parlamento si convincano a varare l'amnistia. Non solo. Provenzano si dimostra essere un fine conoscitore delle logiche politiche italiane. Sa che in Italia in questo momento c'è un governo di centro-sinistra (il Ministro della Giustizia è Piero Fassino) ed è dunque il momento più propizio per approvare una legge di questo tipo. Ha infatti già invitato il suo amico senatore, evidentemente di area di centro-destra, ad appoggiare la legge in modo bipartisan. In questo modo, questo provvedimento, che favorisce oggettivamente Cosa Nostra, farà meno scalpore e passerà insospettabilmente con l'accordo di tutti. Se l'avessero fatto “loro”, ovvero un governo di centro-destra, sarebbe stato troppo sfacciato. Don Vito, pochi mesi prima di morire, rivelerà al figlio il nome del senatore amico di Provenzano: sarebbe, manco a dirlo, Marcello Dell'Utri. Don Vito gli rivela che da tempo è al corrente del fatto che il senatore Dell'Utri ha incontri privati con Provenzano. I rapporti tra i due sarebbero “stretti, molto stretti”.

Fine ottobre 2000


Il pontefice Giovanni Paolo II scrive al senatore a vita Giulio Andreotti e gli preannuncia che il 4 novembre, al Giubileo dei Politici, ha intenzione di risollevare la questione della clemenza per i detenuti. Andreotti si farà fare una riproduzione in bronzo della lettera e la conserverà in un mobiletto alla destra della sua scrivania.

18 novembre 2000

Nelle mani del Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi arriva una lettera. E' firmata da nove senatori, i tre ex presidenti della Repubblica Giovanni Leone, Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro, e con loro Giulio Andreotti, Giovanni Agnelli, Norberto Bobbio, Carlo Bo, Francesco De Martino e Paolo Emilio Taviani. Chiedono a gran voce che Ciampi spenda una parola per riaprire il dibattito su indulto e amnistia.

17 luglio 2001

Salvatore Cuffaro (UDC), che da giovane faceva l'autista a Calogero Mannino, viene eletto governatore della Sicilia con il 59% dei voti.

11 settembre 2001

Mentre a New York crollano le Torri Gemelle, Massimo Ciancimino consegna al padre, in cura presso una clinica, l'ennesimo pizzino proveniente da Provenzano. Si legge: “Carissimo Ingegnere, ho letto quello che mi ha dato M. ma a scanso di equivoci ho riferito che ne parlerò quando ci sarà possibile vederci. Mi è stato detto dal nostro Sen. e dal nuovo Pres. che spingeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza. Appena ho notizie ve li farò avere, so che l’av. è benintenzionato. Il nostro amico Z. ha chiesto di incontrare il Sen. Ho letto che lei non ha piacere e bisogna prendere tempo. Si tratta di nomine nel Gas. Mi ha detto che vi trovate in ospedale. Che la salute vi ritorni presto e che il buon Dio ci assista”. Secondo Massimo, il “Sen.” di cui parla Provenzano è sempre Marcello Dell'Utri. Il “nuovo Pres.” invece sarebbe Salvatore Cuffaro, neo presidente della regione Sicilia. In ogni caso, chiunque siano il Sen. e il nuovo Pres., l'argomento di discussione è sempre lo stesso: una legge che possa alleggerire le pene per i detenuti (“spingeranno la nuova soluzione per la sua sofferenza”).

Tra il 2001 e il 2002

La “pax mafiosa” instaurata da Bernardo Provenzano vige incontrastata. La teoria della “sommersione” sta dando i suoi frutti. Massimo Ciancimino però è preoccupato. Ha paura che venga chiamato a deporre dai Tribunali che da tempo indagano sulle stragi. Si consiglia con De Donno, il quale gli dice ancora una volta che non ha nulla da temere e gli assicura che su tutta la trattativa sarebbe stato apposto il segreto di stato: “Non se ne parlerà almeno per 30 anni...” Non solo. Gli garantisce che non sarebbe mai stato chiamato da alcuna autorità giudiziaria a testimoniare in proposito. Sia lui che il padre avrebbero goduto di una sorta di immunità. Don Vito, da par suo, riceverà esplicita assicurazione dal signor Franco che il procuratore capo a Caltanissetta, Gianni Tinebra, che ha in mano le indagini sulla strage di Via D'Amelio, non chiamerà mai né lui né Massimo a testimoniare. E così infatti accade.
Don Vito, che ormai ha compreso di essere stato tradito, matura l'idea di raccogliere tutta la documentazione relativa alla trattativa per scriverne un libro. De Donno invece chiede più volte a Massimo di far sparire tutto ciò che possa far riferimento alla trattativa. Massimo non ci pensa nemmeno e, mentre raccoglie tutti i documenti utili alla stesura del libro, rinviene anche degli appunti scritti a quattro mani dal padre e dal giornalista Lino Jannuzzi. A pagina 253, dove si parla dei passaggi salienti della trattativa, c'è una glossa a margine dello stesso don Vito che recita: “E' un falso evidente”. Massimo prende nota: inserirà il passaggio nel suo futuro libro a testimonianza dei vari depistaggi concordati di volta in volta con Carabinieri e giornalisti consenzienti.
Sempre in quegli anni, Massimo tenta di convincere il padre a “passare il Rubicone” come diceva lui, ovvero a collaborare con la giustizia. Don Vito però è restio. Promette: “La prima volta che vedrò Andreotti condannato, solo allora inizierò a parlare”.

14 novembre 2002

Il Pontefice Giovanni Paolo II tiene un discorso storico in Parlamento. L'appello del papa è chiarissimo: “Merita attenzione la situazione delle carceri. Un segno di clemenza verso di loro mediante una riduzione della pena costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità”.

17 novembre 2002

La corte d'appello ribalta la sentenza di primo grado. Giulio Andreotti viene condannato per la prima volta per mafia: 24 anni di carcere come mandante dell'omicidio Pecorelli.

19 novembre 2002

Vito Ciancimino, agli arresti domiciliari a Roma, viene trovato morto nella sua camera da letto. Un paio di ore prima aveva telefonato al figlio Massimo. Massimo è sconvolto, non riesce a darsi pace.

21 novembre 2002

Durante la sepoltura del padre al Cimitero dei Cappuccini a Palermo, il signor Franco, presente al funerale, si avvicina a Massimo e gli fa pervenire un messaggio di cordoglio da parte di Provenzano.

10 marzo 2004

Totò Riina in aula di tribunale fa espressamente il nome di Massimo Ciancimino. E ci prende di brutto: “Il figlio di Ciancimino non è stato mai citato, non è stato mai sentito. Perché non si deve sentire il figlio di Ciancimino che era in contatto con il colonnello dei Carabinieri e l’allievo di quelli che mi hanno arrestato? Perché questo Ciancimino che collaborava con ’sto colonnello non ci dice o non ci viene a dire il perché cinque sei giorni prima l’onorevole Mancino ci dice Riina in questi giorni viene arrestato? Ma a Mancino chi ce lo disse cinque giorni prima che io veniva arrestato? E allora ci sono questi signori che mi ha venduto! C’è chi mi ha venduto!”.
Massimo è spaventato. Riina ha fatto il suo nome e ha dimostrato di aver capito esattamente come sono andate le cose. Contatta immediatamente De Donno: “Cos'è questa storia? Mi avevi promesso che non usciva niente e ora Riina fa addirittura il mio nome?” De Donno lo tranquillizza ancora una volta: “Stai pure certo che non succede niente”. E infatti non succede niente. Nessuna procura si sognerà mai di chiamarlo a testimoniare. Nemmeno una domanda innocente sul patrimonio di Don Vito. Tutto sommerso per più di dieci anni.

24 novembre 2004

Nasce Vito Andrea, il primogenito di Massimo Ciancimino. Nonostante il divieto del padre, Massimo dà al figlio il suo nome.

7 dicembre 2004


Il signor Franco, dopo due anni che non vede più Massimo (l'ultima volta era stata in occasione dei funerali del padre), si attiva per fargli avere il passaporto per il figlio Vito Andrea appena nato. Una cosa mai vista: il passaporto singolo per un bambino di appena 13 giorni di vita. Con tanto di foto e valido per dieci anni.  

17 febbraio 2005

Massimo Ciancimino è a Parigi per festeggiare il suo compleanno (che cade il 16 febbraio). La sua abitazione all'Addaura sul Lungomare Cristoforo Colombo numero civico 3621 viene sottoposta ad una perquisizione da parte dei Carabinieri. E' in quest'occasione che viene trovata la lettera a Dell'Utri che fa riferimento al triste evento per il figlio di Berlusconi. La casa viene passata al setaccio, ma la cassaforte in bellavista nella cameretta del figlio Vito Andrea con dentro il papello e tutti i documenti relativi alla trattativa non verrà toccata. Nei verbali di perquisizione addirittura non si fa alcun riferimento ad alcuna cassaforte. Eppure Massimo, da Parigi, aveva parlato con il capitano dei Carabinieri che conduceva la perquisizione e si era detto disponibile a fargli avere le chiavi della cassaforte. “La cassaforte non ci interessa”, aveva risposto il capitano.

Prima settimana di aprile 2006

Un emissario del signor Franco avvisa Massimo Ciancimino che di lì a poco ci sarebbero stati “sviluppi importanti”. Non è opportuno quindi che rimanga a Bologna. Massimo porta la famiglia a Sharm-el-Sheik e, per precauzione, si porta dietro l'avvocato penalista.

10 aprile 2006

Dopo un testa a testa estenuante con Silvio Berlusconi, Romano Prodi vince le elezioni politiche. Il risultato ufficiale si avrà solo a notte inoltrata.

11 aprile 2006

All'alba, Provenzano viene arrestato. Nella masseria vengono trovati un paio di pizzini che fanno esplicito riferimento a Massimo Ciancimino.
 
Ultima settimana di maggio 2006

Lo stesso emissario del signor Franco avvisa Massimo che anche per lui è in arrivo l'arresto e che sarebbe meglio che portasse in un posto sicuro tutta la documentazione contenuta nelle sue casseforti relativa alla trattativa. Massimo segue di nuovo il suo consiglio. Si reca a Parigi. Al ritorno, si ferma in Svizzera e deposita la documentazione con il papello in una cassetta di sicurezza.

7 Giugno 2006

Dopo un paio di giorni dal rientro in Italia, Massimo viene tratto agli arresti domiciliari su mandato del gip Gioacchino Scaduto. E' indagato per vari reati tra cui riciclaggio del denaro del padre. Dopo aver ricevuto tutte quelle rassicurazioni sul fatto che non avrebbe mai avuto alcun problema giudiziario e lamentando lo “strabismo investigativo” che si sarebbe abbattuto solo su di lui risparmiando i suoi fratelli, Massimo è deciso a raccontare tutta la verità ai magistrati: “Mi sono rotto i coglioni di coprire tutti!” Ritiene assurdo che lui, l'ultimo anello della catena, sia quello che subisce le conseguenze, mentre i “professionisti” non vengono assolutamente toccati. A quel punto incominciano su di lui delle pressioni fortissime da parte di vari soggetti perché se ne stia zitto e dica che il padre, per esempio, non era socio occulto delle società del Gas. Massimo ne è consapevole: è una tesi assolutamente imbarazzante da sostenere di fronte ai magistrati. Ha paura, non sa che fare.

29 luglio 2006

Il Parlamento italiano, con 460 voti a favore, 94 contrari (Idv, An, Lega Nord) e 18 astenuti (Comunisti italiani), approva con un'ampia maggioranza trasversale la legge 241/2006 che introduce un provvedimento di indulto per i reati commessi fino al 2 maggio dello stesso anno. In particolare viene concesso un indulto non superiore ai tre anni per le pene detentive e fino a 10.000 euro per le pene pecuniarie. Sono esclusi dall'indulto i reati di mafia e terrorismo. E' il primo provvedimento varato dall'appena nato governo-Prodi II.

Estate 2006

Mentre Massimo si trova agli arresti domiciliari, si presenta a casa sua un ufficiale dei Carabinieri in borghese, accompagnato da altri due sottufficiali in divisa, che rimangono ad aspettare fuori. Si presenta col nome incognito di “Signor Capitano”. Gli dice esplicitamente che, nel caso per altro impossibile in cui gli vengano fatte domande sulla trattativa, sul signor Franco o sui rapporti tra la mafia, Dell'Utri e Berlusconi, lui avrebbe dovuto tacere. In cambio avrebbe ricevuto agevolazioni processuali. Massimo è perplesso. Gli hanno sequestrato una sim-card con tutte le telefonate a tutte le varie utenze dei Carabinieri. Mostra al “Capitano” il verbale di sequestro in cui compare il foglio A4 destinato a Dell'Utri e Berlusconi. Dice: “E se mi mostrano questa roba, io come faccio a giustificarmi?” Massimo riceve assicurazioni precise. Avrebbe dovuto continuare sulla linea omertosa e nessuno si sarebbe mai sognato né di andare a indagare sulla sim-card, né di chiedergli conto della lettera di Provenzano a Berlusconi e Dell'Utri, né sarebbero venuti fuori argomenti relativi alla trattativa. Massimo avverte subito i suoi due legali dell'accaduto.

Giugno 2007

Massimo esce dagli arresti domiciliari. Permane però l'obbligo di non lasciare Palermo.

Settembre 2007


Cessa per Massimo l'obbligo di soggiorno a Palermo. Massimo vive delle pressioni fortissime in famiglia. La moglie lo spinge a “mandare tutti a 'fanculo” e di tirarsi fuori da questa situazione in qualunque modo. Il piccolo Vito Andrea è ancora traumatizzato per l'arresto del padre. Massimo è indeciso. Non ritiene opportuno presentarsi dai magistrati, che per altro non l'hanno mai chiamato. Decide dunque di cominciare a parlare alla stampa per far conoscere la sua situazione. Tenta di farsi chiamare a Porta a Porta, ma il tentativo non va a buon fine. Decide allora di sfruttare il buon rapporto che si era instaurato tra lui e l'allora direttore de Il Giornale Maurizio Belpietro, che lo riceve personalmente a Milano.

19 dicembre 2007


Massimo Ciancimino rilascia
un'intervista esplosiva a Panorama in cui anticipa alcune delle dichiarazioni che poi avrebbe reso ai magistrati.

Fine gennaio 2008

L'incantesimo si interrompe. La procura di Caltanissetta manda a chiamare Massimo Ciancimino.

7 aprile 2008

Massimo Ciancimino inizia a collaborare con la procura di Palermo.


Federico Elmetti


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