Camminare a L'Aquila e' stato come calpestare il suolo di una terra che grida rabbia. Ascoltare inerme il pianto spezzato di una mamma che regge un cartellone con il ritratto della figlia morta non e' un'emozione narrabile.
I sentimenti invadono il corpo, i brividi scivolano, corrono e penetrano luoghi nascosti, luoghi che non siamo piu' abituati a vedere, luoghi che spesso non vogliamo visitare perche' ci fanno provare emozioni, dolore, ci mostrano verita' che non abbiamo il coraggio di affrontare. In momenti come questi nulla puo' esprimere cio' che lo sguardo di quella donna imprime nell'anima. Una citta' senza cittadini. Una citta' che e' stata privata della vita, del calore, dei sentimenti che solo gli esseri umani sono in grado di portare alle mura sterili delle nostre costruzioni. Ricostruire L'Aquila vuol dire riportare gli aquilani nelle loro case di sempre, vuol dire riprendersi le chiavi che aprono i portoni di quelle case. Case e persone che insieme sono l'identita' e la storia di una citta' italiana. Ogni mattone caduto a terra, ogni crepa di ogni palazzo richiama l' occhio e la riflessione. Le macerie sono la testimonianza dell'immane ingiustizia che si e' compiuta e che continua indisturbata a colpire le sue vittime, a provocare altro dolore, ancora sofferenza ed umiliazione.
Con l'ausilio vigliacco della stampa asseverata il “nostro” governo imbocca immagini di un' Aquila rinata mentre le telecamere del regime scelgono di ignorare la vera Aquila, quella di oggi, quella che sembra una citta' distrutta dalle bombe di una guerra dove il sangue delle vittime e' ancora fresco sotto le rovine. Quanto silenzio avvolge il corteo. Per qualche istante le nostre torce illuminano il buio spettrale dei porticati, delle vie. Anche qui, abbiamo pochi secondi per vedere la verita', per riconoscere tutti quei dettagli che tentano di confondere e coprire con frivole ed ignobili giustificazioni che insultano L'Aquila, che insultano i cittadini italiani. Il freddo taglia mentre il gelo della morte della giustizia diventa reale, palpabile, circonda tutti noi. In punta di piedi attraversiamo il risultato di una disgrazia annunciata, ignorata da chi avrebbe potuto impedire che si spegnessero le vite di uomini, donne e bambini. I bambini, e' questa l'immagine che fa piu' male. Perdersi negli occhi di una piccola anima inconsapevole attraverso la fotografia di un manifesto. Fissare quegli occhi e avere la sensazione che stessero ricambiando lo sguardo, che stessero chiedendo: ma cosa mi e' capitato? Sentirsi responsabile di quella morte. E' giusto sentirsi responsabili perche' i criminali che siedono le poltrone del potere, quelli che fanno affari con la mafia, quelli che scelgono di condannarci a morte li abbiamo votati noi. E' scesa la notte. Passo dopo passo un mantello oscuro e freddo ci avvolge come stesse tentando di infievolire il fuoco delle nostre fiaccole. Arriviamo a piazzale Collemaggio. Dal palco, le parole prendono la mira e colpiscono ognuno di noi come frecce. Le punte feriscono, bruciano ed e' impossibile non piangere. E' impossibile non pensare: se fosse successo a me, alla mia famiglia? Ed e' allora che le lacrime diventano rabbia e voglia di reagire. Diventano ardente desiderio di cacciare chi ignobilmente e spregiudicatamente si dichiara rappresentante delle nostre istituzioni, del popolo.
“Siamo tutti L'Aquila e L'Aquila e' tutti noi” grida un ragazzo. Il piazzale pian piano si svuota. Si spegne l'unico riflettore. Rimaniamo in pochi. Alzo lo sguardo e respiro a fondo. Il cielo e' carico di stelle. “E' bello, vero?” rimarca una signora “E' bello Signora, si, e' molto bello”.