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I misteri dell'agenda rossa PDF Stampa E-mail
Rubriche - Libri
Scritto da Francesco Viviano/Alessandra Ziniti   
Venerdì 23 Luglio 2010 00:19

AUTORI     FRANCESCO VIVIANO E ALESSANDRA ZINITI

TITOLO     
I MISTERI DELL'AGENDA ROSSA

EDITORE  
ALIBERTI


Le troppe verità ignorate introduzione di Edoardo Montolli


«Nel dicembre del 1991 Giovanni Falcone incontrò Gaspare Mutolo nel carcere di Spoleto. Si trattava di un colloquio segreto, mai registrato negli archivi della prigione, ma un colloquio fondamentale. Mutolo era stato l’attendente di Riina, killer infallibile, l’uomo che, tra i primi, si preparava a collaborare con la giustizia raccontando la Cosa nostra dei corleonesi. E soprattutto le loro collusioni con le istituzioni, la politica, la magistratura.

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Nessuno, o quasi, ne seppe nulla fino a quando, dopo la strage di Capaci, analizzando le agende e i pc del giudice, l’allora commissario di polizia Gioacchino Genchi ne trovò traccia in un appunto digitale. Uno dei pochi appunti rimasti: i file del computer erano infatti stati manomessi dopo il sequestro, così come era stata cancellata una sua agenda elettronica che tanti autorevoli testimoni, prima, avevano giurato si fosse smagnetizzata in aeroporto. Scomparsa per sempre anche la memoria esterna delle agende, di cui rimase soltanto parte dei diari pubblicati nel giugno del ’92 da Liana Milella sul «Sole 24Ore».

Non si sa come e quando, ma pare che, pur non essendo nessuno, o quasi, a conoscenza dell’incontro segreto tra Falcone e Mutolo, Riina ne fosse venuto a conoscenza.

Passarono meno di due mesi. Con la morte del giudice, Mutolo non fece marcia indietro, ma chiese espressamente di parlare solo con Borsellino. Si videro tre volte, fino a due giorni prima della strage di via D’Amelio. Ciò che il pentito raccontò, sulle collusioni istituzionali, non venne verbalizzato. Ci sarebbe voluto diverso tempo. E Borsellino, che non amava particolarmente la tecnologia, segnò ogni dettaglio sopra un’Agenda Rossa. Nessuno, o quasi, seppe cosa appuntò lì dentro.

Ma di quest’agenda da cui il magistrato non si separava mai, com’è noto, non si è mai saputo nulla. Nella sua borsa ritrovata integra nonostante l’esplosione, non c’era. Le indagini non hanno portato a nulla. Anzi, secondo i giudici della sesta sezione penale della Cassazione, non è affatto detto che fosse custodita all’interno della sua borsa.

Sicché le morti di Falcone e Borsellino si portano dietro due singolari coincidenze: la scomparsa delle loro annotazioni, e l’argomento principale di quelle stesse annotazioni.

E cioè le dichiarazioni di Mutolo sulla connivenza tra istituzioni e mafia. Dichiarazioni di cui nessuno, o quasi, doveva sapere nulla. Oggi a Caltanissetta hanno riaperto le indagini sui mandanti occulti delle stragi del ’92. Si ipotizza che Borsellino sia stato ucciso perché si oppose  a una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra per far cessare una scia di sangue mai vista prima. E un sacco di gente sembra avere ritrovato la memoria, ricordando episodi e fatti che Mutolo aveva narrato quasi vent’anni fa. Si va alla ricerca di quel “quasi nessuno” che sapeva e che di fatto fece da trait d’union tra la mafia e lo Stato, una talpa o forse un’entità in grado di interagire con entrambi gli apparati.

Di lei, della talpa, o di una di esse, ha parlato nell’ultimo anno Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito sindaco, chiamandola “signor Franco” (o signor Carlo), un uomo appartenente ai servizi segreti sempre presente accanto a suo padre quanto l’ingegner Lo Verde, noto al resto del mondo come Bernardo Provenzano, l’imprendibile per quarantatré anni che, per contro, era libero di muoversi per la capitale, andando a casa di Ciancimino per discutere i loro affari.

Ed è come se tutto ciò costituisse un puzzle, di cui mancano i tasselli fondamentali, in grado di collegare Capaci e via D’Amelio alla trattativa, al Papello, e al tavolo al quale, per tanti, tantissimi anni, sembrano essersi seduti contemporaneamente boss e servizi segreti, deviati non si sa bene a favore di chi. Si sa però ora, ormai quasi con certezza, che i boss non avevano mentito quando non avevano riconosciuto il pentito Vincenzo Scarantino, il cui racconto aveva portato alla ricostruzione dell’attentato e del gruppo di fuoco che costò la vita a Borsellino. La tesi, dopo le dichiarazioni di un vero killer di Cosa nostra, e cioè Gaspare Spatuzza, è che qualcuno abbia imboccato Scarantino con una falsa verità, sviando così le indagini. Spatuzza era uomo dei Graviano e il suo è un racconto che porta dannatamente lontano, per quanto a nessuno è davvero chiaro perché solo diciotto anni dopo la strage di via D’Amelio abbia deciso di dire che fu lui, e non Scarantino, a rubare la 126 poi imbottita di esplosivo e usata per la strage.

E tutto sta diventando febbrile. Diversi poliziotti del gruppo Falcone-Borsellino, che coordinò l’inchiesta su via D’Amelio, sono stati inquisiti. È emerso che forse il capo di quel gruppo, l’ex questore scomparso Arnaldo La Barbera, era legato ai servizi col nome in codice “Catullo”.

Ogni dettaglio fa dunque supporre che ci vorrà ancora molto tempo per arrivare, se ci si arriverà, alla verità. E a capire, quantomeno, se la trattativa fu una sola o se ci fu qualcosa di più. Perché intanto altre cose sono successe.

Pare che la misteriosa morte dell’agente Nino Agostino, e la scomparsa nel nulla del giovane Emanuele Piazza, siano da ricondurre alla loro presenza per conto dei servizi segreti all’Addaura, quando si consumò il primo attentato fallito ai danni di Falcone. E forse non solo ai suoi danni. Un attentato del 1989 cui seguì un anno più tardi, secondo il racconto del pentito Francesco Di Carlo, un approccio nel carcere inglese in cui era detenuto, di alcuni esponenti dei servizi segreti di diversi Stati: gli avrebbero chiesto un contatto per poter organizzare l’omicidio di Falcone. E lui avrebbe detto loro di rivolgersi ad Antonino Gioè, uno dei capi allora sconosciuti di Cosa nostra, che fu effettivamente tra gli ideatori dell’attentatuni, così come lo chiamavano in gergo i mafiosi. E che, manco a farlo apposta, morì suicida in carcere, poco dopo il suo arresto. Un suicidio misterioso, con tanto di bigliettino nel quale faceva riferimento a un infiltrato dai servizi, un certo Paolo Bellini, in effetti tramite acclarato di una trattativa tra i carabinieri e Cosa nostra per il recupero di opere arte rubate.

C’è dunque un filo rosso che collega sempre, in ogni strage e delitto o suicidio, elementi di Cosa nostra ed elementi dei servizi segreti, ufficiali o ufficiosi. Un filo che si manifesta fin dal 1989 e che fa pensare che tutto sia cominciato molto prima e non certo per iniziativa dei caprai corleonesi.

In questo intricato groviglio, Francesco Viviano, da giornalista di razza qual è, ha scavato come un cane da tartufo, scoprendo elementi totalmente destabilizzanti. Dopo anni di silenzio è andato a recuperare Mutolo, diventato pittore come Luciano Liggio, in località segreta, spillandogli il racconto di quegli incontri con Falcone e Borsellino, e di ciò che accadde durante i loro colloqui. Attraverso un lungo dialogo con l’ex pm di Caltanissetta Luca Tescaroli, il primo a credere a un’unica pista che portava dall’Addaura fino a Capaci, ricostruisce la palude in cui si sono consumate via via le collusioni tra istituzioni e Cosa nostra. E infine imbecca il trait d’union, focalizzandosi su due punti cruciali: le lettere autografe di Vito Ciancimino in cui l’ex sindaco chiedeva insistentemente di essere sentito in Parlamento a proposito di ciò che era accaduto in quel periodo.

E, scelto come depositario del testamento di Massimo Ciancimino, Viviano rivela qui per la prima volta l’identità del signor Franco, alias Keller Gross, un tizio forse appartenente ai servizi segreti, ma che comunque sia appare in una lista insieme a personaggi dell’ex Alto Commissariato dell’epoca in un documento di Don Vito.

Un rompicapo cui insieme a Viviano si intrufola e scoperchia un vaso di Pandora Alessandra Ziniti, tra i giornalisti che più conoscono la realtà della Palermo grigia fin dalla metà degli anni Ottanta, autrice di miriadi di scoop sui veleni al Palazzo di giustizia di Palermo dai tempi in cui il Corvo seminava zizzania attaccando Falcone e De Gennaro. Ma è un rompicapo a cui non sta a noi dare risposta. E infatti Viviano e la Ziniti fanno domande. Una se la pongono a proposito di Riina che dice che Borsellino «l’hanno ammazzato loro», e cioè lo Stato.

L’altra la fanno suscitare da un documento straordinario sino a oggi ignorato: un appunto scritto a mano allegato agli atti sulle stragi in cui qualcuno segnava i punti da dettare a Scarantino per la verità che il “falso” pentito doveva raccontare su via D’Amelio.

Non si sa chi fosse quel qualcuno, né per conto di chi agisse. Probabilmente fa parte di quel “quasi nessuno” che sapeva e faceva da filtro, o da talpa, chiamatelo come vi pare.

L’unica cosa certa è che, dopo la pubblicazione di questi documenti, non si potrà più far finta di nulla. E qualcuno si dovrà decidere a riscrivere la storia».



Edoardo Montolli (Fonte: il BLOG di Aliberti Editore, 18 luglio 2010)

Edoardo MontolliEdoardo Montolli
‘Le troppe verità ignorate’,
tratto da
I misteri dell’agenda rossa
di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti


 








‘Quelle bugie per non arrivare alla verità su Via D’Amelio’

 La confessione falsa di Scarantino e le rivelazioni di Spatuzza
 
«Adesso si ascolta Massimo Ciancimino che però può rivelare soltanto de relato quel che gli aveva raccontato in vita suo padre Don Vito e che ha aperto nuovi interrogativi e nuove piste investigative, anche sulle stragi del ’92. Ed è in questo contesto che si inseriscono anche le recentissime rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza che aveva chiamato in causa Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri sostenendo di avere appreso dai fratelli boss Giuseppe e Filippo Graviano che i due politici erano i nuovi “referenti ” di Cosa nostra.

Soltanto un sentito dire. Ma quello che non ha sentito dire, e che ha fatto lui personalmente, è svelare il drammatico retroscena della strage di via D’Amelio. Verità incontrovertibili, verificate e riscontrare dai magistrati di Caltanissetta che hanno riaperto l’inchiesta sulla strage iscrivendo nel registro degli indagati i poliziotti che coordinarono quell’indagine che portò all’arresto, e al successivo pentimento, di Vincenzo Scarantino.
Un bugiardo e sulle cui bugie i pm di Caltanissetta, e tra questi Anna Maria Palma, attualmente capo di gabinetto del presidente del Senato, Renato Schifani, chiesero e ottennero la condanna di molti innocenti. Adesso quel processo è tutto da rifare (…) perché Spatuzza ha raccontato un’altra verità.

I (veri) protagonisti dell’attentato

E CIOÈ che fu lui, e non Vincenzo Scarantino, a rubare e preparare la Fiat 126 che fu utilizzata per la strage di via D’Amelio. (…) E per la prima volta si scopre che nelle fasi preparatorie dell’attentato del 19 luglio del ’92 contro il giudice Borsellino era presente anche uno “sconosciuto”, lo stesso personaggio, non mafioso e appartenente all’epoca al Sisde, riconosciuto anche da Massimo Ciancimino. Lo fa la prima volta con i magistrati di Firenze che indagano sulle stragi di Roma, Firenze e Milano del ’93 e racconta anche come e quando Cosa nostra si procurò l’esplosivo per utilizzarlo nelle stragi di Capaci e via D’Amelio. Dice delle verità che rimettono tutto in discussione.
Rivela che l’esplosivo per la strage di via D’Amelio fu addirittura prelevato prima di quella di Capaci. (…) Non solo Spatuzza ha confermato e raccontato queste cose anche durante i confronti avuti con i principali “pentiti” della strage Borsellino, primo fra tutti Vincenzo Scarantino. Due si sono messi a piangere e hanno chiesto «perdono» confessando di avere rilasciato false dichiarazioni perché «pressati» dagli investigatori.
Il terzo, il «pentito» Vincenzo Scarantino, le cui affermazioni hanno sostanziato tre processi e numerose condanne all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, ha chiesto la sospensione del confronto perché davanti alle dichiarazioni di Spatuzza, è entrato in tilt. (…) Ma ci voleva Spatuzza per smentire le clamorose bugie di Vincenzo Scarantino e i depistaggi di chi condusse all’epoca quelle indagini? Assolutamente no.
Chi scrive ha assistito ad alcuni confronti durante le fasi dei processi per la strage di via D’Amelio tra pentiti storici di Cosa nostra e Vincenzo Scarantino. Tutti lo trattavano a pesci in faccia (…)
Ecco il confronto tra Salvatore Cancemi e Vicenzo Scarantino. Basta leggerlo per capire chi sia Scarantino e chiedersi come sia stato possibile che gli abbiano creduto. L’anno è il 1995 (…) l’incontro avviene all’interno della caserma dei Ros di Roma dov’è presente anche l’allora maggiore Mauro Obinu.

Il confronto con Cancemi

CANCEMI si rivolge subito a Scarantino e gli dice:

CANCEMI: «Guarda, Guardami! Ti posso dare del tu? Perché io non ti conosco, non ti ho mai visto…».
SCARANTINO: «Io lo conosco».
CANCEMI: «Guardi dottor Petralia, io gentilmente vorrei cominciare così, voglio invitare questo signore che io nella mia vita non l’ho mai visto, questa è la prima volta. Di ricordarsi bene… Ma tu sei uomo d’onore? Sai che significa, che vuol dire uomo d’onore? Spiega che significa uomo d’onore. Chi è che t’ha detto questa lezione? Dicci la verità, devi dire la verità (…)».

Scarantino sostiene di conoscere Cancemi e di essere un uomo d’onore riservato e poi snocciola un’altra serie di storie che non hanno né capo né coda e Cancemi perde la pazienza:

CANCEMI: «Ma a questo come gli date ascolto? Nossignori, già sto perdendo la pazienza, ma veramente date ascolto a questo individuo? (…)».

Scarantino insiste sostenendo di conoscerlo e di averlo visto con i baffi. Cancemi lo smentisce e gli dice che ci sono anche riprese televisive dei carabinieri che lo sbugiardano (…). Cancemi si rivolge ai magistrati:

CANCEMI: «Attenzione, state attenti è falso, non credete nemmeno a una virgola di quello che vi sta dicendo, perché non so chi è, non lo conosco, io sono convinto, io sono convintissimo… che a questo qua (Scarantino, ndr) queste parole gliele hanno messe in bocca (…)».

Già nel 1995 gli altri collaboratori di giustizia smentivano le ricostruzioni del test chiave

Poi Scarantino parla delle riunioni a casa Calascibetta dove c’erano Totò Riina e altri capi mandamenti compreso Cancemi, Di Matteo, Giovanni Brusca. Ma Cancemi lo smentisce su tutto il fronte e alla fine conclude così:

CANCEMI: «Io voglio concludere, dottor Petralia, io sono felice, contentissimo di potere dare, come ho dato, alla Giustizia, alla parte onesta dello Stato, quello che ho dato. Voglio continuare sempre a darlo però questo confronto (con Scarantino, ndr) per me è stato offensivo, offensivo».


articolo tratto da Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2010. Tratto da I MISTERI DELL’AGENDA ROSSA di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti (Aliberti editore, in libreria dal 19 luglio 2010).




 
Il signor Franco ha finalmente un nome: Keller Gross. In questo manoscritto inedito di Vito Ciancimino viene rivelata per la prima volta l’identità del signor Franco, alias Keller Gross. Il nome di quest’uomo, probabilmente appartenente ai servizi segreti, appare in una lista insieme a personaggi dell’ex Alto Commissariato dell’epoca per la lotta alla mafia.
 
 

 

 


 

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