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Home Rubriche Lettera di Manuela del 1 Giugno 2008
Lettera di Manuela del 1 Giugno 2008 PDF Stampa E-mail
Rubriche - Le vostre lettere
Scritto da Salvatore Borsellino   
Giovedì 05 Giugno 2008 22:52

Caro Salvatore,

anche questa volta, non ce la faccio proprio a trattenermi dal renderti partecipe dell’immensa rabbia che provo ogni qualvolta mi trovo costretta a sentire certe cose.

Ieri sera ad Annozero, il signor Cirino Pomicino (signor???), si è permesso, dall’alto della sua “saggezza democristiana”, di infangare la memoria del giudice Falcone con una “battuta” (così lui l’ha definita), riferita ad un episodio accaduto a Roma alla fine dell’89.
Il Pomicino racconta dello stupore provato nel vedere uscire dall’ufficio di Andreotti, allora Presidente del Consiglio, il dott. Falcone insieme a Salvo Lima. Incuriosito dall’episodio, racconta sempre il Pomicino, domandò ad Andreotti il perché della presenza del giudice di Palermo e  del Lima INSIEME proprio nel suo ufficio. Andreotti gli rispose che Falcone aveva voluto incontrarlo per informarlo circa la sua intenzione di incriminare un “collaboratore di giustizia” tale GIUSEPPE PELLEGRITI, per falsa testimonianza e calunnia ai danni proprio del pupillo andreottiano Lima.

Si ferma qui, nel suo racconto, il Pomicino ed omette di continuare la storia spiegando l’antefatto che aveva, effettivamente, portato il giudice Falcone a compiere quell’atto e a volerne mettere al corrente l’allora presidente del consiglio Andreotti.
Ma quello che fa il Pomicino, oltre la vergognosa omissione, va ben aldilà dell’umana sopportazione di me, cittadina italiana, che deve ritrovarsi un uomo per bene come l’amato Falcone sottoterra e uno come Pomicino, condannato per finanziamento illecito e corruzione, seduto su una comoda poltrona di un bello studio televisivo che discute di criminalità organizzata, sorridente e noncurante delle cose che dice…tanto non lo può smentire nessuno, no?????

Barbaro coraggio, quello dimostrato dal Pomicino nel voler dare una sua personale interpretazione dell’ incontro di quel giorno del Dott. Falcone “INSIEME” a Salvo Lima e ad Andreotti, nella puntata di ieri sera di Annozero:
 “….Li ho visti uscire insieme…INSIEME..capito?....Falcone e Lima INSIEME uscire dall’ufficio di Andreotti!!!... Alchè mi sono chiesto….Ma come?….Il campione dell’antimafia Falcone che esce dall’ufficio con Lima?......Allora…due sono le cose…o Lima non era un mafioso oppure……..)”.

                        OPPURE?!?!?!?!?!

Ma “OPPURE” cosa, signor (??) Pomicino???
Spero di aver capito male il significato di quell’OPPURE e dei successivi puntini di sospensione….
Non si può insinuare il dubbio sulla credibilità ed onestà di un uomo che ha perso la vita perché faceva il suo dovere!!!!!!!!!!!

E poi, vogliamo raccontarla tutta la storia su quell’episodio o vogliamo sempre che gli italiani sappiano quello che devono sapere, che è comodo che sappiano e lasciargli nascosta la VERITA’!!!

Se ieri sera fossi stata lì in studio “il perché” di quell’episodio gliela avrei detto io, al signor (???) Pomicino, al quale poi avrei chiesto di ritirare sommessamente quel VERGOGNOSO OPPURE!!!!

E il perché è subito spiegato, nel libro “LA TERRA DEGLI INFEDELI” di Alexander Stille, cap. 18, pag 347!!!!!!

Nell’estate del 1989,nel pieno del mistero del Corvo, Falcone si trovò costretto ad affrontare un altro problema altrettanto spinoso. Intorno alla metà di agosto, gli era stato comunicato che Giuseppe Pellegriti, un siciliano detenuto nel carcere di Pisa per reati comuni era pronto a fare rivelazioni sensazionali sui legami tra mafia e politica. Falcone e Ayala volarono a Pisa per interrogare Pellegriti.
Questi affermò che nel 1980 il democristiano Lima aveva commissionato alla mafia l’assassinio del collega di partito Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana e che lui, Pellegriti, per quanto non appartenente alla mafia, aveva saputo tutto ciò dalla  viva voce del boss catanese Nitto Santapaola.
Falcone e Ayala sentirono subito puzzo di bruciato. Messo sotto pressione, l’uomo cominciò infatti a cadere in contraddizione e a commettere errori clamorosi, finchè fu chiaro che con Santapaola non aveva mai parlato….

Da quando Buscetta aveva deciso di collaborare, nel 1984, i magistrati dell’antimafia, avevano sempre emuto che qualche falso pentito cominciasse a seminare confusione. Se alle informazioni attendibili si mescolavano rivelazioni infondate diffuse ad arte e i collaboratori credibili si confondevano con gli impostori, tutto il castello giudiziario del maxiprocesso rischiava di crollare. Il processo era ancora nella sua fase di appello e un grave errore in tal senso poteva essere sfruttato per screditare l’uso dei collaboratori e far mutare la sentenza resa in primo grado. Falcone sospettava che Pellegriti agisse su istigazione di un altro detenuto con il quale era in rapporti di amicizia, tale Angelo Izzo, terrorista di destra, amante degli intrighi politici……

Uno come Pellegriti, già condannato all’ergastolo, non aveva nulla da perdere se si prestava a raccontare frottole. Faòcone temeva ce Pellegrini fosse spronato a parlare da persone della cerchia di Leoluca Orlando, per il quale Salvo Lima era il diavolo incarnato. Orlando sembrava convinto che qualunque accusa contro i nemici politici dovesse necessariamente essere vera. Anche il momento scelto da Pellegriti per le sue rivelazioni lasciava adito a qualche sospetto: il protettore di Lima, Andreotti, era diventato Presidente del Consiglio per la sesta volta il 23 luglio 1989. Nonostante fosse convinto che Pellegriti mentiva, Falcone si trovò, proprio a causa di quelle rivelazioni, in una posizione difficile.

“Era molto preoccupato” ricorda il giudice D’Ambrosio, che Falcone andò a trovare a Roma tornando da Pisa. “Mi ha teso una trappola questo Pellegriti, ha detto cose che non sono vere. E’ una pista falsa che non porta da nessuna parte. Ma se non la seguo mi diranno subito “Perché non vuoi incriminare Lima?””.
Quando Pellegriti, rispondendo alle domande di Alfredo Galasso, un avvocato vicino a Orlando, ripetè le accuse contro Lima in aula, il 3 ottobre 1989, Falcone lo accusò di falsa testimonianza e diffamazione.
Pellegriti era stato chiamato a deporre nel processo di appello del Maxiprocesso e l’intervento di un falso testimone avrebbe potuto influire negativamente sull’intero processo, fornendo un ottima scusa a quanti avrebbero desiderato annullarlo.
“Ho dovuto agire immediatamente, non dovevo lasciare passare del tempo” spiegò Falcone ad Ambrosio. “Uscì alla grande, incriminando Pellegriti per calunnia. Quello che Andreotti ha sbandierato come prova dell’innocenza di Lima” racconta il  giudice d’Ambrosio. “ Invece Falcone era convinto della falsità di Pellegriti, non dell’innocenza di Lima.”

Falcone aveva un’altra ragione per agire come aveva agito nella vicenda Pellegriti. Smascherare il falso pentito gli premeva anzitutto per difendere la credibilità di un nuovo , vero ed importantissimo, che proprio in quei giorni aveva cominciato a collaborare. Sottolineando la differenza tra collaboratori ed impostori, Falcone voleva assicurarsi che fosse preso sul serio Francesco Marino Mannoia, il primo mafioso della fazione vincente di Cosa Nostra che passava nella schiera dei collaboratori di giustizia….

Cinque giorni dopo l’incriminazione di Pellegrini, Falcone iniziò ad interrogare Francesco Marino Mannoia. Ne emerse un quadro completo delle vicende di Cosa Nostra dall’epoca della grande guerra di mafia in avanti.

                         ALLORA!!!!!

Dobbiamo sempre dire le mezze VERITA’…..OPPURE vogliamo farci un esame di coscienza una buona volta ed avere il buon senso di stare zitti anziché sparare a zero su persone che avete cercato di delegittimare da vivi prima e da morti poi?!?!?!?!?!?

Scusami caro Salvatore se ti disturbo sempre con questi miei sfoghi, ma ieri sera sono proprio saltata dalla sedia!!!!


Ti abbraccio

Comments:

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Luiggios   |2008-06-06 01:19:58
Grazie per questa lettera.
Luana   |2008-06-06 09:33:38
Un uomo che parla male di un uomo morto, che tra l'altro è morto per salvare
questo schifo di paese non merita neanche di essere ascoltato!
FraRestivo  - Un "uomo" che si commenta da solo....   |2008-06-06 11:01:59
Non so a quale titolo il sig. Pomicino fosse invitato ad Anno Zero, é già un
mistero il fatto che abbia mantenuto una certa visibilità a distanza di anni. E
dire che l'abbiamo avuto ministro!
Detto questo, il personaggio é certamente
squallido, ho letto da qualche parte che alla vigilia di una rischiosa
operazione aveva promesso di fare una generosa offerta in beneficienza se ne
fosse uscito vivo. Sopravvissuto all'evento, "costrinse" un imprenditore
a lui vicino a fare l'offerta al posto suo!!!! Quando si dice l'inventiva
partenopea, una tangente "votiva"!!!
Fabio   |2008-06-07 00:49:56
Ti ringrazio per la lettera e la precisazione, adesso per quella gente è facile
parlare di Falcone, ma quando era vivo, erano pochi i suoi veri amici. Devo
anche segnalare che l'ex presidente Cossiga ultimamente ha definito Falcone
amico del mafioso politico Mannino, altro fatto falso e al processo Andreotti,
un altro politico, ex ministro, ex tangentista, legato alla camorra, famoso per
la tentata ricostruzione dopo il terremoto dell'Irpinia, ha detto che Falcone
affermo' che Lima non era un mafioso, ma un uomo di potere. E invece ecco cosa
racconta Caponetto, allora procuratore capo del pool antimafia di Palermo: il
secondo singolare episodio riguarda Salvo Lima. Alcuni parlamentari di
Democrazia Proletaria consegnano all' Ufficio Istruzione un dossier sul viceré
siciliano di Andreotti. E subito da Roma partono le contromosse. Sentiamo
Caponnetto: "Qualche giorno dopo, sul Messaggero, uscì un articolo di
Andreotti su Lima. Quella mattina Falcone entrò nel mio ufficio con quel
giornale in mano e mi chiese cosa ne pensassi. ' Attenti a quello che fate' : fu
questa l' impressione che ricavai dall' articolo. Giovanni fu tassativo: ' Per
me è un chiarissimo: Salvo Lima non si tocca' ". "Qualche giorno dopo -
continua il Consigliere - si fece vivo Boccia e mi convocò nel suo ufficio.
Dopo una serie di preamboli superflui e cordiali... mi chiese se ero in grado di
confermargli o meno l' esistenza di procedimenti contro uomini politici. Non
fece il nome di Lima, ma ritenni di poter collegare questo suo interessamento
alle polemiche che si stavano sviluppando. Lo rassicurai che in quel momento non
c' era niente... e così poté tranquillizzare chi di dovere". "Se i
pentiti avessero parlato", conclude Caponnetto, "le cose con Lima
sarebbero andate diversamente": "quell' uomo politico, per anni, ha
svolto la sua funzione di mediatore, di garante, fra le cosche di mafia e il
potere politico". Non tutti, in quel Palazzo di Giustizia di Palermo, si
comportavano come Caponnetto. Non tutti "si tenevano lontani da certe
conoscenze, da certe lusinghe, da certe frequentazioni". Ne sono la prova le
difficoltà che, una volta ritornato a Firenze Caponnetto, incontrano Falcone e
Borsellino. Difficoltà che hanno nomi e cognomi. Caponnetto li elenca a
cominciare da quello dell' ex procuratore capo di Palermo, Pietro Giammanco
("Falcone mi aveva parlato dei suoi rapporti di amicizia con Mario D'
Acquisto - andreottiano, ndr -, con forti riserve e perplessità"). "Ma
Giammanco non è stato il solo ostacolo che Falcone e Borsellino hanno
incontrato sul loro cammino. Sono rimasti vittime di una situazione in cui
Giammanco aveva l' appoggio dei sostituti Pignatone e Lo Forte, e quello dei due
procuratori aggiunti, Aliquò e Spallitta. Posso ricordare le amarezze che
Falcone mi raccontava al telefono, quando mi diceva di sentirsi come un leone in
gabbia, o di quando mi riferiva delle umiliazioni che subiva.

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