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Quando Provenzano fu salvato dalle pecore PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Nicola Biondo   
Sabato 23 Aprile 2011 16:29

Prima è stato un processo dimenticato dai maggiori organi di stampa. Poi definito – impropriamente – il processo sulla trattativa stato-mafia. Ma quello che dall’estate del 2008 si svolge a Palermo nei confronti del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu ha subito uno dei più incredibili “vuoti di memoria” che la recente storia giudiziaria possa annoverare. La cronaca ha infatti dimenticato di raccontare il reato per il quale i due ufficiali sono alla sbarra, scegliendo di esercitarsi sui mille rivoli in cui il processo nell’ultimo anno sta scivolando. E dimenticando il reato ha fatto cadere il silenzio su una delle pagine più oscure della mafia e dell’antimafia. Se ciò non fosse successo, se la libera stampa di questo paese avesse raccontato il reato e soprattutto il modo in cui si difendono i due imputati sarebbe successo un finimondo. Vediamo perché.

Mori e Obinu sono accusati di aver omesso l’arresto di Binu Provenzano, arresto che sarebbe dovuto scattare tra l’ottobre e il novembre del 1995. Entrambi erano venuti a conoscenza da un mafioso infiltrato, Luigi Ilardo, dove Provenzano teneva i suoi summit: in una casupola a Mezzojuso, a pochi chilometri da Palermo. Le cose però non andarono per il giusto verso. Il Ros pur conoscendo il covo dello zu Binu non operò alcun blitz. Di più: per altri sei anni “il fantasma di Corleone” continuò a frequentare indisturbato il covo di Mezzojuso. Questa l’accusa. Veniamo adesso al cuore del caso. Ecco come si difendono i due ufficiali che nel 1995 erano rispettivamente responsabile del reparto criminalità organizzata e numero due del Ros.

Obinu di fronte al pm Nino Di Matteo il 5 marzo 2002 afferma: “Noi abbiamo localizzato il casale (di Provenzano ndr) ma consideri la difficoltà tecnica di entrare, in quel posto, in quanto era costantemente occupato da pastori, mucche e pecore”. Alt, fermi tutti. Questa sì che è una notizia. Proviamo a titolarla: “Confessione choc di un ufficiale dei Carabinieri: ‘Sapevamo dov’era Provenzano ma le pecore fecero fallire il blitz’”. Oppure: “Provenzano salvato da mucche e pastori. Il Ros conosceva il suo rifugio”.

Questa la difesa di Mori: “Ma non ricordo – dice a Di Matteo nel marzo 2002 – io non vivevo solo delle vicende di Palermo, ero responsabile operativo di una struttura … quindi avevo una serie di problematiche… mi fu detto che Ilardo aveva dato delle notizie così, nel particolare non me le ricordo però… né probabilmente le ho chieste nemmeno io di sapere di più perché non mi compete… non era il mio livello di competenza”. Riproviamo con i titoli: “Provenzano sfugge alla cattura. Mori: ‘Non me ne occupo io’”. Fin qui abbiamo scherzato. Ma immaginate per un attimo se il Tg1 o La Repubblica avessero dato conto della difesa degli imputati. Cosa sarebbe successo? Qualcuno forse avrebbe pubblicamente chiesto ai due ufficiali conto e ragione di una simile sgangherata difesa che autorizza e legittima qualsiasi lettura, anche la più infamante. E invece nulla. I mass media hanno raccontato tutto – o quasi – di Massimo Ciancimino e nulla delle “pecore” che hanno salvato Provenzano.

Ecco spiegato allora il vuoto di memoria del processo Mori-Obinu. Una grande amnesia che ha colto mafiologi e giornalisti, impegnati nelle congetture sul Papello e il misterioso signor Franco e decisi a rimanere ben lontani dal cuore della vicenda. Che rimane ancora inesplorato: perché il Ros di Mori non arrestò Provenzano nel 1995? Furono davvero le mucche a salvare il boss? O invece come sostiene la procura palermitana, il padrino fu “protetto” da altre logiche?

La corte che giudica i due ufficiali dovrà chiarire il perché di quel mancato blitz. E nell’attesa, ci auguriamo che qualcuno, ben più autorevole di noi, senta il dovere di pretendere dagli imputati una verità che almeno non insulti la logica. Né quella dei Tribunali, né quella umana.

Nicola Biondo

da: Livesicilia.it









 

 

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