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Barcellona impiccata alla Corda Fratres PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Luciano Mirone   
Martedì 03 Maggio 2011 16:32
La “centralità” di una piccola città della Sicilia nelle stragi di mafia degli anni Novanta, ma anche nella protezione istituzionale delle latitanze di Nitto Santapaola e di Bernardo Provenzano. Barcellona Pozzo di Gotto, quarantaduemila abitanti nel messinese, diverse logge massoniche e un circolo esclusivo nel quale boss, mandanti di delitti eccellenti e personaggi inquietanti hanno convissuto e continuano a convivere con parlamentari nazionali, con sindaci e con altissimi magistrati. Una “centralità” imposta perfino – dopo vedremo perché – in una città “tranquilla” come Viterbo. Una “centralità” i cui equilibri, secondo qualcuno, potrebbero saltare per le dichiarazioni del nuovo pentito Carmelo Bisognano, boss di primissimo piano di Mazzarà Sant’Andrea, che ai magistrati della Dda di Messina sta raccontando parecchi retroscena legati alla “guerra” di mafia degli anni Novanta: grazie alle sue dichiarazioni, gli inquirenti hanno scoperto un cimitero della mafia dove venivano seppellite le vittime della “lupara bianca”. Bisognano potrebbe far luce su tanti misteri, non solo siciliani. Ma cos’è questa “centralità”?
Primo flash. Barcellona Pozzo di Gotto. Primavera 1992. Pochi giorni prima della strage di Capaci, il boss barcellonese Giuseppe Gullotti, ben nascosto su un camion adibito al trasporto dei cavalli, si reca da Giovanni Brusca a San Giuseppe Jato – cinquecento chilometri fra andata e ritorno – per consegnargli il telecomando che servirà a far saltare in aria il giudice Giovanni Falcone. Per quell’operazione alquanto difficile i Corleonesi si affidano ai Barcellonesi. Che evidentemente possiedono le giuste competenze per fabbricare uno strumento così complesso. Giuseppe Gullotti dunque è uno che prende parte alla “missione” di morte che farà a pezzi Falcone. E oggi, grazie ai processi, sappiamo che quella “missione” non è stata pensata solo da Cosa nostra, ma da altre entità “esterne”.
Gullotti è sposato con Venerina Rugolo, la figlia di Francesco Rugolo, capo storico della mafia barcellonese. Testimone di nozze è un personaggio che gode di grande prestigio in tutta Barcellona: si chiama Rosario Cattafi e fa l’avvocato. Quando all’inizio degli anni Novanta il vecchio Rugolo viene ucciso, a prendere le redini di Cosa nostra a Barcellona è proprio Gullotti, il quale si allea con Santapaola, sbarcato in quella zona per proteggere i cantieri del cavaliere del lavoro Carmelo Costanzo, che sta realizzando il doppio binario della ferrovia Messina-Palermo. Eppure a quel tempo Giuseppe Gullotti è un personaggio molto stimato: è iscritto alla Corda fratres, il circolo che annovera uomini politici come Domenico Nania (che lo candida in Consiglio comunale), magistrati come l’odierno Procuratore generale della Corte d’Appello di Messina Franco Cassata, e quel Rosario Cattafi che nel frattempo – per i suoi legami con boss del calibro di Rampulla, di Santapaola e di Epaminonda – nel luglio del 2000 è stato sottoposto a misure di prevenzione antimafia in quanto ritenuto pericoloso: sorveglianza speciale con l’obbligo di soggiorno a Barcellona per cinque anni.

Secondo flash. Barcellona, 8 gennaio 1993. A otto mesi dalla strage di Capaci e a sei da quella di via D’Amelio, un killer uccide il giornalista Beppe Alfano, autore di una serie di scoop su giri di tangenti miliardarie che gravitano attorno a un ente assistenziale e alle truffe europee legate al commercio di agrumi. In quest’ultima vicenda è coinvolta pesantemente Cosa nostra, specie Nitto Santapaola. Il cronista indaga, parla con un sacco di gente, ha confidenti nei carabinieri e nella polizia, alla fine scopre che il super latitante si nasconde proprio a Barcellona, in un appartamento ubicato in centro e messo a disposizione da Gullotti. Pare che in quell’appartamento non si tengano solo summit di mafia ma vere e proprie riunioni di massoneria anche con persone importanti. Santapaola è solito frequentare un negozio di pesce di proprietà del mafioso barcellonese Sam Di Salvo: per tutti è lo zio Filippo. Nitto Santapaola non è un boss come tanti. È l’uomo che alla fine degli anni Settanta ha sostituito a capo di Cosa nostra catanese nientemeno che Giuseppe Calderone, colui che, secondo Tommaso Buscetta, nel 1962 ha sabotato l’aereo nel quale è morto per un falso incidente l’ex presidente dell’Eni Enrico Mattei, con l’auspicio dei servizi segreti americani e francesi, delle sette compagnie che detengono il monopolio mondiale del petrolio; e di Eugenio Cefis, successore di Mattei alla guida dell’Eni. Santapaola diventa più potente di Calderone, e questo dà il senso delle protezioni di cui gode. Quando è ancora un libero cittadino non colpito da ordini di cattura, è un concessionario di automobili riverito dalle massime autorità catanesi. Durante la latitanza – scattata dopo il delitto Dalla Chiesa (2 settembre 1982) – viene scortato regolarmente da pattuglie di carabinieri in divisa, proprio lui che nella strage del casello di San Gregorio, vicino Catania, e della circonvallazione di Palermo, pochi mesi prima, aveva ucciso dei militari dell’Arma. Più che un capomafia, sembra il braccio armato di uno Stato deviato che combatte, attraverso l’eversione, quel sistema democratico per il quale muoiono tanti servitori dello Stato di diritto. Nel libro Gli insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza (Castelvecchi editore), Sonia Alfano (oggi parlamentare europeo dell’Italia dei valori) rivela: “Papà mi aveva svelato quel segreto su Santapaola. Un giorno, assieme a me, si recò nell’ufficio del pubblico ministero Olindo Canali (che con Beppe aveva instaurato un rapporto di amicizia e di lavoro particolarmente stretto, n.d.r.) e gli confidò due cose: che Santapaola si nascondeva a Barcellona e che Portorosa (dove lo stesso Santapaola aveva trascorso la prima parte della sua latitanza) era un luogo di un intenso traffico di armi di cui fummo testimoni oculari”. E cosa rispose Canali? “Che purtroppo, trattandosi di vicende molto grosse, non se ne poteva occupare personalmente perché i fatti esulavano dalla sua competenza. Fu lo stesso Pm a consigliare a papà di mettere tutto per iscritto e di inviarlo, mediante un plico giallo, alla Dia di Catania dove lo avrebbe ricevuto un superpoliziotto che il magistrato, a suo dire, aveva provveduto a informare. ‘Ma all’attenzione di chi devo indirizzarlo?’, chiese papà. ‘Non ti preoccupare’, rispose il magistrato, ‘metti tutto in una busta gialla e spedisci alla Dia di Catania. Chi di dovere sa che dovrà consegnarla al superpoliziotto’ ”. Peccato che il nome di questo fantomatico superpoliziotto, secondo la figlia del cronista, non si sia mai saputo. Dunque, qualche giorno prima di morire, Beppe Alfano spedì il plico senza sapere chi lo avrebbe ricevuto e che uso se ne sarebbe fatto. Un mistero che dopo tanti anni nessuno è riuscito a chiarire. “Dopo il delitto”, dice l’europarlamentare dell’Idv, “la nostra abitazione si riempì di agenti dei servizi segreti che frugarono dappertutto, specie nel computer di papà”. Sonia rifiutò addirittura di essere interrogata da Canali: “Parlerò solo con il superpoliziotto che ha ricevuto il plico”. Alcuni giorni dopo, la figlia del cronista venne convocata al commissariato di Barcellona: “Là dentro c’è la persona con la quale hai chiesto di parlare”, disse Canali. “In una stanza”, ricorda Sonia, “trovai un signore seduto dietro la scrivania. ‘Si accomodi signorina, mi dica’ ”. Mi dica… La ragazza nota uno strano clima e ribatte: “Deve essere lei a dirmi qualcosa, non io. Il signore non pronunciò una sola parola. Uscii sconvolta, incontrai nuovamente Canali, che mi disse in modo non proprio amichevole: ‘Se fossi in te dimenticherei tutto. E’ una storia troppo grande per te”. Fin troppo grande...
La presenza di Santapaola a Barcellona assume contorni ancora più inquietanti se pensiamo a certi risvolti su cui ancora si sta indagando, risvolti che a distanza di diciotto anni sono oggetto di una violenta polemica tra la stessa Alfano e l’ex capitano Ultimo, Sergio De Caprio, autore della cattura di Totò Riina, oggi colonnello dei carabinieri.
Dopo la morte di Alfano, il Ros mette sotto controllo i luoghi frequentati da Santapaola (compresa una casa di Terme Vigliatore, a quattro chilometri da Barcellona, nella quale lo zio Filippo trascorre l’ultimo periodo della latitanza nel messinese). “Il 6 aprile 1993”, seguita il parlamentare europeo, “a Terme Vigliatore si verifica un fatto stranissimo di cui pochi conoscono i retroscena. Dato che il Ros di Messina non riesce a beccare Santapaola, Ultimo decide di venire a Barcellona. Non c’è bisogno di fare operazioni eclatanti, è tutto abbastanza semplice, basta andare nel covo di Terme Vigliatore e catturare Santapaola. E invece che succede? Nei pressi del nascondiglio, Ultimo finisce per inseguire una macchina, ingaggiando un conflitto a fuoco con la persona che si trova a bordo, che viene ferita. Non è Santapaola. Il boss ha il tempo di scappare da Terme Vigliatore e di tornare a Barcellona”. Che succede dopo? “Lo zio Filippo trascorre tranquillamente altri ventitré giorni nel centro messinese e poi si sposta a Mazzarone, nel siracusano, dove verrà catturato il 18 maggio del ‘93”. Perché Ultimo ingaggia quel conflitto a fuoco mettendo sull’avviso Santapaola? Qualcuno lo mette su una pista sbagliata? Perché i nastri con le intercettazioni ambientali sul boss catanese sono misteriosamente spariti? “La verità”, dice Sonia Alfano, “è che Santapaola non doveva essere arrestato a Barcellona”. Perché? “Per proteggere quello Stato, aggiunge l’avv. Fabio Repici, “che non solo aveva fatto da culla alla latitanza di Santapaola, ma anche alla trattativa con Cosa nostra e alle riunioni per le stragi”. La “centralità” barcellonese...
La morte di Beppe Alfano rientra in questo “gioco grande” nel quale il giornalista era rimasto coinvolto? Secondo i magistrati, mandante del delitto del giornalista è Giuseppe Gullotti, condannato a trent’anni con sentenza passata in giudicato. Ma secondo il pentito Maurizio Avola, a volere la sua morte ci sono entità di livello superiore alle quali il cronista dava molto fastidio: Beppe era l’unico in città che riusciva a “leggere” determinati fatti. Da giovane aveva fatto parte dei gruppi dell’estremismo di destra che negli anni Settanta avevano hanno messo a ferro e fuoco l’Università di Messina: “Ordine nuovo e Avanguardia nazionale”, dice il giornalista-scrittore Antonio Mazzeo, “a quel tempo si muovevano nell’ambito della strategia della tensione all’interno delle organizzazioni parastudentesche che operavano con personaggi legati alla ‘ndrangheta e alla mafia”. Alfano in quegli anni frequentava due personaggi che un ventennio dopo balzeranno agli onori della cronaca per vicende ben più scabrose: Pietro Rampulla e Rosario Cattafi. “Rampulla e Cattafi”, seguita Mazzeo, “all’Università di Messina sono stati gli indiscussi protagonisti di quella stagione violenta. Molti ricordano le sventagliate di mitra di Cattafi alla Casa dello studente: fu allora che i due estremisti cominciarono a prendere confidenza con armi ed esplosivi. È il momento in cui queste organizzazioni saldano delle relazioni di tipo politico, istituzionale ed economico con soggetti iscritti alla P2 e risultati determinanti nelle stragi degli anni Novanta”. Dopo un ventennio Beppe Alfano, pur rimanendo uomo di destra, indirizza le sue energie per fare la lotta alla mafia, Rampulla e Cattafi per fare esattamente l’opposto. Il primo, figlio del boss di Mistretta, è l’uomo di Santapaola a Caltagirone: adesso che ha acquisito grande dimestichezza con gli esplosivi deve fare il salto di qualità: per quella strage nella quale deve morire il giudice Falcone avrà il compito di confezionare l’ordigno e di collocarlo sotto il viadotto dell’autostrada Palermo-Trapani. Saro Cattafi, dopo molti anni di permanenza a Milano – dove resta coinvolto nella storia dell’autoparco di via Salomone – torna a Barcellona proprio alla vigilia delle grandi stragi. Quando Beppe Alfano lo rivede, confida alla figlia Sonia che quella presenza in Sicilia non è casuale. Cattafi non è il tipo che si muove per niente. Ma qui siamo nel campo delle pure congetture. Fatto sta che Cattafi, finito nel frattempo sotto inchiesta anche per un traffico d’armi (poi prosciolto dalla Procura di Messina), dopo le stragi viene accusato dalla magistratura di essere – assieme a Silvio Berlusconi e a Marcello Dell’Utri – uno dei mandanti esterni degli eccidi di Capaci e di via D’Amelio. Ma viene prosciolto anche stavolta.

Terzo flash. Viterbo, 2004. Il giovane urologo barcellonese Attilio Manca, da alcuni anni in servizio presso il locale ospedale, viene trovato morto nel suo appartamento con due buchi al braccio sinistro. Manca è uno dei rarissimi medici italiani che a quel tempo opera il cancro alla prostata mediante laparoscopia. Gli inquirenti dichiarano che si è suicidato con un micidiale cocktail di eroina, alcol e tranquillanti. Peccato che Attilio sia mancino e con la mano destra non riesca a fare praticamente nulla. L’urologo ha il volto tumefatto e il setto nasale deviato. Perché? Colpa di un telecomando riposto sul piumone, sostengono gli inquirenti: il medico, stordito dall’effetto della droga, ci sarebbe andato a sbattere fracassandosi il naso e la faccia. Peccato che le foto ritraggano il telecomando sotto il braccio della vittima. E quel corpo perché è pieno di lividi? Lo stato di quel cadavere, in verità, appare più compatibile con una violenta colluttazione che con un suicidio per overdose. Per ben due volte il Pubblico ministero di Viterbo chiede l’archiviazione, per ben due volte il Gip la respinge perché fin dal primo momento non sono stati effettuati accertamenti fondamentali come, per dirne una, l’esame delle impronte digitali sulle due siringhe trovate nell’appartamento. E quelle strane visite fatte a Viterbo da un paio di barcellonesi prima di quella morte come si spiegano? Mica barcellonesi così. Un cugino, Ugo Manca, implicato pesantemente nell’organizzazione mafiosa e processato per traffico di droga (condannato in primo grado e assolto in Appello nel processo “Mare nostrum”), entra ed esce dalla casa dell’urologo lasciando pure un’impronta digitale. E un sorvegliato dalla Polizia, tale Angelo Porcino, di cui l’urologo, pochi giorni prima di morire, chiede notizie telefoniche alla famiglia. La Procura di Viterbo non ritiene di approfondire i movimenti di entrambi, e neanche le conversazioni che in quei giorni scorrono copiosamente sul filo telefonico Viterbo-Barcellona e viceversa. Insiste sul banale suicidio di un giovane medico drogato. Stop. Ma Attilio non è un drogato. Lo testimoniano tutti, dal primario ai colleghi, dai collaboratori agli amici. La Squadra mobile lo accerta e lo scrive ufficialmente. E allora? Allora potrebbe esserci dell’altro, qualcosa di terribile, un segreto che Attilio si è portato nella tomba o che potrebbe aver confessato alla persona sbagliata: l’operazione per il cancro alla prostata di Bernardo Provenzano in una clinica di Marsiglia, eseguita proprio nei giorni in cui, secondo i familiari, Attilio si trova nella città francese. Il giovane urologo potrebbe avere operato inconsapevolmente Provenzano recatosi in Francia sotto il falso nome di Gaspare Troia, e poi sarebbe stato eliminato attraverso la simulazione del suicidio. Il pentito Francesco Pastoia, guardaspalle di Provenzano, ha dichiarato che un “medico siciliano” (“siciliano”, non italiano) ha assistito all’intervento e probabilmente anche al decorso post operatorio del boss corleonese. La circostanza è stata confermata da un altro collaboratore di giustizia, Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale di Villabate. I medici siciliani che nel 2004 operano con sistemi d’avanguardia sono più unici che rari. Attilio Manca è uno di questi. Ma le indagini si incartano sul suicidio. Frattanto tre giorni dopo quelle dichiarazioni, il pentito Pastoia viene trovato morto nel carcere di Modena. Suicida anche lui. Perché non ipotizzare che l’urologo avrebbe potuto svelare i retroscena di quell’intervento alla prostata e quella fitta rete di complicità che ha protetto la latitanza di Provenzano a Barcellona? Sì, perché per ricostruire questo mistero, bisogna andare proprio a Barcellona dove, secondo l’avvocato Fabio Repici, “il boss sarebbe stato nascosto da personaggi insospettabili addirittura in un convento”. La “centralità” barcellonese, ancora una volta.
Perno fondamentale, secondo un parere unanime, sarebbe quel Rosario Cattafi ritenuto il dominus inter pares della città, il rappresentante di un “Quarto livello” che sta al di sopra di tutto: sopra Giuseppe Gullotti e Pietro Rampulla; sopra Ugo Manca, implicato nella morte del cugino; sopra una pletora di uomini d’onore che in quel territorio hanno fatto il bello e il cattivo tempo. Secondo diversi pentiti, Cattafi è il trait d’union fra il mondo della politica, della massoneria coperta e dei servizi segreti deviati. Ecco cosa scrive la Guardia di Finanza di La Spezia a proposito della Corda Fratres e di Cattafi: “In merito alle attività di tale associazione o circolo, apparirebbe opportuno maggiormente indagare, essendo tali attività sovente mezzo di copertura a congreghe massoniche coperte… Si avvisa anche che notizie informative indicano in Rosario Cattafi appartenere a tali consorterie”. Per capire la potenza di questo personaggio, basti pensare che nel periodo in cui è stato sottoposto a sorveglianza speciale (con relativo ritiro di patente), l’attuale sindaco di Barcellona, Candeloro Nania – cugino del più famoso Mimmo – non trova di meglio che mandargli l’autista del Comune per i suoi spostamenti. Recentemente il Consiglio comunale ha approvato la realizzazione di un mega parco commerciale sui terreni intestati alla madre. Soltanto adesso, nell’ambito delle indagini della Guardia di Finanza, la Direzione distrettuale antimafia di Messina ha sequestrato all’avvocato barcellonese beni per 7 milioni di Euro.
Sempre secondo le Fiamme Gialle sono acclarati i rapporti tra Cattafi e il Procuratore generale della Corte d’Appello di Messina Franco Cassata, principale animatore della Corda fratres, di cui è stato pure presidente. Cassata è un’altra figura di spicco di Barcellona. Allegro, gentile, disponibile con tutti, non si capisce se per generosità o per un innato senso del potere, “il magistrato nel 1974”, ricorda l’avv. Repici, “si fa un viaggio da Barcellona a Milano con il suo amico avvocato Franco Bertolone (anche lui iscritto alla Corda fratres) e con un giovane affiliato, tale Pino Chiofalo, detto Pino u sceccu, criminale già allora”. All’inizio degli anni Novanta Chiofalo, staccatosi dalla cosca imperante di Gullotti, si mette in proprio e scatena una guerra di mafia che causa centinaia di morti. “Cassata”, spiega Antonio Mazzeo, “esercita un’attività giudiziaria nello stesso distretto in cui vive, è animatore di un circolo paramassonico, è amico intimo, come spiega lo stesso Chiofalo, del principale legale dei mafiosi di Barcellona e della provincia, ha creato un grande museo con finanziamenti della Regione, del Comune e della Provincia di Messina, e per questo è in stretta relazione con politici di cui teoricamente può essere istruttore di processi. Allora mi chiedo: esiste o non esiste un problema di compatibilità ambientale?”. “Ugo Manca nel processo Mare nostrum”, prosegue Fabio Repici, “era stato condannato in primo grado per traffico di droga. In appello è stato assolto con una sentenza sorprendente per una questione di gretta interpretazione giuridica sulle fonti di prova. Quella sentenza è passata in giudicato perché il dott. Cassata, amico di famiglia di Ugo Manca, ha omesso di proporre ricorso per Cassazione”. Nel 2008 Franco Cassata, con voto unanime, viene nominato dal Csm Procuratore generale della Corte d’Appello di Messina, malgrado le proteste di Sonia Alfano e dell’avvocato Repici, gli articoli contro, e le interrogazioni parlamentari presentate dell’onorevole Antonio Di Pietro e del senatore Giuseppe Lumia.

Quarto flash. Il 2 Ottobre 2008 si toglie la vita il professore universitario Adolfo Parmaliana, segretario dei Democratici di sinistra di Terme Vigliatore: per tanti anni aveva documentato alle Procure di Barcellona e di Messina fatti e misfatti di quel territorio. Inutilmente. Invece di fare luce su quegli esposti, la magistratura di Barcellona lo rinvia a giudizio per diffamazione nei confronti di un politico locale. Al culmine dell’esasperazione, Parmaliana prende la macchina, percorre alcuni chilometri di autostrada e si lascia andare da un viadotto. Lo ritrovano fracassato. Molte delle denunce presentate dal docente universitario sono riscontrabili in un rapporto esplosivo (l’ “Informativa Tsunami”) stilato dei carabinieri di Barcellona sul Comune di Terme Vigliatore, su cui il procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone sta indagando: “Nelle oltre duecento pagine firmate dall’ex capitano di Barcellona Pozzo di Gotto, Domenico Cristaldi”, dice l’avv. Biagio Parmaliana, fratello di Adolfo, “si legge di tutto: dagli affari sporchi di alcuni politici ai legami con la mafia, dalle vastissime ramificazioni clientelari alle protezioni di cui certi amministratori avrebbero beneficiato da parte di qualche magistrato locale”. Il rapporto dell’Arma si sofferma sull’amicizia fra il Pm di Barcellona Olindo Canali (recentemente trasferito dal Csm al Tribunale di Milano) e Salvatore Rugolo, ritenuto il nuovo reggente della cosca barcellonese. Nel rapporto si parla di almeno due talpe “molto vicine a Canali”, che dalla Procura barcellonese passava le informazioni al boss. “Ma in quelle duecento pagine”, seguita Parmaliana, “si parla di un intervento del Procuratore Cassata (vero protettore di Canali, secondo Sonia Alfano, n.d.r.) presso il sostituto procuratore Andrea De Feis, titolare dell’indagine su Terme Vigliatore, per bloccare l’informativa Tsunami. Nel 2001 in un esposto presentato al Csm, mio fratello rivelò che alcuni anni prima aveva invitato il Procuratore generale ad avocare alcune indagini su Terme Vigliatore senza ricevere alcuna risposta. Nello stesso periodo notò che il figlio avvocato aveva ricevuto degli incarichi proprio dal Comune di Terme Vigliatore”. Proprio il figlio di Cassata negli ultimi tempi è balzato agli onori della cronaca per un presunto giro di truffe alle assicurazioni portato avanti con altri avvocati barcellonesi e con la malavita locale. Si parla di ricavi ingenti. A causa di questo, molte assicurazioni sono andate via da Barcellona. Le poche rimaste applicano prezzi stratosferici sulle polizze auto. La Procura di Reggio Calabria indaga. Intanto, malgrado una pesantissima relazione di quattrocento pagine degli ispettori prefettizi sui legami mafia-politica, né il governo di centrosinistra né quello di centrodestra hanno ritenuto di sciogliere il Consiglio comunale di Barcellona.
Ma c’è un’altra vicenda che sta creando non poche polemiche: la nomina del nuovo commissario della Polizia di Stato di Barcellona, Mario Spurio Ceraolo. “E’ una decisione quantomeno inopportuna”, seguita Sonia Alfano. “Non ho mai messo in dubbio la capacità del dott. Ceraolo, ma in un momento in cui un importante collaboratore di giustizia come Carmelo Bisognano sta aprendo uno squarcio su determinate situazioni, forse sarebbe stato meglio evitare di trasferire a Barcellona un funzionario attualmente imputato a Catania per falso e calunnia”. Il dott. Ceraolo è accusato dai magistrati etnei di avere manipolato il boss di Tortorici, Orlando Galati Giordano, il pentito più importante dei Nebrodi. Intanto Bisognano continua a vuotare il sacco e in città sono in molti a tremare.

Luciano Mirone

Fonte: I quaderni de l'Ora

da: Attiliomanca.it

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