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Processo Mori: la verita' di Brusca sulla trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Monica Centofante   
Venerdì 20 Maggio 2011 14:35

Il pentito conferma: Mancino era il terminale. Dopo l'omicidio Lima si erano fatti avanti Ciancimino e Dell'Utri
di Monica Centofante - 18 maggio 2011
Esonera Berlusconi da ogni responsabilità per le stragi del '92 e del '93, indica Nicola Mancino come il terminale della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato e ricorda che Totò Riina, dopo l'omicidio di Salvo Lima, disse “che si erano fatti sotto alcuni politici, Ciancimino e Dell'Utri, che gli avevano portato la Lega (senza specificare quale ndr.) e un soggetto politico che stava per nascere”.

Ha ripetuto quanto già detto a verbale e riferito e al processo Tagliavia, il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, interrogato questa mattina nell'aula bunker del carcere di Rebibbia. Teste al processo al generale dei Carabinieri Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nell'ottobre del 1995.
In risposta alle domande dei pm di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo il pentito ha ripercorso le tappe della sua collaborazione. Dalle fasi iniziali, quando “non mi andava di fare nomi” fino all'incontro “con un familiare di una vittima della mafia” in seguito al quale “ho deciso di dire tutto”, “ho voluto dire quello che sapevo per dare giustizia ai fatti”. E “quello che dico oggi – ha sottolineato - non l'avevo mai detto prima perché non era il tempo, perché sarei stato attaccato, coinvolto nelle polemiche”.
Una verità, la sua, che parte dagli anni Ottanta, quando “la mafia legata a Stefano Bontade, quella dei cosiddetti perdenti, investì denaro con Dell'Utri e Berlusconi”: “Seppi da Ignazio Pullarà (capomafia della famiglia di Santa Maria di Gesù ndr) che poi il boss Giovannello Greco, temendo di perdere i frutti dell'investimento fatto con Berlusconi, fece un blitz a casa di Gaetano Cina per riprenderseli”. Lo stesso Pullarà che gli avrebbe poi riferito che Berlusconi pagava il pizzo a Cosa Nostra per le sue attività economiche in Sicilia. Una somma quantificata in circa 600 milioni di vecchie lire l'anno che venivano versate inzialmente a Bontade e che dopo la morte del boss, Pullarà aveva iniziato a riscuotere in seguito ad un attentato contro la casa milanese dell'imprenditore, la famosa bomba di via Rovani del 1986.
Quell'intimidazione, ha proseguito Brusca nel suo racconto, non era piaciuta a Totò Riina, che avrebbe estromesso Pullarà dal suo ruolo e deciso di mettersi l'imprenditore milanese personalmente “nelle mani”. E nel '91 il rapporto con Berlusconi aveva invece assunto una finalità “politica” poiché attraverso l'imprenditore Riina puntava ad arrivare a Craxi e quindi “alla Cassazione che doveva decidere l'esito del maxiprocesso”.
Quando le condanne del maxi furono confermate e la mafia sferrò l'attacco allo Stato con l'uccisione di Lima e la strage di Capaci “Riina mi disse che era contento perché finalmente si erano fatti sotto: qualcuno si era fatto avanti per sapere cosa voleva Cosa Nostra per farla finita con le stragi”. E se Riina non gli disse mai “chi fossero i soggetti che si erano fatti avanti”, “mi disse che il terminale finale del papello (la lista di richieste rivolte da Cosa Nostra allo Stato ndr.) era Nicola Mancino”. Che “si fece garante”.
Anche se tradì le aspettative, tanto che il boss Leoluca Bagarella “si lamentava di essere stato preso in giro da Nicola Mancino, 'gliela faccio vedere io', disse con l'evidente intento di ucciderlo”.
Per questo, ha sottolineato il pentito, “Berlusconi può essere accusato di tutto, ma con le stragi del '92 e del '93 non c'entra niente”. Anche se il pentito non ha spiegato come mai, dopo l'omicidio Lima e prima di Capaci “Riina mi disse che si erano fatti sotto due esponenti politici, Ciancimino, che non ho mai detto, e Dell'Utri”. “Lo interpretai come una richiesta di autorizzazione, di messa a posto” per avviare l'attività politica, ma “non sapevo (che Dell'Utri) si interessasse di politica”.
Né quanto quella politica sarebbe risultata utile a Cosa Nostra negli anni successivi, come avrebbero poi raccontato numerosi pentiti che hanno ricordato l'ordine, impartito da Bernardo Provenzano, di votare per Forza Italia alle competizioni elettorali del 1994.
Di certo, ha proseguito Brusca, dopo l'arresto di Riina Cosa Nostra si sarebbe rivolta proprio a Berlusconi e Dell'Utri per chiedere “di alleggerire il 41bis” per i boss in carcere e ma soprattutto “di attenuare (nell'immediato) i rigori nei trattamenti dei detenuti a Pianosa e Asinara”.
In quel periodo, sono le parole del pentito, “ho contattato Vittorio Mangano, il cosiddetto stalliere di Arcore perché si facesse portavoce di alcune nostre richieste presso Dell'Utri e Berlusconi”. “Lui era contentissimo di poterci ristabilire i contatti e ci spiegò che si era licenziato dall'impiego di Arcore per non creare problemi a Berlusconi, ma che tutto era stato concordato anche con Confalonieri e che aveva ancora con loro buoni rapporti”.
Brusca ha quindi aggiunto che in quell'occasione avrebbe detto a Mangano, affinché questi lo riferisse a Dell'Utri e a Berlusconi che la sinistra sapeva tutto sulle stragi del '92 e del '93. “Un'arma politica” della quale Dell'Utri “era contentissimo”. E la sua risposta sarebbe arrivata poco tempo dopo quando, attraverso Mangano, aveva fatto sapere di essere a disposizione.
Lo stalliere di Arcore, ha concluso Brusca, “mi portò la risposta a Partinico (…) C'ero solo io e un'altra volta anche Bagarella”. Poi “non seppi più nulla” in quanto Mangano venne arrestato.

da: AntimafiaDuemila.com

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Pereira50  - La trappola di Mancino   |2011-05-22 18:02:30
Nella lettera al corriere della sera del 17.09.2011, il senatore Nicola Mancino
allora Vice Presidente delCSM, da una parte si dimostra il fatto che l'incontro
con Paolo Borsellino non c'è stato; si conferma però
un fatto ancora più
grave: il Ministro appena insediato convoca in modo perentorio, tanto che Paolo
Borsellino interrompe l'interrogatorio di Gaspare Mutolo e si precipita al
Viminale,
ma nella stanza del Ministro, invece di trovare il Ministro ad
attenderlo, trova il Dott. Parisi e il Dott. Contrada.

Mi sembra strano che
nessuno abbia chiesto conto di questo comportamento, che il senatore Mancino con
la lettera conferma.




LA lettera AL CORRIERE
Mancino: «Salvatore
Borsellino
fa sempre una citazione monca»
«Se ci fosse stato l’incontro,
perché avrei dovuto nasconderlo
ROMA – Egregio Direttore, nell’imminenza
dell’anniversario della strage mafiosa di via D’Amelio nella quale caddero
il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, mi trovo, mio
malgrado, di nuovo messo sotto accusa da Salvatore Borsellino che, dopo un lungo
silenzio di oltre dodici anni dall’accaduto, da qualche tempo crede di avere
individuato una mia presunta responsabilità morale nell’attentato, che
afferma ma non prova. Questa volta lo strumento usato per quella che non esito a
denunciare come una aggressione personale, è una videointervista pubblicata
oggi, senza che a me sia stata data l’opportunità di replicare, sul sito
«Corriere.it».
Nella videointervista Salvatore Borsellino ripete senza
modifiche le sue accuse. La ricostruzione dei fatti si ricava
dall’interrogatorio che Gaspare Mutolo rese il 21 febbraio del 1996
nell’aula del processo celebrato a Caltanissetta per la strage di via
D’Amelio. Senonchè Salvatore Borsellino cita sempre, e anche nel video
riportato oggi dal Corriere.it, una sola parte di quella testimonianza, in cui
il magistrato dice al pentito che deve allontanarsi per andare al Viminale. Sono
in possesso delle pagine processuali. Sono un po’ lunghe. Cito, perciò, dal
volume «L’agenda rossa di Paolo Borsellino», di Giuseppe Lo Bianco e Sandra
Rizza, ed. Chiarelettere, pag. 146. «Sai, Gaspare, debbo smettere perché mi ha
telefonato il ministro, ma…manco una mezz’oretta e vengo». Salvatore
Borsellino cita continuamente questa frase, ma mai ricorda quel che Paolo
Borsellino disse allo stesso Mutolo al suo ritorno dal Viminale. Se proseguiamo
nella lettura de «L’agenda rossa», nella stessa pagina 146, possiamo leggere
il seguito del racconto di Mutolo: «Quindi (Paolo Borsellino) manca qualche
ora, quaranta minuti, cioè all’incirca un’ora, e mi ricordo che quando è
venuto, è venuto tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, ma che addirittura
fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano. Io, insomma, non
sapendo che cosa (…) Dottore, ma che cosa ha? E lui, molto preoccupato e
serio, mi fa che viceversa del ministro, si è incontrato con il dott. Parisi e
il dott. Contrada…»
Dunque, è lo stesso magistrato a non confermare
l’incontro con il ministro, ed è la stessa fonte – Gaspare Mutolo – a
testimoniarlo. Ma Salvatore Borsellino fa sempre una citazione monca, e dà a me
del bugiardo. Se ci fosse stato l’incontro, perché avrei dovuto nasconderlo?
Che cosa si sarebbero dovuti dire due persone che non avevano mai avuto rapporti
tra di loro il primo giorno dell’insediamento di un ministro al Viminale? Che
non si sarebbero dovute tenere trattative con la mafia? E chi le avrebbe tenute?
Uno che proprio quel giorno era arrivato al Viminale per assumere la
responsabilità di dirigere ordine e sicurezza pubblica? Via! Per ricondurre
alla giusta dimensione l’atteggiamento di quel Ministro dell’Interno del
governo Amato nei confronti della mafia, si ricostruiscano dalle cronache del
tempo impegni, decisioni, azioni di contrasto contro la criminalità
organizzata, applicazione dell’art. 41 bis, allestimento delle carceri di
massima sicurezza dell’Asinara e di Pianosa, scioglimento di oltre 60 Consigli
comunali inquinati dalla mafia e da altre organizzazioni malavitose: tutte
iniziative portate avanti con fermezza ed intransigenza dal Ministro Mancino”.

Nicola Mancino
Vice Presidente
del Consiglio Superiore
della
Magistratura
17 luglio 2009

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