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'Assedio alla toga', un'intervista a Nino Di Matteo di Loris Mazzetti PDF Stampa E-mail
Rubriche - Libri
Scritto da Loris Mazzetti   
Sabato 10 Dicembre 2011 12:50
Di seguito riportiamo un capitolo del libro “Assedio alla toga (un magistrato tra mafia, politica e Stato)”, un’intervista a Nino Di Matteo di Loris Mazzetti, dove il pm anti-mafia rompe il suo riserbo per spiegare come la Riforma costituzionale della Giustizia, la legge bavaglio, il processo breve metterebbero a rischio la democrazia.

Qualche tempo fa Silvio Berlusconi si è scagliato contro i giornalisti, gli scrittori, gli sceneggiatori che, scrivendo di mafia, infangano l’immagine dell’Italia all’estero: “La mafia italiana risulta la sesta organizzazione criminale al mondo, invece è la più famosa per colpa di chi scrive libri come Gomorra” ha detto, riferendosi a Roberto Saviano e agli sceneggiatori de “La Piovra”, un successo mondiale. E ha concluso con: “Andrebbero strozzati”, dimenticando che trasmissioni come La Piovra hanno alzato il livello di guardia e soprattutto sensibilizzato l’opinione pubblica, accendendo la luce sulla mafia. L’affermazione dell’onorevole Berlusconi sui giornalisti che “andrebbero strozzati”, somiglia (oggettivamente e pericolosamente) a quella profonda insofferenza nei confronti delle trasmissioni che parlano di mafia che spesso cogliamo nelle parole di tanti mafiosi, anche attraverso le intercettazioni. Cosa nostra ha sempre avuto un importante obiettivo:  che di mafia non si parli. Perché i boss sono consapevoli che è nel silenzio, nell’ignoranza generalizzata sul fenomeno che i loro torbidi affari, gli intrecci con l’economia e con l’imprenditoria possono dipanarsi più agevolmente. Sarebbe enormemente gradito ai mafiosi che sparissero dai palinsesti televisivi tutti i programmi che parlano di mafia, in particolare le poche inchieste giornalistiche di approfondimento.
Quanto fastidio hanno dato ai mafiosi – e al contrario quanto stimolo positivo hanno rappresentato per tanti di noi – le inchieste giornalistiche di Pippo Fava in Sicilia? In un panorama in cui il paludatissimo Giornale di Sicilia degli anni Ottanta si limitava a fare il conto dei morti senza mai approfondire le ragioni più vere di ciò che stava accadendo, leggevamo, invece, nel mensile I siciliani, storie che da giovani studenti appassionati delle cose siciliane ci hanno stimolato a cercare di conoscere, approfondire, guardarci intorno, a cercare di comprendere cosa c’era dietro al fenomeno dei cavalieri del lavoro a Catania o allo strapotere politico di Salvo Lima a Palermo, di conoscere ancora gli enormi privilegi dei parlamentari e dei governanti della Regione siciliana o approfondire il contesto e le ragioni che portarono all’omicidio Dalla Chiesa. Quel giornalismo d’inchiesta ha rappresentato, per quella che poi è divenuta una parte significativa della classe dirigente o comunque della società civile siciliana, una splendida palestra in cui cercare di formare la propria coscienza sociale. Oggi di quel tipo di giornalismo si avverte, con rimpianto, un gran bisogno. (…)

Per voi magistrati che lottate contro la criminalità organizzata, quanto sono importanti le intercettazioni telefoniche e ambientali, soprattutto senza i vincoli che il governo Berlusconi ha   tentato di imporre al punto che l’informazione ha definito la proposta del governo “legge bavaglio”?
Parto da un dato di fatto non seriamente contestabile. Ormai da almeno quindici anni tutti i processi più importanti di criminalità organizzata sono prevalentemente, quando non esclusivamente, fondati sulle risultanze di intercettazioni telefoniche e ambientali. Tutti i latitanti più importanti che sono stati rintracciati non sarebbero stati catturati senza una attenta, lunga, economicamente molto dispendiosa, attività di intercettazione telefonica e ambientale. (…)

Quando hai incontrato Totò Riina per la prima volta?
Ero un giovane magistrato con appena un anno e sei mesi di esperienza da pm. Ero assieme al gip (giudice delle indagini preliminari) Antonino Patti che, su mia richiesta, aveva emesso un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Totò Riina, Francesco Madonia e Pietro Ribisi, a vario titolo responsabili dell’omicidio del giudice Antonino Saetta, il presidente della Corte di Assise di Appello di Palermo, assassinato il 25 settembre 1988 insieme al figlio Stefano sulla strada statale Agrigento-Caltanissetta. Dovevamo fare l’interrogatorio di garanzia a Riina, che era stato catturato da poco tempo dopo anni di latitanza. Quel primo incontro avvenne in una piccola stanza dell’Ucciardone a Palermo, alla quale si accedeva da un labirinto di corridoi e cancelli dopo aver superato numerosi controlli. Ci fecero accomodare con il difensore di Riina e il cancelliere che doveva verbalizzare. Dopo un’attesa piuttosto lunga finalmente portarono il detenuto. Il gip ritualmente contestò il capo d’accusa. Come prevede il codice, Patti iniziò a indicare sulla base di quali fonti di prova era stata emessa l’ordinanza. Fece pertanto riferimento anche alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Salvatore Cancemi. Riina disse subito di volersi avvalere della facoltà di non rispondere, ma di fatto proseguì per alcuni secondi, che a me sembrarono interminabili, a offendere Cancemi definendolo “confidente di caserma”, aggiungendo, con evidente sprezzo, che lui  in vita sua non aveva mai avuto rapporti con quella categoria di “infami”. Riina non avrebbe potuto pronunciare quelle parole perché aveva già dichiarato che si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere. Non potevamo consentire che Riina continuasse a parlare, avremmo avallato delle esternazioni del tutto estranee al suo diritto di difendersi. Ricordo che intervenni energicamente per bloccarlo, dicendo: “Lei avrebbe potuto aprire bocca soltanto per rispondere alle nostre domande. Siccome si è avvalso della facoltà di non rispondere deve immediatamente tacere”. Non ho mai dimenticato lo sguardo di perfido odio che il Riina mi indirizzò, colpito, evidentemente, dal fatto che un giovane magistrato, alle prime armi, si permettesse di trattare così il capo di Cosa nostra. Si mise in silenzio ma non distolse lo sguardo da me fino a quando le guardie lo portarono via.

Lo sguardo della condanna.
La tua affermazione mi pare eccessiva.

Ti ricordi che cosa hai pensato mentre Riina ti esprimeva tutto il suo odio?
Ho pensato semplicemente, con soddisfazione, di aver fatto il mio dovere e di avere dimostrato di non arretrare rispetto a quello che sarebbe stato un abuso da parte dell’indagato.


Loris Mazzetti (Il Fatto Quotidiano, 8 dicembre 2011)





Dettagli del libro 'Assedio alla toga. Un magistrato tra mafia, politica e Stato'


  • Titolo: Assedio alla toga. Un magistrato tra mafia, politica e Stato
  • Autori: Nino Di Matteo, Loris Mazzetti
  • Editore: Aliberti
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN: 8874246420
  • ISBN-13: 9788874246427
  • Pagine: 189






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