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Salvatore Borsellino rircorda in un libro il fratello Paolo. E solleva dubbi sulle dinamiche delle stragi mafiose... PDF Stampa E-mail
Rubriche - Libri
Scritto da AffariItaliani.it   
Venerdì 22 Giugno 2012 11:34

Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, nel libro "Fino all'ultimo giorno della mia vita" (scritto con Benny Calasanzio, in uscita per Aliberti), racconta la loro infanzia a Palermo, gli episodi e le figure chiave della loro famiglia che hanno contribuito a formare la fortissima etica di Paolo. Solleva anche dubbi, ed espone alcune personali opinioni sulle dinamiche delle stragi e sulla scomparsa dell'agenda del fratello... SCOPRI I PARTICOLARI E LEGGI UN ESTRATTO, IL CAPITOLO "L'AGENDA ROSSA"...

 
Borsellino Aliberti

In "Fino all'ultimo giorno della mia vita" (Aliberti), Salvatore Borsellino racconta i ricordi di una vita al giovane amico giornalista Benny Calasanzio, con il quale condivide il dolore di essere parenti di vittime di mafia. Una vita iniziata sotto le bombe degli Alleati nella Palermo del 1942, poi sconvolta dall’autobomba che causò la strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992. Il racconto ha inizio con l’infanzia felice trascorsa con il fratello Paolo e le sorelle Adele e Rita alla Kalsa, un quartiere oggi completamente trasformato, di cui queste pagine restituiscono un affresco animato di colori, voci e abitudini dimenticate. Prosegue con gli anni dell’università e poi il trasferimento nel Nord Italia, in «un altro Paese», lontano dalla famiglia e da quel fratello che già mostrava le sue doti eccezionali e la sua forte personalità. Mentre Paolo diventa un personaggio pubblico per il suo coraggioso impegno contro la mafia, Salvatore fa carriera come ingegnere elettronico; i due fratelli percorrono per decenni strade diverse, che torneranno a unirsi con il più tragico degli eventi. Da quella domenica d’estate Salvatore si fa carico della memoria del fratello, che diffonde in ogni angolo d’Italia. Ma il primo processo farsa e l’opinione pubblica sempre più distratta spengono le sue energie e la speranza di poter ottenere verità e giustizia. Fino al 2007, anno in cui torna alla vita dopo un lungo periodo di “morte” interiore. Poi, due anni dopo, nasce il movimento delle Agende Rosse grazie alla voglia di impegnarsi di tanti giovani. Ed è anche per loro che Salvatore Borsellino ha accettato di scrivere questo libro, nel quale, con assoluta sincerità, dona a tutti l’esperienza di una vita, di un’intera famiglia, che si è trovata al centro delle trame che hanno cambiato la storia del nostro Paese.

I diritti d'autore di Salvatore Borsellino saranno interamente devoluti al Movimento Agende Rosse.
 

LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO:

L’agenda rossa

L’agenda rossa era un’agenda commemorativa dell’Arma dei carabinieri, quella che ogni anno viene stampata con una copertina di colore diverso per essere distribuita agli ufficiali dell’Arma e data in omaggio a magistrati e a personalità delle istituzioni. Paolo la aveva, come spesso si fa con le agende ricevute in dono, riposta in un cassetto e lasciata lì, ma dopo la strage di Capaci la tirò improvvisamente fuori da quel cassetto. Da quel giorno per cinquantasette giorni la portò sempre con sé e fu uno di quegli oggetti, insieme al suo pacchetto di sigarette, dal quale non si separava mai. La riempiva, con la sua penna stilografica con inchiostro verde, dei suoi appunti relativi alle indagini che freneticamente conduceva in quei giorni sulla morte di Giovanni Falcone, in particolare delle rivelazioni di collaboratori di giustizia, come Gaspare Mutolo, che per primi gli stavano rivelando le infiltrazioni della criminalità organizzata all’interno della stessa magistratura, delle forze dell’ordine, delle istituzioni. Agenda “rossa” perché, come dicevo, rosso era il colore che era stato scelto quell’anno per la copertina, non certo perché, come ha detto Emilio Fede in quella succursale di Zelig a cui aveva ridotto il suo telegiornale, avesse una qualche connotazione politica o volesse ricordare il libretto di Mao. Se quell’anno per la copertina fosse stato scelto il colore verde, forse Fede invece di parlare, come ha fatto, di Agende rosse “comuniste” avrebbe dovuto parlare di Agende verdi “leghiste” o “islamiche”. Agnese, Lucia e Manfredi videro quel giorno, il 19 luglio, Paolo mettere la sua agenda rossa nella borsa prima di partire da Villagrazia di Carini per il suo appuntamento con la morte in via D’Amelio. Dopo la strage, la borsa fu prelevata dal sedile posteriore della sua macchina e poi vi fu rimessa due ore dopo, ma dell’agenda rossa non c’era più traccia, era sparita. E non fu mai più ritrovata. L’agenda rossa come simbolo e anima del nostro movimento nacque invece per caso. Io ne parlavo spesso nel corso dei miei incontri e, durante una manifestazione antimafia organizzata da un movimento universitario a Palermo, alcuni ragazzi alzarono al cielo dei cartoncini rossi su cui c’era scritto il nome di Paolo. Allora capii che le nostre istanze e le nostre battaglie si potevano unire sotto il simbolo comune di un “oggetto” sottratto a Paolo che per noi rappresentava la negazione della verità e della giustizia su via D’Amelio. Quell’agenda rubata è il simbolo delle collusioni mafiamassoneria- servizi segreti che si può ipotizzare siano state all’origine di tutte le stragi italiane e dei successivi insabbiamenti. Dato che l’agenda rossa sicuramente non tornerà mai alla luce, ma che su di essa ritengo si basi quella rete di ricatti incrociati che regge gli equilibri e i destini di questa disgraziata “seconda Repubblica”, abbiamo voluto scriverne noi una raccontando gli ultimi cinquantasette giorni di Paolo, quelli in cui proprio su quell’agenda aveva appuntato le sue riflessioni e i risultati delle sue indagini, integrandola con scritti e interventi di Paolo, con le controverse testimonianze di Arcangioli e Ayala sulla asportazione della borsa di Paolo dalla sua macchina e i successivi movimenti di entrambi, con le sentenze del processo Borsellino bis e infine con un mio scritto Lampi nel buio, che è una trasposizione onirica di quanto avvenne quel giorno e nei giorni successivi in via D’Amelio. E così, senza che dovessi dire altro, Marco Bertelli e Federico Elmetti prepararono una ricostruzione degli ultimi cinquantasette giorni di Paolo utilizzando come fonti gli archivi dei giornali, alcune carte processuali e molti articoli pubblicati sul web. Nacque così la “nostra” agenda rossa, sulla falsa riga di un libro fondamentale che aveva scosso molte coscienze, L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino di Peppino Lo Bianco e Sandra Rizza. Ne facemmo stampare migliaia di copie che portavamo in giro per l’Italia e che donavamo (lo facciamo ancora) in cambio di un’offerta libera che sarebbe stata utilizzata per stamparne altre copie in un grande circolo virtuoso. Una tappa fondamentale per me e per il movimento era stato anche un altro libro, Falcone e Borsellino. Mistero di Stato, di Salvo Palazzolo ed Enrico Bellavia; i due giornalisti di «Repubblica» avevano pubblicato su un sito, falconeborsellino.net, quasi tutte le carte processuali utilizzate per la loro inchiesta e addirittura ne avevano aggiunte di inedite, dimostrando che quando fai qualcosa con il cuore non conosci copyright o primogeniture. Quel sito diventò in poco tempo una miniera d’oro per me e per i ragazzi che stavano cercando di capire il più possibile sulla strage in cui aveva perso la vita il loro giudice. C’erano sentenze, verbali di intercettazioni, ordinanze di custodia cautelare e tanti altri documenti di importanza assoluta... (continua in libreria)

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