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Home Rubriche 19 luglio 1992 – 19 luglio 2012, vent'anni di buio, menzogne e trappole
19 luglio 1992 – 19 luglio 2012, vent'anni di buio, menzogne e trappole PDF Stampa E-mail
Rubriche - Le vostre lettere
Scritto da Vittorio Teresi   
Martedì 24 Luglio 2012 21:53
Vent’anni di buio, di menzogne, di trappole tese per farvi cadere coloro che ricercavano la verità. Il castello di falsità è stato progettato e realizzato con fredda e lucida determinazione, ne è prova il fatto, ormai noto a tutti, che è stato messo in opera già pochi minuti dopo l’esplosione dell’auto bomba, proprio qui.
Tra i resti fumanti delle cacasse di auto sventrate, tra i frammenti di corpi dilaniati, qualcuno cinicamente ha aperto la macchina dove prendeva posto  Paolo, per sottrarre dalla sua borsa d’ufficio  l’agenda rossa. Chi ha ordinato di compiere quel gesto era consapevole che la tenuta del castello di menzogne dipendeva proprio dalla scomparsa di quell’agenda. Quindi chi ha pensato di farla scomparire sapeva, per averlo visto personalmente o per averlo saputo da altri, che Paolo in quell’agenda aveva scritto cose che nessuno doveva leggere.


Caro Paolo,
mentre tu ti battevi come un forsennato per rimettere a posto i frammenti di verità sulla morte di Giovanni, mentre cercavi di sapere perché il tuo amico era stato ammazzato, mentre all’interno del nostro ufficio ti dovevi battere anche contro la ignavia demenziale di chi ti voleva tenere lontano da indagini ed informazioni di grande importanza; altri si occupavano di trasportare esplosivo, di rubare l’auto, di studiare i piani, di predisporre i congegni elettronici per ucciderti.  
Al di là delle responsabilità giudiziarie, che non spetta a me ricercare, credo che nella vicenda della tua morte si possano individuare numerosi livelli di responsabilità: una responsabilità politica, una responsabilità morale. Responsabilità per incapacità, per incuria, per approssimazione; responsabilità per ignavia; responsabilità per connivenza, ed infine la più grave, responsabilità per concorso consapevole nel piano deliberato ed eseguito per la tua morte.

Già nei giorni immediatamente successivi a quel 19 luglio 1992 chiesi, in una intervista che solo da pochi giorni ho avuto modo di rivedere, le dimissioni dell’intera catena gerarchica dei responsabili della tua sicurezza. Del Questore, del Prefetto, del Capo della polizia, del ministro dell’interno. Allora come oggi, infatti, non riuscivo a rassegnarmi al fatto che la loro incapacità ed inadeguatezza professionale e politica, avevano reso possibile l’esecuzione della strage, qui in questa via D’Amelio dove tu venivi con una certa regolarità, e dove un minimo di prudenza avrebbe imposto da tempo l’istituzione della zona rimozione.
Già l’esempio della strage di Capaci avrebbe dovuto fare capire a questi maledetti ignoranti, che lo Stato doveva fare ogni sforzo per proteggervi. Il servizio di scorte di Giovanni avrebbe dovuto essere supportato dall’appoggio di un elicottero per il tragitto dall’aeroporto a Palermo. Ma solo da poco tempo quel servizio era stato dismesso; perché?
Già nei confronti di Libero Grassi, contro il quale si addensavano da tempo segnali di un pericolo concreto e grave, si sarebbe dovuto imporre un servizio di scorta, senza il quale i suoi killers hanno avuto vita facile a commettere l’omicidio nel più semplice e spietato dei modi. Dopo tutto ciò nei tuoi confronti gli stessi incapaci ed inetti non hanno pensato che dovevano sgombrare questa strada dalle auto in sosta.
Malgrado ciò nessuno di quei personaggi è stato cacciato. Anzi, quel ministro dell’interno è lo stesso che tu hai incontrato pochi giorni prima di morire e che poi ha rimosso dalla sua memoria la circostanza dell’incontro. Anzi non l’ha affatto rimosso, semplicemente se ne vergogna (spero), non vuole ammetterlo perché forse non vuole spiegare altri scottanti risvolti della vicenda della tua morte.
Profili di responsabilità si possono ritrovare anche all’interno delle strutture giudiziarie, in quella di Palermo, dove il Procuratore capo dell’epoca non perdeva occasione di umiliarti ed isolarti, creando attorno a se una sparuta pattuglia di fedelissimi ai quali assegnare le indagini antimafia più delicate, mortificando la tua professionalità e rinunciando al patrimonio di conoscenza ed esperienza che tu possedevi. Ed ancora omettendo di informarti persino della nota che lanciava un gravissimo allarme per la tua sicurezza.
In quella di Caltanissetta, dove nessuno ti chiamò a testimoniare sugli ultimi giorni di vita di Giovanni Falcone, come tu stesso avevi invocato.
Responsabilità di livelli alti si intravedono anche nella vicenda della scomparsa della tua agenda rossa.
Responsabilità istituzionali in tutta la vicenda della trattativa, per cui mentre qualcuno ti indicava pubblicamente come il nuovo possibile candidato come Procuratore Nazionale Antimafia, altri dialogavano con i tuoi carnefici, sperando di strappare la promessa della fine dello scontro armato in cambio di incoffessabili concessioni.
E così quando sei venuto a conoscenza o solamente hai sospettato della trattativa in corso, e giustamente ti sei opposto con forza e determinazione, sei diventato l’unico candidato alla prossima strage. Perché lo Stato-mafia non avrebbe potuto tollerare un Procuratore Nazionale Antimafia che pretendeva di non scendere a patti, mai, in nessuna circostanza con la mafia.
Responsabilità ancora più alte si intravedono oggi, in coloro che, avendo appreso di essere nel mirino della mafia, per le stesse ragioni per le quali era stato ammazzato Salvo Lima, si sono mossi con tutto il peso della loro potenza politica per scongiurare il pericolo, cercando di accontentare quei mafiosi che erano rimasti delusi dalle precedenti mancate promesse.
Come vedi è un quadro fosco e opaco quello che oggi, a vent’anni dalla tua morte, si presenta davanti a chi indaga sugli avvenimenti di quel periodo. Frammenti di verità che in qualche modo fanno della tua morte un  “Affare di Stato”, per il quale oggi sarebbe necessario trovare una sponda istituzionale robusta, incrollabile alla quale appoggiarsi senza timore di cedimenti.
I tuoi familiari, i tuoi amici, i tuoi colleghi, i cittadini, la magistratura italiana, la democrazia hanno bisogno della verità. Se questa verità dovesse costare l’azzeramento di una intera classe politica, che ciò avvenga finalmente!.
Che i massimi vertici istituzionali gridino forte l’ordine imperativo di aprire i forzieri dove sono custoditi i segreti, impongano il ritorno della memoria, si pieghino di fronte alla magistratura che sta indagando non solo per accertare le responsabilità penali ma anche per affermare quella verità che è il presupposto indefettibile per ritrovare la dignità del nostro paese.
Caro Paolo ci risentiamo l’anno prossimo, ti dirò se intanto è cambiato il costume istituzionale del paese, se finalmente anziché assistere e proteggere testimoni reticenti si difenderà l’interesse della ricerca della verità. Continuerò a scriverti soltanto se tra un anno ci saranno concreti segnali della prevalenza della Stato-Stato sullo Stato –mafia, altrimenti, se i segreti di oggi saranno tra un anno ancora tali, credo che mi vergognerò, come cittadino a disturbarti ancora.
Con affetto, Vittorio.    





 

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