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'Non si può parlare di mio fratello solo il 19 luglio' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Silvia Parmeggiani   
Giovedì 26 Luglio 2012 20:19
A una settimana dalle commemorazioni della strage di via D'Amelio torna a parlare il fratello del giudice Borsellino, Salvatore. "Bisogna riaprire le indagini sull'agenda rossa. E Ayala sa qualcosa"
Paolo Borsellino non solo sapeva di morire, ne sapeva quasi il giorno. E pochi giorni prima della strage smise di prendere impegni sull'agenda e chiese al suo padre spirituale di confessarlo ma non smise mai di servire lo Stato. Quello stesso Stato che lo stava tradendo.
Oggi, a una settimana dalla commemorazione della strage di via D'Amelio, parla suo fratello Salvatore Borsellino. "Perché non si può parlare di Paolo solo il 19 luglio".
 
Da vent'anni ogni anno si commemora la morte di suo fratello. I fiori, i discorsi, le promesse. Ogni anno è lo stesso copione?
 
No, non è più lo stesso copione. Da quando sono tornato in via d'Amelio, quattro anni fa, coi ragazzi del movimento delle agende rosse le istituzioni si sono defilate. E semplicemente per il fatto che gli avevamo chiesto di non portare in via d'Amelio ipocrite corone di stato per quella che io ritengo sia stata una strage di stato. Solo Gianfranco Fini ha avuto il coraggio di affrontare la nostra contestazione silenziosa. Si è presentato in forma quasi privata con una bandiera italiana che, ovviamente, è sempre bene accetta. Mentre le corone no. Il loro posto è il cimitero perché in via d'Amelio Paolo è vivo.
 
Al 21esimo anniversario qualcuno dovrebbe prendere esempio da Fini?
 
Fino a quando non ci sarà giustizia e verità queste saranno solo giornate dedicate alla memoria di Paolo, non commemorazioni. E mi aspetto contributi diversi. Non di sicuro come quello del Presidente della Repubblica che, a solo due giorni dall'anniversario di via d'Amelio, ha avuto una improvvida iniziativa che sembra mettere ostacoli sulla strada della verità e della giustizia piuttosto che cercare di spianare e di favorire il lavoro dei giudici che questa verità e questa giustizia, invece, la stanno seguendo al costo anche della stessa vita.
 
Nei giorni scorsi ha partecipato anche al presidio delle agende rosse davanti al tribunale di Palermo.
 
E' nella Procura di Palermo che si indaga sulla trattativa che ha velocizzato l'eliminazione di Paolo Borsellino. Paolo sarebbe stato ucciso ma non a soli 57 giorni dalla strage di Capaci. Ci fu qualche elemento che affrettò la decisione di eliminarlo e credo che questo sia stato il fatto che Paolo si è messo di traverso in quella scellerata trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia. Un fatto di cui oggi stanno venendo alla luce nuovi elementi perché per 20 anni in molti hanno mantenuto il silenzio.
 
Lui sapeva che doveva morire? Sapeva davvero che dopo Giovanni Falcone sarebbe stato il prossimo?
 
Lui non solo sapeva ma era certo che sarebbe stato ucciso. E quasi ne sapeva il giorno. Il venerdì prima della sua morte (venne ucciso di domenica) chiese al suo padre spirituale di andare in Procura per confessarlo. E quando il prete gli chiese “perché devo venire in Procura? Vieni tu domenica in chiesa”. Paolo gli rispose “No, devo essere pronto”. E quando un amico gli spostò un appuntamento per il martedì della settimana successiva Paolo gli rispose “martedì no, perché non so se sarò ancora vivo”. Sapeva che erano pochi i giorni che lo avrebbero separato dalla morte, aveva coscienza di quello che lo aspettava e, nonostante tutto, fino all'ultimo, ha voluto servire lo Stato. Anche quando sapeva che, in quello Stato, c'era qualcuno che stava preparando la sua morte.
 
A catastrofe avvenuta chi vi ha informato?
 
Mia mamma ha potuto sentire l'esplosione che le ha portato via il figlio perché Paolo aveva appena suonato il campanello di casa di via d'Amelio, Io lo appresi dalla televisione. Mia moglie mi chiamò e mi disse “Corri, corri che che stanno parlando dell'attentato a Palermo”. Non avevo bisogno di correre. Già sapevo benissimo cosa avrei sentito e cosa avrei visto. Ho sperato fino all'ultimo che fosse sopravvissuto ma ho avuto la certezza della sua morte quando mia madre mi chiamò dall'ospedale e mi disse “tuo fratello è morto”.
 
I primi a farsi avanti subito dopo la strage?
 
Nei primi anni dopo la morte di Paolo c'era stata una tale coscienza civile che sembrava esserci stata anche una reazione dello Stato. In quegli anni fu approvata la legge sulla lotta alla mafia e sulla confisca dei beni mafiosi. Altri provvedimenti sono sempre stati presi subito dopo le stragi perché ci vuole il sangue in Italia per fare le leggi e per ottenere iniziative corali dello Stato alla lotta alla criminalità organizzata. Negli anni immediatamente successivi, però, si cominciavano già a bloccare le cose: 300 condanne al 41 bis (carcere duro) erano state tolte. Quindi c'era qualcuno che stava già cambiando le carte in tavola. Ma io allora non me ne rendevo conto: mi illudevo e  pensavo che la morte di Paolo fosse servita a qualcosa, che gli avessero fatto fare da morto quello che non gli avevano permesso di fare da vivo.
 
A proposito del lavoro di Paolo. Lui annotava tutti i suoi appunti su un'agenda, l'agenda rossa. Mai più ritrovata dopo la strage. Qualcuno sapeva cosa conteneva? Per questo è stata fatta sparire?
 
Nessuno sa cosa c'era scritto ma di certo qualcuno immaginava cosa c'era scritto all'interno. Paolo non permetteva neppure ai suoi famigliari di avvicinarsi a quell'agenda tanto forti dovevano esserne i contenuti. Gaspare Mutolo stava collaborando con la giustizia e gli stava parlando delle infiltrazioni della criminalità organizzata nelle forze dell'ordine e nei pubblici servizi della magistratura rivelando un legame con l'allora pubblico magistero Domenico Signorino. Signorino si suicidò quando gli furono contestate delle accuse al Maxiprocesso e Mutolo ha rivelato come il Pm fosse ricattato e ricattabile dalla mafia. Sull'agenda rossa c'era scritto questo e tante altre cose.
Nelle indagini si segue un certo iter, per cui certe cose che Paolo aveva già ascoltato e annotato sarebbero uscite solo in seguito per andare avanti nelle indagini.
 
Questo vuol dire?
 
Che non bastava uccidere Paolo ma insieme a Paolo doveva sparire la sua agenda. E questo è puntualmente avvenuto. Qualcuno era in via d'Amelio ad aspettare l'esplosione in modo da avvicinarsi alla macchina, prendere la borsa di Paolo (in cui era contenuta l'agenda) e allontanarsi. Il tempo necessario per tornare, rimettere la borsa al suo posto, sperare che la macchina prendesse fuoco e che dell'agenda rossa non si parlasse più. Invece, ci fu un ritorno di fiamma e l'incendio venne fermato. La borsa venne prelevata ma all'interno c'erano solo due pacchetti di sigarette, la batteria di riserva del telefono e un costume umido di Paolo. La persona che è stata fotografata mentre si allontanava dalla macchina con in mano borsa è stato l'allora capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli. C'è stata una scandalosa sentenza e non si è arrivati mai alla Cassazione: è stata messa una pietra tombale sulla verità. Io spero che venga riaperta quanto prima l'indagine sull'agenda rossa ripartendo da quelle persone che hanno rilasciato deposizioni contraddittorie.
 
Come chi per esempio?
 
Ho posto molte domande all'allora magistrato Giuseppe Ayala. Il 19 luglio del 1992 fu il primo ad avvicinarsi alla macchina di Paolo. Sembra che abbia fatto forzare il portello posteriore della macchina dal suo agente di scorta Rosario Farinella e che abbia prelevato la borsa. Da qui le sue deposizioni diventano contraddittorie: non si capisce cosa ha fatto, a chi ha consegnato quella borsa, se l'ha aperta. E quindi io mi aspetto che anche su queste cose si indaghi a fondo: vorrei sapere cosa ha fatto Ayala nel momento in cui è arrivato in via d'Amelio e cosa è successo con quella borsa.
 
Ha mai ricevuto risposte da Ayala?
 
Queste domande io ad Ayala le ho poste ma lui non mi ha risposto. Forse per togliersi dall'impiccio ha detto che io sono una persona con dei problemi mentali. Io non so se i pazzi al manicomio stavano davanti o dietro le sbarre. Il problema è nato quando mi ha detto “lei sta parlando da fratello di Paolo Borselino. Io non ho esperienze di fratelli ma so che anche Abele aveva un fratello”. Mi ha dato del Caino. Io in qualche modo sono stato accusato da lui di avere ucciso mio fratello. Non ho potuto fare altro che querelarlo penalmente ma spero che le cose vadano avanti e che Ayala risponda alle mie domande davanti a un magistrato o un giudice.
 
E oggi a che punto siamo? Siamo vicini alla verità?
 
Ci sono vent'anni di ritardo per colpa di depistaggi messi in atto da falsi collaboratori di giustizia che hanno accusato ingiustamente altre persone. Oggi grazie alle nuove segnalazioni di Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina le indagini stanno andando nella giusta direzione. Io da questi nuovi processi mi aspetto che si faccia luce sulla verità.
 
Sulla storia di suo fratello è anche uscito un libro “Fino all'ultimo giorno della mia vita” (Aliberti editore). Racconta a Benny Calasanzio anche la vostra vita da piccoli. Quali ricordi custodisce di suo fratello?
 
Il ricordo di Paolo come mio fratello, non come magistrato, è quel qualcosa che vorrei tenere solo nel mio cuore. Ricordo soprattutto i rapporti con mia madre, grandissima donna che ci insegnato tutto: l'amore per la lettura, il rispetto delle istituzioni (che purtroppo non sono sempre occupate da persone degne di occuparle ), il senso dello Stato e mi ricordo che Paolo già da ragazzo aveva una personalità così forte che avevo bisogno di un mio spazio. Forse per questo a 27 anni ho abbandonato Palermo per andare a vivere a Milano. Ci sono tanti altri ricordi nel libro ma ho fatto fatica a scriverle. L'ho fatto solo per Calasanzio, perché anche lui, come me, ha vissuto un'esperienza legata alla mafia. Nello stesso anno in cui è stato ucciso mio fratello anche suo nonno e suo zio, Giuseppe e Paolo Borsellino (omonimo di mio fratello), sono stati uccisi per aver detto no ai ricatti della mafia.


Silvia Parmeggiani (Il Manifesto, 26 luglio 2012)






 

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