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Sebastiano Ardita: 'La politica non è mai vera amica dei giudici' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza   
Domenica 29 Luglio 2012 16:54
La scomparsa di Loris D’Ambrosio non deve diventare strumento di un’ennesima campagna contro la magistratura da parte di chi non perde occasione per agitare una pretesa “emergenza giustizia’’, attaccando frontalmente i pm di Palermo. È la riflessione che Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Messina, esponente di Magistratuta Indipendente e membro del comitato direttivo centrale dell’Anm, rileva a proposito dei commenti politici delle ultime ore. Dove porterà lo scontro tra politica e magistratura, che passa per il pericolo di mettere imbavagliare l’informazione? Il magistrato che nei giorni scorsi ha “svegliato’’ l’Anm con una mail a 500 colleghi siciliani, sollecitandoli a rompere il silenzio e a recuperare la funzione di tutela dei giudici più esposti, si dice convinto che la ricerca della verità su quanto accaduto tra il ’92 e il ’93 oggi sia più che mai necessaria: anche se non è mai esistita una “politica sinceramente amica dei magistrati’’, infatti, non c’è per Ardita alcuna “verità inconfessabile’’ che il nostro Paese non potrebbe sopportare.   

Dopo la morte del consigliere D'Ambrosio, alcuni quotidiani italiani
hanno titolato
''Pm assassini''. Perchè l'intensificarsi dell'attacco alla magistratura siciliana proprio adesso?
  
Coloro che negli anni hanno gestito il conflitto con la magistratura non perdono occasione per continuare ad attaccare. La morte di D’Ambrosio è un fatto doloroso, e sono certo che per primi i magistrati di Palermo ne hanno sofferto, come ne soffrono quanti hanno coscienza che la giustizia, con la sua ansia di affermazione della verità, viaggia nella direzione della vita, della speranza e del bene comune. E poi non va dimenticato che Loris D’Ambrosio nella conoscenza di tutti era un uomo che ha passato la propria vita professionale a difendere i magistrati.
  

Al coro degli attacchi ipergarantisti del centro-destra si è aggiunto anche il cosiddetto ''fuoco amico'' di maestri del giornalismo civile come Scalfari che si scagliano contro i pm e l'invasività delle loro inchieste. E l'effetto dell'indagine sulla trattativa mafia-Stato che per la prima volta ha squadernato all'opinione pubblica la vocazione al compromesso della classe dirigente italiana?   
Non credo ai complotti, e al tempo stesso non credo che esista un ‘’fuoco amico’’, nè che sia mai esistita una parte politica sinceramente amica dei magistrati. E forse tutto sommato è meglio così. La giustizia uguale per tutti non piace a chi ha qualcosa da nascondere, e non è ragionevole ritenere che coloro che hanno qualcosa da nascondere stiano tutti dalla stessa parte politica. Poi c’è la questione – diversa - di quanti hanno condotto battaglie civili per lo stato di diritto e l’indipendenza della magistratura. Come mai hanno cambiato opinione adesso?   

Esiste secondo lei - che ha vissuto 
una fetta di quelle vicende dall'interno - una verità sui rapporti tra mafia e Stato che ancora il paese non è in
grado di sopportare?   

A parte il fatto che il nostro Paese ha sopportato di tutto, non ho mai avuto notizia di qualcosa di imbarazzante che prima o poi non si sia venuto a sapere. Il problema è che a volte si cercano spiegazioni contorte quando le risposte potrebbero essere molto più banali. A volte ciò che determina le scelte sono i sentimenti umani: la prudenza eccessiva, la mancanza di coraggio o semplicemente la paura. Come ci ha insegnato Paolo Borsellino, in fondo sono stati d’animo con i quali tutti nella vita prima o poi abbiamo dovuto
fare i conti.   

Monti a Palermo ha proclamato che l'unica ragion di Stato è la verità. Napolitano ha fatto lo stesso proclama, nella lettera ai familiari di Borsellino, ma poi ha parlato di ''torbide ipotesi di trattativa''. Ritiene che il cammino verso la verità sul biennio '92 e '93 sia ancora percorribile?   
Il cammino verso la verità è difficile che possa essere fermato, finché nel nostro paese esisteranno voci libere e persone che credono nella democrazia. Dobbiamo avere solo l’accortezza di procedere con il giusto passo: con la serenità di chi non ha paura dei possibili esiti e al tempo stesso accetta i risultati di questa ricerca, anche quando non corrispondono alle ipotesi che in partenza ci si aspettava. Lo dobbiamo a quanti non sono più tra noi per avere creduto nella giustizia.


Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2012)




 

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