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Con Scarpinato. Senza debiti verso il potere PDF Stampa E-mail
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Scritto da Gianni Cirone   
Venerdì 24 Agosto 2012 18:49

Parla Francesco Messina, magistrato a Trani e redattore del documento di sostegno al Procuratore Generale di Caltanissetta sotto procedimento dal CSM

23 agosto 2012. Al giudice Francesco Messina, del Tribunale di Trani, è bastato un minuto, sessanta secondi appena per scompaginare una giornata agostana con le figlie.
Sì, proprio a lui, il magistrato che predilige il dialogo con gli studenti, partecipando ad incontri con i più giovani per dibattere temi di educazione civica. Eppure, nel crescendo d’afa e di polemiche di questa estate – quando il procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, viene messo sotto accusa dopo aver pronunciato l’intervento di commemorazione per Paolo Borsellino – al giudice Messina scatta dentro un’esigenza. Meglio, una necessità, una di quelle necessità che fanno saltare i piani, fossero anche quelli promessi ai figli che – chissà – magari lo conoscono per essere un uomo di parola.
Nessun eroismo, fuor di dubbio. Una pillola, invece, sì. Una dose sintetica di memoria gramsciana, un atto in presa diretta con un cardano-pensiero: ’odio gli indifferenti’. 
Sbrigativamente, Messina congeda la prole: mi scuso, papà è occupato. Contatta alcuni colleghi, il passaparola si moltiplica, mentre l’impossibilità di ‘non dire’ diviene un filo d’olio, inarrestabile, che s’intrufola negli angoli meno battuti delle coscienze di molti. Prepara un documento, lo lima grazie al contributo di altre toghe, chiede le firme di appoggio. Ne arrivano (tutte vagliate) anche da non magistrati, che restano comunque il maggior azionariato dell’operazione. Oggi, le adesioni hanno superato quota cinquecento.


Giudice Messina, se dovesse spiegare a un 15enne l’oggetto del contendere tra Procura di Palermo e Presidenza della Repubblica, cosa direbbe?
A quel ragazzo direi che la Procura della Repubblica di Palermo sta indagando su fatti accaduti in un momento drammatico della storia italiana. L’azione della magistratura si realizza seguendo norme giuridiche attraverso le quali è possibile accertare e comprendere gli eventi accaduti, così da consentire al cittadino di acquisire consapevolezza storica di un passato che riguarda tutti. E’ fisiologico che, nel corso di un procedimento penale, vi siano interpretazioni diverse su alcune norme. Ora, a fronte dell’azione della Procura di Palermo – che ha utilizzato lo strumento delle intercettazioni telefoniche – la Presidenza della Repubblica ha ritenuto di porre una questione giuridica innanzi alla Corte Costituzionale su una parte del contenuto di quelle intercettazioni.
Per quanto io sappia, quindi, siamo nella fisiologia giuridica, e non nella patologia o nell’abuso accertato. Come magistrato e come cittadino, attendo le decisioni della Consulta, ritenendo che non esista un ’contendere’ tra due parti, ma il desiderio comune di accertare la verità.

Cercando di separare i clamori dell’attualità da una possibile revisione degli strumenti normativi, intervenire sull’istituto dell’intercettazione Le appare una priorità?
Assolutamente no. Nella mia esperienza professionale lo strumento delle intercettazioni telefoniche è essenziale per l’accertamento dei reati. Non a caso, le intercettazioni sono indicate dalla legge come “mezzi di ricerca della prova”.
Ci si deve, però, confrontare con due elementi di fatto che caratterizzano la realtà italiana. In primo luogo, la potenzialità intimidatoria di molti criminali che non induce gli altri cittadini a collaborare spontaneamente con lo Stato. Con la conseguenza che, per l’accertamento di determinati reati, la prova testimoniale diviene sempre più rara e difficoltosa quanto più è elevata la capacità criminale di chi delinque. C’è, poi, da prendere dolorosamente atto che, nel nostro Paese, non vi è una diffusa educazione al rispetto delle regole civili. La ’cultura dell’esempio’ non è stata considerata una priorità politica. A fronte dell’impegno strenuo di coloro che si impegnano in determinati settori della società, come quello scolastico, altri ’insegnamenti’ privilegiano la furbizia, l’affermazione personale, la tutela dei propri interessi a scapito degli altri.
Diciamo, allora, che lo strumento dell’intercettazione – che prevede l’utilizzo di macchine non ’influenzabili’ – permette di avvicinarsi alla realtà molto di più di quanto è verosimile attendersi affidandosi alla sola coscienza civile dei cittadini. Sul tema delle intercettazioni, quindi, si deve capire cosa il cittadino davvero vuole. Se vuole conoscere la verità, ed essere così libero. Oppure se si accontenta di convivere con i fenomeni criminali, accettando l’idea che sia più opportuno e più comodo un sapere parziale e relativo. In fin dei conti, non è qualcosa che riguarda solo la comunità in generale, ma la propria coscienza e la propria dignità.

Secondo Lei, quali sono le urgenze per un’ipotetica riforma della giustizia?
Non vi è alcun dubbio che una riforma della giustizia dovrebbe aver come principale punto di riferimento l’accelerazione del processo, sia penale e civile. Le norme vigenti non hanno retto il confronto con la complessa realtà criminale italiana, finendo per aggravare il problema. Da anni – ripeto, da anni – i magistrati italiani, che devono solo applicare le norme che sono emanate da altro potere dello Stato, avvertono che, se lo scopo del processo è l’accertamento della verità, il sistema normativo dovrebbe essere strutturalmente finalizzato a raggiungere tale scopo. Oggi, invece, in Italia esiste una distonia tra la situazione data e i relativi problemi, e le norme per affrontarli. Come giudice penale, penso alla necessità di norme sulla notifica degli atti processuali che siano al passo con il sistema tecnologico/comunicativo che utilizza qualsiasi famiglia italiana; alla tendenziale conservazione di tutti gli atti procedimentali che possono divenire mezzi di prova; all’eliminazione dei barocchismi giuridici che possono indurre a condotte dilatorie, allontanando l’accertamento della verità; a nuove norme sulle impugnazioni dei provvedimenti dei giudici che dovrebbe disincentivare le tattiche tese a posticipare la definitività delle sentenze; all’idea generale che le ’garanzie’ non debbano riguardare solo gli imputati ma anche le persone offese dal reato.
Badi bene, queste riforme potrebbero essere realizzate, come si dice, ’a costo zero’, senza cioè alcuna spesa per lo Stato. E così si potrebbero destinare le risorse economiche alle strutture mobili e immobili dei Tribunali.

Sotto il punto di vista mediatico, un’estate rovente. Prima la tanto dibattuta ’trattativa Stato-mafia’, poi lo scontro – forse senza precedenti – tra ambito politico-istituzionale e ambienti della magistratura in occasione dell’anniversario della morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, adesso il continuo botta e risposta tra esponenti di rilievo del potere giudiziario e politico (per brevità ricordo solo gli interventi di Pierluigi Vigna, Giancarlo Caselli, Gustavo Zagrebelsky, Luciano Violante, Antonio Di Pietro). Debolezza costituzionale o lotta tra poteri?
Il magistrato svolge una funzione molto delicata all’interno dello Stato e, però, non può abdicare ai diritti/doveri di ogni persona. Tra questi vi è quello di formare la coscienza civile aiutando ogni cittadino ad acquisire un’autentica (e non formale) consapevolezza democratica. Una discussione rispettosa e intellettualmente onesta tra potere politico e giudiziario, quindi, non può che far del bene alla comunità perché ne accrescerebbe cultura e senso critico.
Aggiungo che è solo attraverso il dialogo sociale che il magistrato forma se stesso. Voglio dire che un magistrato distante dalla società o che frequenta solo circoli esclusivi non avrà mai una conoscenza profonda della realtà su cui le sue decisioni andranno a incidere. Non mi adeguerò alle considerazioni superficiali secondo cui se un magistrato fornisce il proprio contributo culturale al dibattito pubblico svolgerebbe un improprio ruolo politico.
In realtà, l’esperienza insegna che un magistrato che si disinteressa della coscienza della comunità in cui vive compie un atto politico non dissimile da colui che, invece, pur nel rigoroso rispetto delle caratteristiche della professione, si impegna per elevare la cultura dei propri simili. Il primo è un atto di pura conservazione dell’esistente. Il secondo è, invece, rispettoso di quanto è previsto dall’art. 3, comma 2, della Costituzione che prevede il mutamento positivo della personalità umana.

Davanti a tante tensioni – e se c’è – come valuta o auspicherebbe il dibattito interno al mondo delle toghe? Ci sono posizioni diverse. Quanto contano le varie correnti e quanto, invece, il condizionamento dettato da specifiche mansioni e competenze?
Il dibattito culturale fra magistrati è una componente ineliminabile della loro formazione. Le correnti - e, sia chiaro, non le loro degenerazioni - rappresentano ancora oggi il riscontro di come ciascun magistrato intenda avvicinarsi alla realizzazione dei principi dell’ordinamento dello Stato. Chi considera le correnti della magistratura alla stregua di ’partiti politici’ non conosce la loro storia complessa e, soprattutto, la sensibilità dei magistrati che vi partecipano. Per quanto mi riguarda, ritengo che le competenze e le capacità tecniche debbano costituire l’unico criterio per riscontrare la professionalità di un magistrato. L’elaborazione culturale presente all’interno delle correnti può aiutare tale scopo.

In conclusione. Secondo Lei, tra le voci di magistrati cosiddetti ‘in prima linea’, non crede che gioverebbe ascoltare anche quelle di colleghi meno noti, ma non per questo meno determinanti per la vita di quanti, per ragioni diverse, finiscono per trovarsi al cospetto di un giudizio, di un tribunale?
La sua è una domanda molto interessante. Sono convinto che il punto di vista dei molti magistrati che lavorano quotidianamente in situazioni dalla minore visibilità mediatica potrebbe contribuire, e non poco, ad elevare il dibattito pubblico sulla giustizia. Le informazioni che potrebbero provenire da questi colleghi sarebbero utilissime affinché i cittadini possano acquisire, nella concretezza e dall’interno del sistema, informazioni sull’effettivo funzionamento della Giustizia, svelando gli errori e le mistificazioni spesso veicolate dai media. Non mi piace, però, mettere in contrapposizione i magistrati ’in prima linea’ con quelli ’comuni’. Negli anni passati, si è sempre fatto riferimento, attraverso lo stereotipo linguistico particolarmente abusato, ai “tanti magistrati che lavorano in silenzio”, contrapponendoli ai pochi che svolgevano indagini delicate o che esprimevano legittimamente il proprio pensiero. Non è affatto così e, anzi, si è trattato di un maldestro tentativo di isolare colleghi straordinari per capacità professionale e dedizione al lavoro.
La magistratura italiana, negli ultimi decenni, ha mostrato, nei fatti, un’assoluta compattezza a favore dei principi della Costituzione, senza minimamente badare a chi li stava attuando, magari in condizioni particolarmente difficili. E ha fornito a tali colleghi solidarietà umana e aiuto professionale.


Gianni Girone (
www.lindro.it, 23 agosto 2012)














 

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