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All'ombra di Schifani PDF Stampa E-mail
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Scritto da Lirio Abbate e Marco Damilano   
Venerdì 07 Settembre 2012 20:21
Servizi segreti. Csm. Antitrust. Finanza... Ecco la rete di potere del presidente del Senato. Nome per nome

Più che camminare, scivola, avvolto nel suo completo scuro. Un'ombra di cui nessuno sembra accorgersi. Una polverina sottile, che penetra nelle cose e s'infila ovunque senza darlo a vedere. Renato Schifani, 62 anni, dal 2008 presidente del Senato, si avvia a concludere la sua legislatura dallo scranno più alto di Palazzo Madama in apparenza come l'ha cominciata: nell'indifferenza assoluta.

Considerato un puro esecutore di ordini: quelli di Palazzo Grazioli, prima («per Berlusconi è un fedelissimo, nel senso canino del termine», spiegava fino a qualche tempo fa un suo nemico del Pdl). Sottovalutato da tutti. Come si fa con un ufficiale liquidatore.
Grave errore. Perché, senza farsi notare, la seconda carica dello Stato ha divorato nella sua carriera i suoi antichi protettori, ben più blasonati o irruenti di lui, come Enrico La Loggia e Gianfranco Miccichè. E arrivato ormai a fine mandato sta consolidando una rete di potere impressionante. Nel Pdl: la sua collaboratrice più fidata, la senatrice Simona Vicari, è stata da pochi giorni nominata da Angelino Alfano commissaria del Pdl di Palermo, farà lei le liste per le politiche 2013. Negli apparati dello Stato, dove si fanno e si disfano le ascese: servizi segreti, Guardia di Finanza, carabinieri, polizia. Tra le Authority: il presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella è suo amico da sempre. E nella magistratura: nel cuore di quella Procura di Palermo che è in testa alle preoccupazioni dei palazzi romani, dopo il conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale presso la Corte costituzionale per le intercettazioni del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con Nicola Mancino indagato nell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.

L'ultimo colpo di Schifani è la promozione del nuovo comandante generale della Guardia di Finanza, Saverio Capolupo, nominato a giugno dal presidente del Consiglio Mario Monti. Capolupo è amico del presidente del Senato. La loro conoscenza si è stretta negli ultimi due anni, quando il generale delle Fiamme gialle ha vissuto a Palermo con l'incarico di comandante interregionale dell'Italia Sud Occidentale. Monti ha spiegato che la nomina di Capolupo è stata la scelta migliore, «dopo aver vagliato la storia professionale dei tre generali che erano candidati alla guida del corpo, tutti con grandi qualità professionali». A fare la differenza sono stati i consigli di Schifani. Sempre a giugno il Consiglio dei ministri ha destinato alla guida dell'Aisi, il servizio segreto interno, il generale dei carabinieri Arturo Esposito. Bravissimo ufficiale, capo di Stato maggiore dell'Arma, anche lui legato a Schifani da vecchia amicizia. E ora è in arrivo la nomina più pesante. Nei prossimi mesi il prefetto Antonio Manganelli potrebbe lasciare la guida della Polizia di Stato, dopo sette anni. E la corsa per la poltronissima è già aperta: in pole position, per la prima volta, non ci sono uomini che vengono dalle file della polizia, già decapitata dalla sentenza della Cassazione sul G8 di Genova, ma si fa l'identikit del prefetto di un'importante città italiana. E il presidente del Senato si sta muovendo in questa direzione.
Il suo delegato agli apparati di sicurezza è un politico sconosciuto e molto potente, il senatore di Pagani Giuseppe Esposito. Per un decennio segretario amministrativo del gruppo del Senato di Forza Italia, l'uomo della cassa quando Schifani era capo dei senatori azzurri. Poi nel 2008 il doppio salto: l'elezione a Palazzo Madama e la designazione a vicepresidente del Copasir, l'organismo parlamentare di controllo sui servizi presieduto da D'Alema. Un'ascesa spropositata per un senatore alla prima legislatura. Ma non per il campano Esposito che ha dimostrato di sapersi muovere anche altrove, nei cda di Alitalia, Consip e del comitato organizzatore dei mondiali di nuoto 2009 (al centro dell'inchiesta sulla Cricca), fondatore, presidente e amministratore del gruppo di consulting Esor, sedi a Tokyo e Los Angeles. Sempre con la benedizione del presidente del Senato.
Un uomo fortunato, Schifani. Con Berlusconi regnante a Palazzo Chigi sembrava destinato a passare negli annali della politica senza lasciare traccia, come una suppellettile, una musica da sala d'aspetto, di quelle di cui non ricordi le parole e le note. Sovrastato dal protagonismo di Gianfranco Fini: all'inizio della legislatura era stato il presidente della Camera a stringere un legame di ferro con Napolitano, mettendo fuori gioco il collega del Senato. Lo scontro tra seconda e terza carica dello Stato aveva raggiunto l'apice nell'ottobre 2009, quando i due litigarono al Quirinale sul lodo Alfano, bocciato dalla Consulta. Con Fini a difendere la correttezza di Napolitano e Schifani costretto a sostenere la posizione di Berlusconi, ostile al presidente.
Un mese prima si erano affrontati in pubblico al seminario del Pdl di Gubbio. Oggetto, manco a dirlo, le inchieste di Firenze, Palermo e Caltanissetta sulle stragi di mafia del '93. Indagini che andavano riaperte, per Fini, e che per Schifani erano invece solo «teoremi politici, percorsi contorti e nebulosi seguiti da singoli magistrati, fantasmi di un passato lontano». Terreno delicato per lui, indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, accusato di rapporti con i boss Graviano, fedelissimi di Totò Riina, protagonisti di quelle stragi, le bombe della trattativa. Schifani è stato iscritto nel registro degli indagati con il nome di copertura "Schioperatu" (uno stragemma che ha consentito al procuratore Francesco Messineo di smentire la notizia) sulla base delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, che ricordava gli appuntamenti tra il senatore (all'epoca avvocato amministrativista) e Filippo Graviano, quando il boss era latitante.
L'inchiesta è oggi vicina all'archiviazione. E Schifani, intanto, ha conquistato due pedine importanti nel Csm, i consiglieri laici del Pdl tra cui Bartolomeo Romano, strappato ad Alfano, e Nicolò Zanon. È stato lui ad affossare le candidature di Messineo per la Procura generale di Palermo e di Roberto Scarpinato per il posto di procuratore capo. E ora che la partita si è riaperta sono in molti a scommettere che il candidato che la spunterà sarà quello appoggiato da Schifani. Che sfoggia come capo del suo staff la dottoressa Annamaria Palma, ex pm di Palermo, moglie del sottosegretario Adelfio Elio Cardinale.
Possibile che Schifani arrivi a contare così tanto? L'uscita di Berlusconi da Palazzo Chigi, invece di stroncarlo, lo ha lanciato. I rapporti con Monti sono ottimi: è stato lui a mettergli accanto il riservato Federico Toniato quando il premier è diventato senatore a vita. Toniato, fino a novembre 2011 semplice funzionario del Senato con ottimi agganci in Vaticano (agli occhi di Schifani aveva l'enorme merito di aver portato il cardinale Tarcisio Bertone a Palazzo Madama e di aver organizzato l'udienza privata della sua famiglia dal papa), è ora vice-segretario generale di Palazzo Chigi, inseparabile da Monti. E con Napolitano Schifani vanta ora una relazione speciale, altro che Fini e le sue ossessioni giudiziarie. Le riforme decisive (vedi la legge elettorale) sono lì, al Senato. Così, tra un monito e un'allocuzione, Schifani si prepara al futuro. Nel Palazzo conta ormai più di Alfano, per qualcuno più di Gianni Letta e di Berlusconi. In Sicilia coltiva anche il progetto di una banca regionale, con gli amici Francesco Maiolini e Francesco Ginestra. E ha appena piazzato il figlio Roberto nel cda del Palermo calcio di Maurizio Zamparini. Perché il marchio dell'incolore, inodore, insapore Schifani si avvia a diventare una dynasty.

Lirio Abbate e Marco Damilano (L'Espresso, 7 settembre 2012)





 

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