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L'uomo che sapeva troppo: Violante sentito per due ore PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza   
Venerdì 14 Settembre 2012 20:17
1993, Mancino gli girò un dossier sul ricatto mafia-Stato

Per un’ora e mezzo ha risposto alle domande dei pm di Palermo Antonio Ingroia, Nino Di Matteo e Lia Sava (più l’ultimo arrivato, il sostituto Roberto Tartaglia) che ieri lo hanno convocato a sorpresa per farsi raccontare cosa sapeva del dialogo Stato-mafia già nel settembre del ’93, ovvero subito dopo le bombe di Firenze, Roma e Milano. Ma non solo. Luciano Violante, il deputato del Pd che nei giorni scorsi agitava lo spettro di un “populismo giudiziario che usa le procure come una clava politica”, ha dovuto anche spiegare ai pm palermitani come mai su una serie di informazioni sulla trattativa, pervenute per tabulas al suo ufficio di presidente dell’Antimafia, finora non si è lasciato sfuggire neppure una parola: né nell’interrogatorio precedente, né durante la sua testimonianza in aula al processo Mori. Un silenzio, in sostanza, durato vent’anni.
  
NESSUNA indiscrezione è trapelata sul contenuto delle risposte. Ma di certo c’è che uscendo dalla stanza dove si è tenuto l’interrogatorio, Violante non ha sfoggiato il suo solito aplomb da navigato mattatore della politica, ma è apparso torvo e contrariato. E ai giornalisti si è limitato a sussurrare a denti stretti: “Non rilascio alcuna dichiarazione”.
Non si aspettava una nuova convocazione a Palermo? Chiamato a rispondere come persona informata sui fatti dal pool che prosegue l’indagine sulla trattativa nell’ambito del filone che vede già coinvolti, per false dichiarazioni al pm, l’ex ministro Giovanni Conso, l’ex capo del Dap Adalberto Capriotti, e l’ex deputato dc Giuseppe Gargani, Violante ha dovuto ricostruire i retroscena di un carteggio con l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino che riguardava la trasmissione a Palazzo San Macuto della relazione sullo stragismo della Dia di Gianni De Gennaro. Una relazione che non faceva mistero del rischio di “un’eventuale revoca, anche solo parziale, dei decreti che dispongono l’applicazione del 41 bis”, e che secondo
gli investigatori, avrebbe potuto “rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”.   
Era stato lo stesso Violante a richiedere una copia di quel documento a Mancino. E l’ex ministro, inviandogli la relazione, il 14 settembre ’93, aveva scritto una nota di accompagnamento nella quale raccomandava al presidente dell’Antimafia la necessità di “tutelare le notizie in essa riportate”, in ossequio alla qualifica di “Riservato” imposta al documento, assistito dal regime della “vietata divulgazione”. Ma cosa sostenevano gli investigatori della Dia in quella relazione top secret, datata 10 agosto 1993, che descriveva con grande chiarezza le dinamiche interne a Cosa Nostra, ma anche le oscillazioni del fronte istituzionale sulla linea da tenere di fronte all’emergenza stragi? La Dia di De Gennaro, già un mese dopo le bombe di Roma e Milano, rilevava che “la volontà del governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza e il fallimento della campagna di delegittimazione dei collaboratori di giustizia, hanno sicuramente concorso alla ripresa degli attentati”.   
PER LA DIA, “lo scopo evidente delle stragi è quello di far cadere il consenso sociale verso l’azione repressiva dello Stato contro la mafia e indurre l’opinione pubblica a ritenere troppo elevato
, in termini di rischio di vite umane, il contrasto alla criminalità organizzata”. Una strategia, evidenziavano in presa diretta gli investigatori, idonea a insinuare nell’opinione pubblica il convincimento “che in fondo sarebbe più conveniente abbandonare una linea eccessivamente dura”, per cercare soluzioni “in qualche modo più accettabili da parte dei mafiosi”. È la fotografia di quell’atteggiamento “morbido” che nel giro di qualche settimana il governo adotterà, senza proclami ufficiali e sempre sottotraccia, per scongiurare nuovi episodi stragisti. Ora i pm di Palermo vogliono appurare quanto fosse noto nel circuito istituzionale il collegamento stragi-41 bis. Violante, nel ’93 uomo di punta dell’opposizione, appare oggi – anche alla luce del carteggio con Mancino – un soggetto pienamente consapevole delle riflessioni che portarono alla trattativa, essendo informato in tempo reale, e per sua stessa iniziativa dell’evoluzione delle dinamiche criminali ma anche di quelle politiche, sia direttamente dai ministri che dagli investigatori. E le sue risposte potranno fornire ai pm nuovi elementi per verificare quanto fosse “perfetta” quella “solitudine” che nel novembre ’93 (solo due mesi dopo il carteggio Mancino-Violante) avrebbe accompagnato Conso nella mancata proroga di oltre 300 decreti di carcere duro.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Il Fatto Quotidiano, 14 settembre 2012)




Mafia: inchiesta trattativa, nel '93 scoop Adnkronos su stragi cosa nostra

Roma, 14 set. (Adnkronos) - Uno scoop dell'Adnkronos fu all'origine dell'intervista al Tg3 con cui, il 10 dicembre 1993, l'allora presidente della commissione Antimafia Luciano Violante ipotizzo' che la cupola di cosa nostra fosse dietro le bombe e le stragi dell'estate precedente a Roma, Milano e Firenze. Ieri Violante e' stato ascoltato di Pm di Palermo che indagano sulla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia. Il 10 dicembre di diciannove anni fa due lanci dell'Adnkronos riportarono l'ipotesi degli investigatori secondo cui era Bernardo Provenzano il mandante delle bombe e le stragi dell'estate precedente a Roma, Firenze e Milano. La notizia era siglata dal giornalista Nicola Rao, oggi responsabile del Tg Lazio della Rai. Nei lanci si sottolineava che ''il tentativo di Cosa Nostra sarebbe stato quello di intimidire lo Stato con una serie di azioni eclatanti, sperando che il 41 bis non fosse ripristinato''. Quello stesso giorno l'allora presidente della Commissione Antimafia, Luciano Violante, dichiaro' in un'intervista al Tg3: ''Sembra proprio che dietro le stragi di quest'estate ci sia la mano della cupola di Cosa Nostra''. A giudizio di Violante, con le bombe del 1993 ''Cosa Nostra si prefiggeva l'obiettivo di negoziare con lo Stato l'alleggerimento della situazione penitenziaria dei boss. Non c'e' riuscita, ma bisogna stare ancor attenti''. Secondo Violante, inoltre, ''gli attentati gravi Cosa Nostra non li ha mai commessi da sola, li ha sempre compiuti con altri settori. Logge massoniche coperte e settori deviati degli apparati istituzionali''. Ieri Violante e' stato ascoltato dai magistrati di Palermo titolari dell'inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia. In precedenza era stato ascoltato lo stesso Nicola Rao.
(14 settembre 2012 ore 14.32)


 

VIOLANTE: ' E' PROVENZANO IL REGISTA DELLE AUTOBOMBE'

ROMA, 11 dicembre 1993 - Dietro gli attentati di Roma, Firenze e Milano c' è la nuova ' cupola' mafiosa. A dirlo è il presidente dell' Antimafia Luciano Violante, indicando in Bernardo Provenzano l'ispiratore di questa strategia. Per il presidente dell' Antimafia, Cosa nostra si prefiggeva "l' obiettivo di negoziare l'alleggerimento della situazione penitenziaria dei boss. Non c' è riuscita, però bisogna stare attenti perchè oggi su questo versante c' è il segnale di qualche cedimento da parte di qualche autorità giudiziaria". Violante ha ribadito che al fianco della mafia ci sono altri soggetti: "Logge massoniche deviate e settori di apparati istituzionali che hanno tradito la fedeltà alla repubblica". Anche il procuratore di Firenze Vigna ha definito "una buona pista" questa ipotesi.
La Repubblica







 



 

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