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Tutte le pressioni su Morosini, il giudice della trattativa PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza   
Domenica 16 Settembre 2012 16:09
Il GUP: 'Mi dimetto da Md solo per dedicarmi al processo'

Lui giura che i “pizzini” di avvertimento de Il Foglio lo lasciano indifferente. E che la pressione mediatica delle tensioni interne a Magistratura democratica (e delle censure di Anm e Csm contro i pm di Palermo) non lo raggiunge nel chiuso del suo ufficio, dove sta studiando i cento faldoni della trattativa mafia-Stato. Ma l’autosospensione di Piergiorgio Morosini da segretario nazionale della corrente di sinistra della magistratura è un’altra spia delle tensioni accumulate sull’udienza preliminare del 29 ottobre, quando l’ormai ex leader di Md dovrà giudicare il destino di boss, ufficiali dei carabinieri e politici di rango seduti
(metaforicamente) sullo stesso banco degli imputati. Ex giudice-ragazzino originario di Rimini, catapultato in Sicilia subito dopo le stragi, titolare di numerosi processi a Cosa Nostra – focalizzati sia sull’ala militare che sulle infiltrazioni mafiose nella sanità, negli appalti di opere pubbliche e nella politica – autore di due libri e da 16 anni impegnato sui temi della giustizia in Magistratura democratica, Morosini si è improvvisamente trovato in mano il doppio e ingombrante ruolo di giudice della trattativa e segretario nazionale di una corrente lacerata dalla stessa inchiesta in cui compare come testimone Nello Rossi, uno dei suoi storici leader.
Forte del prestigio del suo ruolo di procuratore aggiunto di Roma, Rossi giura sull’innocenza dell’ex Guardasigilli Giovanni Conso, indagato a Palermo per falsa testimonianza, e dalla sua ha l’appoggio di Giuseppe Cascini, ex presidente dell’Anm e del consigliere di Cassazione Giovanni Palombarini (tutti di Md). Sono i vip della corrente e le loro opinioni hanno di fatto spaccato la linea comune tenuta in piedi – fino a quel momento – con una pioggia di commenti di segno opposto nella mailing list interna. Col risultato di isolare ancora di più il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia (anche lui iscritto a Md) e il pm Nino Di Matteo, titolari dell’indagine sul dialogo tra lo Stato e i boss. Per la corrente di sinistra dei magistrati non è la prima divisione, in tema di mafia, visto che la spaccatura tra i tre membri del Csm (due contro Falcone e il solo Caselli favorevole) nel 1988 costò al giudice ucciso a Capaci la nomina a consigliere istruttore di Palermo. E proprio ieri Caselli ha rivendicato ancora una volta per le toghe il diritto (anzi, il dovere) alla parola: “La minaccia all’imparzialità delle toghe deriva dalla partecipazione alla gestione del potere, non certamente dalla partecipazione al dibattito politico-culturale. Altro che stare zitti. È una stagione che impone ai magistrati l’obbligo di parola”. Che Morosini ha utilizzato per autosospendersi, attribuendo la propria scelta (nella lettera inviata al presidente di Md) alla complessità dell’indagine che gli toccherà archiviare o traghettare verso l’aula giudiziaria, anche separando, è la terza ipotesi, i destini dei boss da quelli di politici e investigatori. Quello che lo attende, come scrive lo stesso Morosini, è un procedimento impegnativo “per l’entità dell’incartamento (oltre cento faldoni), la tipologia delle imputazioni, la natura eterogenea delle fonti di prova, le questioni di fatto e di diritto che potenzialmente possono essere sollevate dalle parti”. Un processo, dunque, che dovrà essere affrontato con scrupolo, “che richiede una grande dedizione e concentrazione” e che dunque sin d’ora appare al giudice palermitano incompatibile con i numerosi impegni legati alla carica sindacale: primo fra tutti il congresso previsto per i primi mesi del 2013. Ma chi non si accontenta delle sue spiegazioni legge il suo passo indietro come l’esito della spaccatura interna a Md: sulla mailing list degli iscritti appaiono valutazioni contrastanti persino sull’impostazione dell’indagine sul dialogo Stato-mafia, che per qualcuno non porterà a nulla. Morosini, per la verità, non è mai intervenuto sul tema. E oggi, schivando le polemiche con abilità, si spiega così.   

Il Foglio scrive che per decidere sulla trattativa ci vogliono
spalle larghe. Lo ha letto?   

Se ho le spalle larghe lo devono dire gli altri.
  

C’è chi sostiene che la sua scelta è destinata a pesare come un’ipoteca su qualsiasi magistrato – pm o giudice – pronto ad avviarsi verso l’attività sindacale. Che ne pensa?    Nessuna ipoteca, rivendico con orgoglio la mia appartenenza di 16 anni a Md.   

Dopo questa decisione esiste il rischio di una pioggia di ricusazioni dei magistrati iscritti a una corrente sindacale?
  
È una tesi strumentale; da sempre dentro Md esiste un largo pluralismo di idee e questa è la migliore garanzia per tutti.
  

Per Mantovano la sua scelta “fa onore alla magistratura”...
 
 
È chiaro che vi sono reazioni di ogni tipo, io penso al processo, i cittadini mi chiedono di arrivarci il più preparato possibile.


Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2012)






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