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La “dissociazione” di Luciano Violante al processo Mori PDF Stampa E-mail
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Scritto da Lorenzo Baldo   
Lunedì 17 Settembre 2012 18:34
Palermo. “Dobbiamo andare avanti con forza, perché c’è un obiettivo successivo da raggiungere. Cercare di portare fuori dell’associazione mafiosa i poveri cristi, quelli che, per poche lire passano dal contrabbando di sigarette all’omicidio, alla strage. Noi dobbiamo spaccare la mafia, come abbiamo fatto con i terroristi, ma senza chiedere le accuse ai correi. Dobbiamo poter dire loro: dichiarate i vostri delitti e uscite dalla mafia, avrete una pena ridotta. Separate le vostre responsabilità da quelle dei capi”.

Sono parole di Luciano Violante. E’ il mese di agosto del 1993 quando il settimanale Radio Corriere Tv pubblica un’intervista all’allora presidente della Commissione antimafia. Le bombe di Roma, Firenze e Milano sono esplose da poche settimane; l’ex deputato del Pds parla di “bombe del dialogo che vogliono lanciare un messaggio”. A distanza di quasi vent’anni quell’intervista è stata depositata oggi dal pm Nino Di Matteo al processo per la mancata cattura di Provenzano. Le allusioni di Luciano Violante ad una proposta di “dissociazione” ai mafiosi rappresentano a tutti gli effetti uno spunto interessante per comprendere meglio il suo plausibile grado di consapevolezza della trattativa Stato-mafia che in quel periodo era in pieno svolgimento. Allo stesso modo quelle sue parole riproducono il clima nel quale alcuni esponenti delle istituzioni si apprestavano ad assecondare le richieste della mafia per interrompere la scia stragista che si era estesa pericolosamente nel Continente.

Una delle richieste contenute nel famoso “papello” di Totò Riina era proprio quella “dissociazione” tanto amata da boss del calibro di Pietro Aglieri o Leoluca Bagarella. L’obiettivo dei mafiosi era alquanto preciso: ottenere la possibilità di dissociarsi da Cosa Nostra senza dover accusare i complici (come invece prevede la legge sui collaboratori di giustizia) e mantenere il patrimonio illegale nelle proprie disponibilità. Di fatto nel ’95 Luciano Violante era stato tra quei pochissimi politici favorevoli alla “dissociazione”, per poi fare dietro-front con opposte dichiarazioni negli anni successivi. Lo scorso 13 settembre Violante è stato riascoltato come persona informata sui fatti dai magistrati che indagano sulla trattativa Stato-mafia. Il nodo spinoso del 41bis è rimasto comunque un punto fermo da chiarire per gli investigatori. Non dimentichiamo che nel mese di settembre del ’93 Violante sapeva (così come Nicola Mancino) che Cosa Nostra stava mettendo le bombe nel Continente per ottenere (tra l’altro) la revoca del carcere duro. Di fatto un mese prima la Direzione Investigativa Antimafia aveva scritto all’ex ministro degli Interni una relazione riservata nella quale si faceva riferimento propriamente a questi concetti. Il 14 settembre ‘93 Violante aveva ricevuto da Mancino la relazione firmata da Gianni De Gennaro. La Dia aveva espressamente messo in guardia da “un’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione del 41 bis” in quanto avrebbe potuto rappresentare “il primo cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”. Nonostante questo nel novembre 1993 il ministro della Giustizia Giovanni Conso aveva fatto scadere 334 decreti di isolamento al 41 bis. Il 10 dicembre di quello stesso anno un giornalista dell’agenzia Adnkronos, Nicola Rao, aveva infine rivelato la notizia appresa dagli inquirenti: “Il gruppo Riina, guidato da Provenzano, Brusca e Bagarella ha ideato e realizzato gli attentati dell’estate del 1993 ... il tentativo di Cosa Nostra sarebbe stato quello di intimidire lo Stato attraverso una serie di azioni eclatanti ma dimostrative, sperando che il 41 bis non fosse ripristinato”. Poche ore dopo che le agenzie di stampa avevano svelato il movente delle stragi Luciano Violante era stato intervistato dal Tg3 confermando che effettivamente quello era il movente della mafia, ma che lo Stato non aveva ceduto. Frettolose dichiarazioni che oggi risuonano come una strategia mediatica ben orchestrata per coprire le falle che già da allora iniziavano ad aprirsi. E che oggi rischiano di sommergere tutti i protagonisti di quelle menzogne.

Lorenzo Baldo (Antimafiaduemila, 17 settembre 2012)


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