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Mafia e antimafia: Enzo Guidotto a Castelvetrano PDF Stampa E-mail
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Scritto da Egidio Morici   
Venerdì 05 Ottobre 2012 10:38

Vicino al morto ammazzato c’è un carabiniere col fucile, mentre due ragazzini delle elementari giocano tranquillamente come se non fosse successo niente. Uno di loro va dal militare e gli fa: “Ma chi ccì pàri chi scàppa?”. Alle cinque di mattina c’erano stati 15 colpi di pistola ma, come al solito, nessuno aveva sentito nulla.
Siamo in provincia di Trapani, nella Paceco degli anni anni ’50. 
Enzo Guidotto riporta l’episodio nel suo libro  “Mafia: un potere economico e politico esercitato con la violenza”, edito nel 1992: “Quel ragazzo era nato e cresciuto là e ormai era abituato alla scena che si svolgeva attorno ai morti ammazzati che di tanto in tanto si notavano per le strade”.
Nei giorni scorsi il professore Enzo Guidotto è stato invitato al liceo classico di Castelvetrano dal preside Fiordaliso. E chi, da parte di un consulente della Commissione Parlamentare Antimafia nazionale in due legislature, si sarebbe aspettato un convegno ampolloso, certamente ha dovuto ricredersi.
La sua lectio magistralis sul tema “mafia e antimafia” non è stata infatti soltanto una rassegna storica sul fenomeno mafioso. L’intero convegno ha poggiato le basi sull'esigenza di parlare di mafia nelle scuole e sul dovere che l’insegnante ha di far capire ai ragazzi che il binomio “morale e politica” dovrebbe essere sempre saldo.
 
Ecco perché Guidotto è stato critico anche con chi ha organizzato l’inaugurazione del nuovo Commissariato di Polizia: “Mi sono meravigliato che fra le autorità invitate non c’era il preside Fiordaliso. Eppure da anni, il Ministero della difesa e dell’Interno hanno emanato disposizioni per raccomandare alle forze periferiche di collaborare in modo intimo e continuativo con le scuole. Chi ha organizzato ha commesso una grossa gaffe – ha aggiunto - A nulla valgono infatti le disposizioni scritte se poi non vengono messe in pratica”.
Il professore ha ricordato come in realtà ci siano fior di decreti e linee di indirizzo ministeriali che mettono l’accento sul ruolo della scuola nella lotta alla mafia. Alcune parti sono state redatte proprio su suo suggerimento, come le linee di indirizzo presentate dal Ministro Fioroni nel 2007. Il primo paragrafo, dal titolo “Educazione alla legalità finalizzata alla lotta alla mafia”, ha la sua paternità. Lo stesso Guidotto, lo spiega così: “Un’educazione alla legalità non più in termini generici e astratti. Perché tanti insegnanti e presidi ci mettevano dentro anche l’educazione stradale, sanitaria e all’ambiente, ma lasciavano fuori educazione contro la mafia. Cosa c’era scritto? Che la mafia è presente in tutte le regioni d’Italia. Che la mafia deve essere conosciuta dagli studenti in tutte le zone del paese, anche con riferimento al territorio. Quindi a Castelvetrano – aggiunge - parlare di mafia senza parlare di Matteo Messina Denaro, di Grigoli e di tutto ciò che c’è intorno è solo ipocrisia”.
 
E da testimone diretto della lezione di Paolo Borsellino a Bassano del Grappa nel 1989 (era il preside dell’istituto, seduto di fianco al giudice) riafferma con decisione che “per esprimere un parere sul comportamento dei politici indagati, non occorre aspettare la sentenza definitiva della cassazione: il giudizio di carattere morale e politico può essere espresso immediatamente, perché il solo fatto che un politico frequenti dei mafiosi (al di là quindi delle rilevanze penali, ndr) rende incompatibile la persona con lo svolgimento della funzione pubblica”.
E dal decreto di Aldo moro del 1958, in cui il docente viene definito, ancor prima che un trasmettitore di conoscenze, un eccitatore di moti di coscienza morale e sociale, arriva alla Costituzione: “L’articolo 54 della Costituzione recita che chi svolge funzioni pubbliche si deve comportare con disciplina e onore. Ed è bene che lo capisca anche il Presidente della Repubblica – aggiunge Guidotto - suggerendo al presidente del Consiglio di nominare i ministri tra coloro che siano in regola con l’articolo 54 della Costituzione”.
Ma per offrire alla gente,  come sosteneva già il prefetto Mori, libertà dal bisogno e dalla paura, ha affermato Guidotto, occorre puntare anche sul lavoro.  E se all'epoca  il prefetto di ferro si sentì rispondere da Mussolini “Bene, lei pensi a creare altre caserme e commissariati, al resto pensiamo noi”, oggi il problema è rimasto quello di sempre: la mancanza di lavoro. E il consenso che riesce ad ottenere la mafia quando, in qualche modo, lo crea.

In questo territorio, Matteo Messina Denaro riesce a far fronte al bisogno.  “La contropartita non è soltanto il mettersi a disposizione per atti di violenza, ma anche per orientare voti. Chi riesce a trovare lavoro in questo modo, non può che mostrare riconoscenza. E’ così che la mafia alimenta il suo consenso.”
Anche perché, rispetto ad altri poteri criminali, le mafie si caratterizzano dal loro collegamento con la politica. E se qualcuno pensa che questo possa essere accaduto soltanto tra le cosche del sud e il centrodestra, si sbaglia. Il professore ricorda infatti la Mafia del Brenta, con Felice Maniero che aiuta i socialisti nella campagna tesseramenti e un suo adepto che sostiene il Pds in provincia di Venezia. Insomma, “se il collegamento con la magistratura e le forze dell’ordine è sempre stato storicamente occasionale e circoscritto, quello con la politica è sempre stato sistematico e continuativo: voti da una parte e favori dall’altra”.
 
Con tutte le distorsioni che questi collegamenti possono comportare.
Enzo Guidotto cita il caso Cosentino: “Massimo referente politico dei casalesi, nominato da Berlusconi e da Napolitano sottosegretario all’economia, pur sapendo tutti quanto fosse dedito ad intrallazzi nel settore degli appalti”.
Cita anche il caso Dell’Utriche ha deciso di prendere la cittadinanza a Santo Domingo, per sfuggire alle condanne”.
Infine, non manca il riferimento alle “anomalie” che riguardano proprio la città di Castelvetrano: “Ha avuto un sindaco finito in galera per droga, che qualche anno fa ha creato una corrente politica che si ispira a Don Luigi Sturzo, chiamandola Riarmo Morale Sturziano. Ecco – ha aggiunto Guidotto - chi gli va dietro o è cretino o è in malafede. Insomma, come si fa ad uscire dalla galera per traffico di droga e fondare una corrente politica? La politica dovrebbe servire a risolvere i problemi di interesse generale, non a soddisfare le velleità di certa gentaglia”.
 
Siamo in provincia di Trapani, nella Paceco degli anni anni 2000. Un signore si avvicina al professor Guidotto: “Ho letto il suo libro sulla mafia. Lo sa che quel ragazzo che ha fatto la battuta al carabiniere ero io?
Davvero? E che fa oggi?
Sono un pensionato, ma ho lavorato una vita da poliziotto”.
 
Egidio Morici
per L'isola


dal Blog di Egidio Morici
 

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