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Processo Mori: Graviano e Dell’Utri nelle accuse di Spatuzza PDF Stampa E-mail
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Scritto da Lorenzo Baldo   
Martedì 09 Ottobre 2012 13:18
graviano-dellutri-bigPalermo - 5 ottobre 2012. Meglio tacere. Così almeno deve aver pensato il colonnello dei carabinieri Antonello Angeli che all’udienza odierna al processo per la mancata cattura di Provenzano si è avvalso della facoltà di non rispondere. Avrebbe potuto approfondire la questione del ritrovamento del “papello” a casa di Ciancimino nel 2005 e dei relativi ordini superiori di non procedere al sequestro in quanto l’Arma sarebbe stata già in possesso del prezioso documento, ma ha ritenuto di non volersi esporre.

Al momento il col. Angeli è indagato nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia e il suo silenzio certamente non aiuta a dipanare le tante ombre che sovrastano un processo il cui protagonista per eccellenza è lo stesso ufficiale dei carabinieri su cui pende una richiesta di rinvio a giudizio per violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. In aula il pm Nino Di Matteo è affiancato di volta in volta dai colleghi Lia Sava e Francesco Del Bene. In videocollegamento c’è Gaspare Spatuzza, il collaboratore di giustizia con un cappello in testa dà le spalle alla telecamera. Di fronte a lui c’è l’avvocato difensore, Valeria Maffei. Le domande di Lia Sava ripercorrono la storia criminale dell’ex boss di Brancaccio. ‘U tignusu è prodigo di particolari a partire dalla sua affiliazione fino ad arrivare al suo rapporto  di “fratellanza” con la famiglia mafiosa dei Graviano. Ma è Nino Di Matteo ad addentrarsi nella parte più clamorosa delle dichiarazioni di Spatuzza, quella che riguarda il suo incontro con Giuseppe Graviano a metà gennaio del ‘94 all'interno del bar Doney di via Veneto, a Roma. Alcuni anni fa lo stesso Spatuzza aveva già raccontato che, radioso, Graviano gli aveva confidato: “Abbiamo ottenuto quello che volevamo”, grazie a Berlusconi “e c'era di mezzo un nostro compaesano, Dell'Utri” (“una persona vicinissima a noi”, “qualcosa di più di Berlusconi”). Persone serie - “non come quei quattro crasti dei socialisti” - con le quali “ci siamo messi il Paese nelle mani”. Dichiarazioni forti, senza possibilità di fraintendimenti. Che avevano alzato pesantemente il livello degli attacchi politici nei confronti dei magistrati che interrogavano l’ex killer di Cosa Nostra. Alle domande del magistrato il pentito di Brancaccio risponde senza tergiversare; spiega, approfondisce e soprattutto non si contraddice, al di là dei tentativi della difesa di Mori di contestare singole mezze frasi.

Spatuzza racconta dell’incontro con Giuseppe Graviano avuto verso la fine del ’93 a Campofelice di Roccella (Pa) in compagnia di Cosimo Lo Nigro; in quell’occasione ‘u tignusu aveva chiesto al boss il perché dei morti delle stragi del ’93 che non erano strettamente legati agli interessi di Cosa Nostra, sentendosi rispondere: “E' bene che ci portiamo un po' di morti dietro così chi si deve muovere si dà una mossa”. Poi, continua il collaboratore, “Giuseppe Graviano ci chiede a me e a Lo Nigro se capivamo qualcosa di politica. Noi diciamo di no e lui ci spiega che è abbastanza preparato e che se andrà a buon fine ne avremo tutti benefici compresi i carcerati”. Subito dopo sarebbe iniziata la fase di preparazione dell'attentato all'Olimpico (fallito per un guasto al telecomando della bomba). “Un attentato contro i Carabinieri che doveva essere di portata devastante”. Spatuzza illustra nel dettaglio l’incarico di preparare  l’atto terroristico allo stadio di Roma. La possibilità che quell’attentato fosse un segnale di Cosa Nostra ai carabinieri durante le fasi cruciali della trattativa è tutt’altro che remota. Ancora da esplorare. Ed è anche il tema della dissociazione quello che riemerge nel racconto dell’ex boss di Brancaccio. Spatuzza ricorda il colloquio avuto con Filippo Graviano, nel 2004, all'interno del carcere di Tolmezzo: “Dobbiamo far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare – avrebbe detto Filippo Graviano a Spatuzza – è bene che anche noi cominciamo a trattare con i magistrati”. Di Matteo insiste sul punto, il tema della dissociazione è uno dei punti cardini del “papello”. “I boss dissero che si trattava”, sottolinea Spatuzza, ammettendo però di non aver mai sentito la parola “trattativa”. Tra i progetti di attentati mai messi in pratica anche una strage alle Torri di viale del Fante di Palermo con obiettivo gli uomini dell’Arma. “Girava la voce – racconta il pentito – che alla polizia non interessava arrestare i fratelli Graviano, ma preferivano ucciderli. Da qui era nata l’idea di fare un attentato al Commissariato di Brancaccio”, anche in questo caso: attentato abortito. “Io non sapevo che l’autobomba che avevo preparato fosse destinata al giudice Borsellino – risponde infine Spatuzza ad una domanda della difesa – Mi sono limitato a portarla in via Don Orione e non ho saputo più nulla”. Il tema della trattativa si estende sempre di più nei capitoli più oscuri della storia del nostro Paese. Spatuzza ribadisce di non poter approfondire l’argomento in quanto sulla strage di via D’Amelio le indagini sono aperte. Nel frattempo Di Matteo spiega che in esito agli interrogatori di Alessandra Camassa e Massimo Russo è stata avviata un’indagine per datare l’incontro dei due con Paolo Borsellino nel quale il giudice piangendo aveva parlato di un amico che lo aveva tradito. Prossima udienza venerdì 19 ottobre con i testi: Gioacchino Natoli, Fausto Cardella e Tito Di Maggio, fratello di Francesco Di Maggio, vicecapo del Dap nel '93.

Lorenzo Baldo (Antimafiaduemila.com)





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