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Il pentito: 'Benefici ai boss se smettono di rompere i coglioni' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza   
Giovedì 18 Ottobre 2012 22:48
Pio Cattafi racconta di quando andò dal padrino Nitto Santapaola per chiedergli di fermare le stragi in cambio di favori carcerari

Mi disse che bisognava mandare un messaggio a Santapaola e smettere con questo casino: in cambio, disse, gli diamo dei benefici, basta che smettano di rompere i coglioni. Di Maggio mi spiegò che per il ruolo che ricopriva al Dap poteva occuparsi della cosa”. Parola di Rosario Pio Cattafi, meglio conosciuto come “Sariddu dei servizi segreti”, l’avvocato dei misteri che doveva contattare il boss catanese Nitto Santapaola, arrestato il 18 maggio ’93, per chiedergli di fermare le stragi, promettendo in cambio benefici carcerari.   

È QUESTA la “missione” segreta che Cattafi avrebbe ricevuto dal vicecapo del Dap Francesco Di Maggio, secondo quanto lui stesso ha recentemente rivelato ai pm di Palermo che indagano sulla trattativa di mafia-Stato, sostenendo di essere in possesso di due registrazioni che proverebbero il contenuto delle sue dichiarazioni. Quell’incarico top secret, assegnato in un bar di
Messina alla presenza di alcuni carabinieri del Ros, ieri mattina è stato al centro del nuovo interrogatorio dei pm di Palermo Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, che hanno ascoltato Cattafi nel carcere de L’Aquila per la seconda volta nel giro di una decina di giorni. E adesso sono impegnati a decifrare il rebus della sua attendibilità, visto che l’avvocato finora non ha mai ammesso neppure la sua appartenenza a Cosa Nostra, nonostante sia stato arrestato nel luglio scorso con l’accusa di concorso in associazione mafiosa.   

“Di Maggio si trovava a Messina – ha raccontato Cattafi – mandò un carabiniere nella casa di mia madre e mi fece sapere che mi aspettava al bar Doddis, ed è lì che lo incontrai’’. Poi ha proseguito: “Mi disse che era stato nominato vicedirettore del Dap. C’erano state le stragi Falcone e Borsellino e da pochi giorni l’attentato a Maurizio Costanzo. Mi disse: ‘dobbiamo prendere la cosa in mano e portare avanti una trattativa’, il concetto era quello, ma non so se usò questa parola: voleva disinnescare le stragi”. Pochi minuti dopo, al bar sarebbero comparsi anche alcuni ufficiali del Ros. “Gli dissi che avrei provato a contattare l’avvocato di Salvatore Cuscunà (detto “Turi Buatta”, uomo del boss Santapaola, coinvolto nell’inchiesta del Gico di Firenze sull’autoparco di Milano, ndr); dopo circa mezzora di colloquio, arrivarono anche alcuni ufficiali del Ros, qualcuno era spiritoso e raccontava barzellette. Non escludo che ci fosse Mori, ma non posso dirlo con certezza”.   

IL RACCONTO di Cattafi si incastra perfettamente nel puzzle della ricostruzione ipotizzata dalla Procura di Palermo sulle interlocuzioni sotterranee tra Stato e mafia che, durante il ’93, avrebbero condotto al vertice del Dap Di Maggio, al fianco di Adalberto Capriotti (voluto direttamente dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro), con l’obiettivo
di aprire una fase di ‘’ammorbidimento’’ del regime carcerario, per fermare la furia stragista. Il magistrato conosceva il faccendiere di Barcellona per averlo arrestato a Milano come “cassiere della mafia” già nell’84. Siamo nel pieno dell’offensiva a suon di bombe: il 14 maggio, a Roma l’esplosione di un’autobomba in via Fauro manca per un soffio l’auto del conduttore televisivo Maurizio Costanzo.   

ED È PROPRIO pochi giorni dopo l’attentato di via Fauro, che Cattafi colloca l’incontro con Di Maggio. Il magistrato in quel momento non è ancora ufficialmente al Dap (la nomina è di giugno), ma sa già dell’incarico
imminente. Sono i giorni nei quali il dibattito sotterraneo sulla gestione del 41 bis fa fibrillare il cuore delle istituzioni. Il 27 maggio e poi il 27 e il 28 luglio gli attentati di Firenze, Roma e Milano gettano il Paese nel caos. In quell’estate, secondo un rapporto del Gico di Firenze, Cattafi avrebbe avuto numerosi contatti telefonici con il barcellonese Filippo Bucalo (uno dei tre magistrati in servizio all’Ufficio detenuti del Dap, sotto la gestione Di Maggio) e col fratello Sergio, avvocato. Nel-l’ottobre del ’93 il faccendiere barcellonese viene arrestato per l’inchiesta sull’autoparco di Milano. Proprio alla vigilia del provvedimento con cui, un mese dopo, il Guardasigilli Giovanni Conso (che dice di aver agito in “perfetta solitudine”) revoca 334 provvedimenti di carcere duro ad altrettanti detenuti mafiosi. ‘’Tra questi – sostiene Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili – c’è anche Luigi Miano, detto Jimmy, esponente del clan dei Cursoti, coinvolto nelle vicende dell’autoparco”. Le stesse che portano all’arresto di Cattafi.



Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2012)






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