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Processo Mori, sarà sentito l'avvocato Cattafi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Redazione Antimafiaduemila   
Venerdì 19 Ottobre 2012 20:13
19 ottobre 2012. E' ripreso questa mattina davanti alla quarta sezione penale del Tribunale di Palermo il processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano nell'ottobre del '95. La Corte presieduta da Mario Fontana ha accolto la richiesta della Procura di sentire in aula la testimonianza dell'avvocato, Rosario Pio Cattafi, arrestato la scorsa estate ed accusato di essere il capo del clan mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto.

Cattafi, denominato l'avvocato dei misteri, è detenuto nel carcere all'Aquila, è stato interrogato le scorse settimane dai pm di Palermo ed i verbali sono stati depositati al processo dal pm Di Matteo. L'avvocato ha raccontato ai pm che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia che Francesco Di Maggio, ex vicepresidente del Dap, lo avrebbe incaricato di parlare con il boss Nitto Santapaola per chiedergli di fermare le stragi mafiose in cambio di benefici carcerari.
Cattafi ha sostenuto di essere in possesso di due registrazioni che proverebbero il contenuto delle dichiarazioni. I magistrati di Palermo ritengono che le parole di Cattafi si inseriscano perfettamente nella ricostruzione ipotizzata dalla Procora sulla trattativa avviata dopo le stragi del '92 Nella prossimo udienza, il 25 ottobre, il Presidente del tribunale deciderà quando e dove ascoltare Cattafi.
 

Le deposizioni di Fausto Cardella e Salvatore Di Maggio
Quella di oggi al processo Mori era comunque una giornata dedicata alle audizioni. Il primo ad essere ascoltao è stato il procuratore capo di Terni, Fausto Cardella che nel 1992 venne inviato da Perugia alla Procura di Caltanissetta per indagare sulle stragi mafiose di Capaci e via D'Amelio. Alla domanda dell'avvocato Basilio Milio, uno dei legali del generale Mori e del colonnello Obinu, se avesse mai saputo dell'esistenza della trattativa tra Stato e mafia in quel periodo, Cardella ha risposto negativamente. E su Mori e Obinu ha detto: “Sono stati rapporti di grande collaborazione. Da parte mia c'era un'alta considerazione nei loro confronti”. E alla domanda del presidente del Tribunale su cosa fosse fondata l'alta considerazione ha risposto: “Mi trovai di fronte a questi investigatori del Ros che avevano fama di essere particolarmente bravi e in effetti rimanemmo perfettamente soddisfatti del loro lavoro”. E infine Cardella ha sostenuto che anche la famiglia Borsellino avesse buoni rapporti “vicendevolmente” con i carabinieri.
E' poi stato il turno di Salvatore Di Maggio, fratello di Francesco Di Maggio, ex vicedirettore del Dap, morto nel '96. Di Maggio è stato sentito dopo avere rilasciato un'intervista la scorsa estate in cui lamentava il fatto che il nome del fratello era stato coinvolto nell'ambito dell'indagine della trattativa su Stato e mafia. Salvatore Di Maggio ha soprattutto sottolineato che il fratello “che per me era una sorta di amico e confidente” fosse tra coloro che si erano opposti alla revoca del carcere duro, il 41 bis, per oltre 300 mafiosi nel 1993. Di Maggio ha riferito al Tribunale che i rapporti con l'allora direttore del Dap, Adalberto Capriotti “non fossero buoni”. “Me lo disse mio fratello - ha detto - lui si era adoperato per il mantenimento del 41 bis e riteneva che la sua linea fosse disattesa dal ministero. Capriotti lo definiva una sorta di forcaiolo”. “Al Dap - ha detto ancora Di Maggio - mio fratello si occupo' del 41 bis. Lui rassegnò due volte le dimissioni al ministro che furono respinte. Mio fratello voleva andare via dal Dap e la ragione era proprio il 41 bis e ci sono documenti che lo provano. Lui aveva chiesto al ministero degli Interni che fosse mantenuto il 41 bis e lo disse anche al Comitato per l'ordine e la sicurezza”. Salvatore Di Maggio ha poi ricordato che il fratello magistrato avesse “rapporti stretti con diversi magistrati tra cui Ilda Boccassini e Pier Camillo Davigo”. E alla domanda sul perché avesse deciso di rilasciare l'intervista al 'Corriere della Sera' soltanto lo scorso luglio, Di Maggio ha risposto: “Non volevo che si capolgesse la verità storica. Mio fratello che ha sempre combattuto contro la mafia è stato coinvolto in questa vicenda e il suo nome viene associato a dei delinquenti come Riina o Provenzano. Se Francesco Di Maggio oggi fosse stato vivo la Procura di Palermo lo avrebbe indagato nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia”. Ma Salvatore Di Maggio oggi ha ribadito con forza “se fosse stato vivo non sarebbe stato coinvolto nell'inchiesta sulla trattativa”.
 
La deposizione del giudice Natoli
Infine tenuta la deposizione del presidente del Tribunale di Marsala (Trapani) Gioacchino Natoli, ex giudice istruttore del pool guidato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Natoli ha parlato, in particolare, di una cena avvenuta il 16 luglio 1992 a Roma a cui parteciparono, oltre allo steso Natoli, anche Paolo Borsellino, l'attuale procuratore di Messina Guido Lo Forte e il senatore Carlo Vizzini. Dopo appena tre giorni Borsellino venne ucciso nella strage di via D'Amelio insieme con cinque agenti della sua scorta. Il pm Antonino Di Matteo ha chiesto a Natoli se durante la cena avessero parlato della trattativa tra lo Stato e la mafia. Ma Natoli ha smentito categoricamente. “Abbiamo parlato di argomenti banali sulla situazione del Paese soprattutto sul fronte della giustizia. Non parlammo di indagini, soprattutto Borsellino non disse nulla che non fosse già di dominio pubblico, come era sua usanza”. Natoli insieme a Borsellino a luglio del '92 partecipò ai primi interrogatori del pentito di mafia Gaspare Mutolo a Roma. Durante l'interrogatorio Natoli ha poi ricordato i “pessimi rapporti” tra Borsellino e l'allora procuratore capo Pietro Giammanco. “La disistima era reciproca – ha detto - Borsellino non aveva un buon rapporto con Giammanco".


Redazione Antimafiaduemila








 

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