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Stato-mafia, Ingroia: 'Dal Guatemala dirò quel che so e non posso dire su trattativa' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Adnkronos   
Giovedì 25 Ottobre 2012 20:07
Firenze, 25 ott. - (Adnkronos) - Sulla trattativa Stato-mafia "su certe cose non ho potuto dire tutto quello che pensavo e tutto quello che sapevo. Non è una minaccia ma dal Guatemala mi sentirò con le mani un po' più libere". E' l'avvertimento lanciato dal Forum nazionale contro la mafia in corso a Firenze dal procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia.

Il magistrato che lavora all'inchiesta sulla trattativa ha confermato che accetterà l'incarico Onu in America centrale ma, ha detto, da lì "se necessario utilizzerò anche la denuncia pubblica. Perché tutta la verità deve venire fuori. Dal Guatemala farò non di meno, ma di più, perché emerga tutta la verità. Non è un passo indietro, ma lo considero un passo in avanti".

"Se io restassi - dice Ingroia - , sono facile profeta nel dire che le polemiche e gli attacchi nei miei confronti non si fermerebbero". Per questo "non rinuncerò al mio incarico delle Nazioni Unite in Guatemala, è un incarico importante che considero una proiezione a livello internazionale dell'impegno svolto per oltre vent'anni in Italia. Si è detto di una mia fuga, di un mio esilio volontario, che avrei mollato, che avrei paura di affrontare il processo: nulla di tutto questo, ho le spalle abbastanza larghe".

Secondo Ingroia "le polemiche non hanno come obiettivo il dottor Ingroia, ma le indagini condotte dal dottor Ingroia. Si vuole creare disorientamento nell'opinione pubblica - spiega il magistrato che lavorò fianco a fianco con Paolo Borsellino - e danneggiare così le indagini. Se io accetto l'incarico dell'Onu sono convinto che ci saranno meno attacchi a me e al pool di Palermo. Credo che saranno più i vantaggi che gli svantaggi. Sono sicuro che i colleghi faranno emergere la verità e continueranno il loro lavoro". Ingroia però ammette che sulla sua decisione di accettare l'incarico Onu pesa il fatto che "le polemiche fanno male e per quanto ci si difenda, la traccia rimane".

Sul processo per la trattativa Stato-mafia "è stato sollevato un conflitto di attribuzione, aspettiamo la decisione della Corte. Sappiamo che la presidenza della Repubblica ha esercitato un potere legittimo, ma non possiamo non registrare il fatto che dopo si è creato un fuoco di fila ulteriore contro la Procura di Palermo, creando difficoltà, isolamento, solitudine istituzionale proprio nella magistratura e all'interno del nostro stesso ufficio", denuncia Ingroia. "Si sono verificati verso il mio ufficio e verso la mia persona - aggiunge - attacchi concentrici di una virulenza inusitata".

Ma in Italia su quella trattativa, Ingroia ne è convinto, "ci sono molti in Italia, dentro la mafia, dentro le istituzioni e tra gli ex delle istituzioni, che la verità la sanno e la sanno tutta: dobbiamo costringerli a dirla. Serve un impegno doppio affinché emerga la verità".

E ''la verità si accerta nei processi e nelle aule giudiziarie - ricorda Ingroia - . La procura ha svolto un'indagine complessa, approfondita, rigorosa, difficile, e si è acquisita la verità di una parte, della procura di Palermo''.

''Tocca al giudice, la cosa più importante - prosegue il magistrato - è che ci sia ovviamente attenzione da parte dell'opinione pubblica, e che si garantisca un'atmosfera più possibile e serena per mettere in condizione il giudice di valutare le prove acquisite. La verità processuale si forma nelle aule giudiziarie, ma non può venire solo dall'impegno del pm quando è negata, ostacolata e stenta ad emergere per i depistaggi, le reticenze e le omertà".

"Quando le reticenze e le omertà non sono solo degli uomini di mafia - accusa il magistrato - ma sono depistaggi e reticenze degli uomini dello Stato e delle istituzioni, e quando queste reticenze e depistaggi vengono da uomini dello Stato e delle istituzioni che ostacolano la verità, non ce la possono fare da soli, hanno bisogno di voi, della società civile che questa verità la vogliono: la verità è una conquista collettiva". Il procuratore aggiunto di Palermo si è detto "convinto che queste indagini, questo processo non ci sarebbero stati se non ci fosse stato il Forum di Firenze, il movimento delle Agende rosse, i familiari delle vittime delle stragi, un movimento della societa' civile che chiedeva e chiede la verità'.


Adnkronos





Palermo, 20 luglio 2009: il presidio di solidarietà ai magistrati di fronte al palazzo di Giustizia
Foto di Valentina Culcasi














 

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