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Processo sulla trattativa Stato-mafia, chi sono gli imputati e per quale reato PDF Stampa E-mail
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Scritto da Movimento Agende Rosse   
Domenica 28 Ottobre 2012 18:20
Il 29 ottobre 2012 si apre a Palermo il processo sulla cosiddetta ‘trattativa’ avvenuta a partire dall’anno 1992 tra i vertici dell’organizzazione criminale chiamata ‘Cosa Nostra’ ed alcuni pubblici ufficiali ai tempi dei fatti. Il Giudice dell’Udienza Preliminare, Piergiorgio Morosini, dovrà valutare le posizioni di dodici imputati per i quali la Procura della Repubblica di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio.
Vogliamo esprimere il nostro pieno sostegno ai magistrati palermitani Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia che rappresentano l’Ufficio del Pubblico Ministero in questo processo e che per questa ragione si trovano al centro di una battente campagna di delegittimazione alimentata da chi, nei fatti, non vuole che sia fatta piena luce su questa pagina buia della nostra storia recente.
Il conflitto fra poteri dello Stato aperto contro la Procura di Palermo dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, intercettato indirettamente mentre parlava al telefono con uno degli indagati nel procedimento (il sen. Nicola Mancino), non fa che accrescere la nostra preoccupazione: siamo consapevoli che i magistrati di Palermo hanno agito nel pieno rispetto della Costituzione e delle leggi vigenti e temiamo che l’iniziativa del Presidente Napolitano, pur essendo legittima, possa contribuire ad accrescere l’isolamento dei magistrati palermitani e a dare fiato a chi ha tutto l’interesse ad impedire l’accertamento della verità in un pubblico dibattimento.
Chiederemo come Movimento Agende Rosse, assieme a Salvatore Borsellino, di costituirci parte civile al processo. Saremo al fianco degli uomini delle Istituzioni che stanno dando il meglio delle loro capacità umane e professionali per individuare le responsabilità penali di chi, all’interno delle Istituzioni, operò per indebolire l’azione repressiva dello Stato nei confronti di Cosa Nostra in cambio della cessazione della strategia stragista da parte dell’associazione mafiosa. ‘Ci sono molti in Italia, dentro la mafia, dentro le istituzioni e tra gli ex delle istituzioni – ha detto Antonio Ingroia - che la verità la sanno e la sanno tutta: dobbiamo costringerli a dirla’.
Non potremo mai comprendere il dilagare della corruzione e dei comportamenti illeciti in una parte consistente della classe dirigente del nostro paese senza conoscere tutti i nomi dei rappresentanti istituzionali che decisero, nei primi anni novanta, di aprire un dialogo con i vertici dell’associazione mafiosa. Non saremo mai cittadini di una democrazia compiuta senza aver fatto piena luce sui contenuti e sugli autori di queste scellerate trattative.

Movimento Agende Rosse (28 ottobre 2012)


 



LA SCHEDA DEL PROCESSO AL VIA IL 29 OTTOBRE A PALERMO

Per cinque persone appartenenti a Cosa Nostra (Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà) e per cinque rappresentanti istituzionali all’epoca dei fatti (Antonio Subranni, Mario Mori, Giuseppe De Donno, Calogero Mannino, Marcello Dell’Utri) la Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio per il reato di minaccia a Corpo politico, amministrativo o giudiziario.

In particolare Salvatore Riina, Bernardo Provenzano ed Antonino Cinà, secondo la Procura palermitana, avrebbero prospettato ad esponenti istituzionali una serie di richieste finalizzate ad ottenere benefici di varia natura (tra cui l’esito di importanti processi ed il trattamento penitenziario dei mafiosi in carcere) per gli aderenti a Cosa Nostra in cambio della cessazione della strategia stragista avviata dall’organizzazione criminale con l’omicidio dell’on. Salvo Lima (12 marzo 1992). Bernardo Provenzano è inoltre imputato come presunto mandante del delitto Lima.

Gli ufficiali del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) dei Carabinieri Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbero contattato, su incarico di esponenti politici e di governo, uomini collegati a Cosa Nostra (in particolare Vito Ciancimino) per aprire un canale di comunicazione con i capi dell’associazione criminale, finalizzato a sollecitare eventuali richieste di Cosa Nostra per far cessare le stragi. Tali ufficiali sono sospettati dalla Procura di Palermo di aver successivamente favorito lo sviluppo di una ‘trattativa’ fra lo Stato e la mafia, attraverso reciproche parziali rinunce in relazione, da una parte, alla prosecuzione della strategia stragista e, dall’altra, all’esercizio dei poteri repressivi dello Stato. Sempre secondo l’ipotesi accusatoria, Subranni, Mori e De Donno avrebbero assicurato il protrarsi dello stato di latitanza di Bernardo Provenzano, principale referente mafioso di questa ‘trattativa’.

Calogero Mannino
è imputato perché, nella ricostruzione dei pm palermitani, avrebbe contattato, a cominciare dai primi mesi del 1992, esponenti degli apparati investigativi al fine di acquisire informazioni da uomini collegati a ‘Cosa Nostra’ ed aprire la ‘trattativa’ con i vertici dell’organizzazione mafiosa, ‘trattativa’ finalizzata a sollecitare eventuali richieste del sodalizio criminale per far cessare la strategia stragista, che aveva inizialmente previsto l’eliminazione di vari esponenti di governo, tra cui lo stesso Mannino. Quest’ultimo è inoltre sospettato dagli inquirenti di aver esercitato, in epoca successiva, indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi l’applicazione dei decreti relativi al regime di ‘carcere duro’ 41 bis.

Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca,
secondo i pm palermitani, avrebbero prospettato al Capo del governo in carica Silvio Berlusconi, per il tramite di Vittorio Mangano e di Marcello Dell’Utri, una serie di richieste volte ad ottenere benefici di varia natura (tra l’altro concernenti la legislazione penale e processuale in materia di contrasto alla criminalità organizzata, l’esito di importanti vicende processuali ed il trattamento degli associati in stato di detenzione) per gli aderenti al sodalizio mafioso in cambio della cessazione della strategia di violento attacco frontale alle Istituzioni (attacco iniziato con l’omicidio dell’on. Salvo Lima e proseguito con le stragi a Palermo del 1992 e a Roma, Firenze e Milano nel 1993).

Marcello Dell’Utri
è imputato perché, nell’ipotesi accusatoria, si sarebbe inizialmente attivato, in epoca successiva all’omicidio Lima, come interlocutore dei capi di Cosa Nostra per l’ottenimento dei benefici oggetto della ‘trattativa’ Stato-mafia ed avrebbe successivamente rinnovato tale dialogo con ‘Cosa Nostra’ (dopo le carcerazioni di Vito Ciancimino e Salvatore Riina) agevolando il progredire della ‘trattativa’ stessa. Dell’Utri è inoltre sospettato dagli inquirenti di aver comunicato la minaccia dell’organizzazione mafiosa di proseguire la strategia stragista a Silvio Berlusconi dopo il suo insediamento come Capo del Governo.

Per Nicola Mancino la Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio per il reato di falsa testimonianza: secondo i PM palermitani, Mancino avrebbe falsamente affermato di non essere mai venuto a conoscenza dei contatti intrapresi dagli ufficiali dei Carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno con i vertici di ‘Cosa Nostra’ per il tramite di Vito Ciancimino e delle lamentele dell’allora Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli sull’operato dei due ufficiali. Mancino è inoltre sospettato dagli inquirenti di aver reso falsa testimonianza avendo affermato di non essere mai venuto a conoscenza delle motivazioni che portarono nel giugno 1992 all’avvicendamento dell’on. Vincenzo Scotti nel ruolo di Ministro dell’Interno.

Per Massimo Ciancimino la Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa: secondo la ricostruzione dei PM palermitani, Massimo Ciancimino avrebbe contribuito al rafforzamento dell’associazione criminale facendosi latore delle comunicazioni tra il padre Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano. Per Massimo Ciancimino, la Procura ha chiesto inoltre il rinvio a giudizio per il reato di calunnia: secondo gli inquirenti, l’imputato avrebbe incolpato Giovanni De Gennaro, sapendolo innocente, di aver intrattenuto nella sua veste di Pubblico Ufficiale costanti e numerosi rapporti illeciti con esponenti di ‘Cosa Nostra’.


Scheda a cura di Marco Bertelli (28 ottobre 2012)
















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