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Il primo passo del processo del secolo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Lorenzo Baldo e Anna Petrozzi   
Lunedì 29 Ottobre 2012 22:35
29 ottobre 2012, Palermo. Pablo Ernesto ha appena 2 mesi, è raggomitolato in braccio a sua madre e quasi non lo si distingue per quanto è infagottato. I suoi giovani genitori vengono da Bergamo, sotto un vento che taglia la faccia tengono alti gli striscioni del movimento delle Agende Rosse fondato da Salvatore Borsellino nel piazzale antistante l’aula bunker del carcere Pagliarelli.

Anche loro si sono mobilitati per manifestare il sostegno ai magistrati di Palermo all’udienza preliminare del processo sulla trattativa Stato-mafia. La giornata odierna segna il primo passo di quello che, se il gup lo confermerà, potrà ritenersi a tutti gli effetti il processo del secolo. Lo Stato che mette alla sbarra se stesso. Da una parte boss mafiosi di prima grandezza come Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, insieme a loro il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, dall’altra parte uomini delle istituzioni che con essi avrebbero trattato: Calogero Mannino, Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino, e poi ancora esponenti del Ros dei carabinieri come Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni; in ultimo Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, Vito, all’epoca primo anello di congiunzione tra Stato e mafia. L’elenco dei 12 imputati restituisce l’immagine di un Paese violentato da trattative fondate sul ricatto mafioso, un Paese segnato dai lutti e dalle tragedie sulla cui coscienza pesano le vite innocenti di tutti i martiri delle stragi di Stato del ’92, del ’93 e ancora prima di tanti altri eccidi avvolti ancora nel mistero.


“Ci sostiene la parte sana del Paese e credo che insieme a questi pm coraggiosi riusciremo ad arrivare alla verità”, le parole di Salvatore Borsellino portano con sé tutta la sete di giustizia che anima la vita del fratello del giudice assassinato il 19 luglio del ‘92 e quella dei tanti giovani e meno giovani che compongono il movimento delle Agende Rosse. Di contraltare la scarna dichiarazione di Nicola Mancino “Io sono parte lesa” (unico presente all’aula bunker insieme a Massimo Ciancimino), riaccende i riflettori sui protagonisti “oscuri” della stagione stragista ’92-’93. Quale “parte lesa” può rappresentare l'ex senatore Mancino? Forse quella di chi si sente un “Caprio espiatorio”?  Di fatto lo stesso Mancino durante una telefonata all’ex consigliere di Napolitano, Loris D’Ambrosio, aveva affermato di essere “un uomo solo” che in quanto tale  andava “protetto” affinché non chiamasse in causa “altre persone”. In realtà, così come recita la richiesta di rinvio a giudizio, Mancino è imputato di falsa testimonianza per avere, deponendo come testimone al processo Mori-Obinu (per la mancata cattura di Provenzano) “affermato il falso e comunque taciuto in tutto o in parte ciò che sapeva intorno ai fatti sui quali veniva interrogato, in particolare affermando falsamente di non essere mai venuto a conoscenza”. Nello specifico i magistrati imputano all’ex senatore Dc di avere affermato falsamente di non avere mai saputo “dei contatti intrapresi, in epoca immediatamente successiva alla strage di Capaci, da esponenti delle istituzioni, tra i quali gli Ufficiali dei Carabinieri Mori Mario e De Donno Giuseppe, con Ciancimino Vito Calogero e per il tramite di questi con gli esponenti di vertice dell’associazione mafiosa ‘Cosa Nostra’”. I pm del pool accusano Mancino di aver taciuto “delle lagnanze del Ministro della Giustizia Martelli sull’operato dei sopra indicati Ufficiali dei carabinieri”, così come “delle motivazioni che provocarono, nell’ambito della formazione del Governo della Repubblica insediatosi nel giugno del 1992, l’avvicendamento dell’On. Scotti nel ruolo di Ministro dell’interno”. Accuse pesantissime. Mancino avanza a fatica assediato dai cronisti, l’arroganza dell’ex potente è pari al timore che indubbiamente prova nel sentire i cori “fuori la mafia dallo Stato” intonati da un gruppo di cittadini che tengono alta un’agenda rossa. A pochi passi da lui Vincenzo Agostino lo osserva con la sua lunga barba bianca, ancora attende giustizia per suo figlio Nino ucciso insieme a sua moglie Ida da quei poteri criminali che lo stesso Mancino non può negare di avere visto ricattare l’Italia negli stessi anni che ha gestito il potere. Ma oltre a “osservare” quanto è stato “attivo” il suo ruolo all’interno di queste “mediazioni”? La scena di un potente che scappa davanti alle domande di un semplice giornalista segna l’inizio del riscatto di una società che chiede verità e giustizia. Il muro dell’impunità comincia lentamente a sgretolarsi, dietro di esso si cominciano a intravedere i volti dei complici dai colletti bianchi restati finora nell’ombra. Le cui responsabilità pesano come macigni sulla storia della nostra Repubblica. Piove su Palermo, Pablo Ernesto dorme e attende giustizia.
 

di Lorenzo Baldo e Anna Petrozzi (Antimafiaduemila, 29 ottobre 2012)




 

Foto © ACFB

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