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Il partito che serviva alla mafia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza   
Venerdì 30 Novembre 2012 22:29
È in libreria “Antonio Ingroia - Io so” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza per Chiarelettere. Il libro racconta il ventennio berlusconiano con una lunga intervista all’ex procuratore aggiunto di Palermo, oggi coordinatore in Guatemala dell’unità di investigazione contro il narcotraffico delle Nazioni Unite. Ne pubblichiamo un breve stralcio.   

Sul fronte dell’odore dei soldi, insomma, nonostante un lungo lavoro di indagine, fino a oggi la Procura di Palermo non ha trovato riscontri all’ipotesi di riciclaggio dei capitali mafiosi nell’impero Fininvest. Eppure ora si apre un nuovo scenario
investigativo: Berlusconi, pur non essendo formalmente indagato, è coinvolto nell’inchiesta sulla trattativa mafia-Stato perché la Procura di Palermo ipotizza che nel 1994, da presidente del Consiglio, avrebbe accettato un vero e proprio patto di convivenza con Cosa nostra, garantendo ai boss un atteggiamento di massima tolleranza. Sappiamo che nelle riunioni della Dda si è a lungo discusso sulla possibilità di iscrivere Berlusconi nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa. La decisione di non esercitare l’azione penale non inficia comunque la ricostruzione giudiziaria secondo cui, sullo sfondo della “copertura” politica offerta ai mafiosi (attraverso la mediazione di Dell’Utri), c’è il sospetto di un rapporto “storico” tra Berlusconi e Cosa nostra.   

Cos’è accaduto esattamente nel ’94?   
La nostra ipotesi è che Berlusconi, nel suo ruolo di presidente del Consiglio, nel ’94 accetta la proposta che gli fa Dell’Utri per chiudere la trattativa, accetta cioè le richieste del boss Bernardo Provenzano e sigla un patto di “non belligeranza” con Cosa nostra. È la terza parte della trattativa, iniziata nel ’92 con il generale Mori, poi avallata nel ’93 dai massimi esponenti istituzionali come Scalfaro, Mancino e Conso, e nel ’94 infine consacrata con la decisione di Berlusconi che acconsente a offrire la sua copertura politica: niente più guerra a Cosa nostra. Da questo momento in poi, l’organizzazione criminale non può che ricavare numerosi vantaggi dalla mitezza dello Stato nell’azione di contrasto alla mafia. Il riscontro di questo accordo è
contenuto nella legislazione nazionale che da quel momento appare coerentemente orientata a favorire costantemente gli interessi mafiosi. La trattativa, come patto di massima, si chiude nel ’94. Quello siglato da Berlusconi è un patto di tregua, di non belligeranza, non si sviluppa come il “papello” di Totò Riina con dei punti specifici. È una dichiarazione di disponibilità da parte dello Stato ad accogliere vie d’uscita pacifiche per risolvere la questione mafia. Ci sono molte trattative incompiute da allora. Il mancato arresto nel ’95 di Provenzano è una delle cambiali di questo patto. Noi, con la nostra ricostruzione, arriviamo fino al ’96. Ma la nostra è un’indagine ancora aperta, che si arricchisce continuamente di elementi.   

Non solo Rapisarda e Di Carlo, ma anche i collaboratori Pennino e Cannella parlano di un reinvestimento di denaro sporco da parte di Dell’Utri, nel periodo che va dal 1975 in poi (con riferimento, in astratto, sia al gruppo Berlusconi sia a quello facente capo a Rapisarda). Ma la prima
sentenza d’appello su Dell’Utri, affrontando il capitolo delle holding di Berlusconi e analizzando le dichiarazioni dei quattro pentiti, ha concluso che dal ’75 in poi non risultano acquisiti “riscontri specifici” sul riciclaggio. Dopo l’annullamento della Cassazione, la Procura di Palermo riaprirà le indagini sulle holding berlusconiane, analizzando nuovamente il capitolo di un Dell’Utri possibile riciclatore per conto di Cosa nostra nelle società berlusconiane?
  
Non c’è prova che Dell’Utri abbia riciclato soldi per conto di Cosa nostra. Ma risulta dal processo Dell’Utri che Berlusconi
fu a lungo incerto se scendere in politica o meno, e che, a fronte delle indicazioni contrarie alla sua discesa in campo da parte dei suoi consiglieri più autorevoli, il Cavaliere scelse la strada che gli indicò Dell’Utri. Siccome Dell’Utri non era a quel tempo né un politico né uno che si era occupato di politica, né risulta che non fu per valutazioni squisitamente politiche che si determinò il risultato della “discesa in campo” di Berlusconi, ma per il ruolo che Dell’Utri aveva all’interno di Cosa nostra. Evidentemente Dell’Utri ha mantenuto negli anni argomenti persuasivi nei confronti di Berlusconi. Quali siano stati, non si è mai definitivamente accertato nella logica giudiziaria. Né Berlusconi, rifiutandosi di rispondere alle nostre domande, lo ha voluto chiarire.   

Berlusconi era a conoscenza, sin dall’inizio, dell’idea di costituire il nuovo partito?  

No; anzi, dalla testimonianza di Ezio Cartotto risulta proprio il contrario. Quindi è escluso che Dell’Utri all’inizio agisse su mandato di Berlusconi. Ora, la domanda è: considerato che non era un politico e che non aveva mai fatto politica, Dell’Utri per conto di chi agiva, se non su mandato di Cosa nostra? La nostra ipotesi è che Dell’Utri stava costruendo i presupposti affinché nascesse questo nuovo partito, come nuovo punto di riferimento per Cosa nostra, per il quale poi convinse Berlusconi a scendere in campo. La tesi della procura, confermata dai giudici di primo grado, non confermata dalla sentenza d’appello recentemente annullata, è che quest’accordo (Forza Italia come punto di riferimento di Cosa nostra, così come emerge dalle dichiarazioni dei collaboratori Brusca, Giuffrè e Spatuzza) viene di fatto stipulato, e non può essere stipulato all’insaputa di Berlusconi.


Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2012)






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