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Trattativa, la Consulta accoglie ricorso del Quirinale. 'Distruggere le intercettazioni' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Redazione Il Fatto Quotidiano   
Martedì 04 Dicembre 2012 21:50

La Consulta dà torto alla Procura di Palermo sulle telefonate del senatore Nicola Mancino al Colle, registrate nell'inchiesta sui patti fra Stato e Cosa nostra all'epoca delle stragi del 1992-1993. "Non spettava" ai pm "valutare la rilevanza" di quei documenti. La replica di Di Matteo: "Abbiamo sempre rispettato la legge"

La Corte costituzionale ha accolto il ricorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sul conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo, sollevato riguardo alle intercettazioni telefoniche a carico del senatore Nicola Mancino, che si era rivolto al Colle per discutere dell’inchiesta sulla trattativa fra Stato e mafia all’epoca delle stragi del 1992-1993.  ”Non spettava” alla Procura di Palermo, secondo la Consulta, “valutare la rilevanza della documentazione relativa alle intercettazioni delle conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica” captate nell’ambito dell’inchiesta.

Secondo la Consulta, in particolare i pm di Palermo non potevano “omettere di chiedere al giudice l’immediata distruzione” di tali intercettazioni, “ai sensi dell’articolo 271, terzo comma, cpp e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti”.
 

Per conoscere nel dettaglio la decisione assunta dalla Consulta dopo oltre 4 ore di Camera di Consiglio bisognerà attendere il deposito della sentenza, e quindi le motivazioni, che avverrà nelle prossime settimane, presumibilmente a gennaio. “Non credo che si debbano fare commenti allo stato”, commenta  il procuratore di Palermo Francesco Messineo, ”aspettiamo di leggere il provvedimento”. Interviene anche il pm Nino Di Matteo, uno dei titolari dell’inchiesta sulla trattativa coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia: “Vado avanti nel mio lavoro tranquillo, nella coscienza di avere agito correttamente e ritenendo di avere sempre rispettato la legge e la Costituzione”. Ingroia, attualmente in Guatemala per un incarico internazionale, si era detto sorpreso dell’iniziativa del capo dello Stato.

Nessuna reazione ufficiale al momento dal presidente Napolitano, ma le indiscrezioni fatte filtrare parlano di una naturale “soddisfazione” dopo un’attesa “serena”.  Quella di ricorrere alla suprema corte è stata sin dall’inizio “una decisione obbligata”, ha spiegato più volte Napolitano, perchè “né io né d’Ambrosio (il consigliere giuridico a cui si è rivolto Mancino, ndr) abbiamo mai interferito” con le indagini della procura di Palermo.

Dietro il ricorso del Capo dello Stato alla Corte Costituzionale c’è il nodo di alcune intercettazioni che hanno coinvolto lo stesso Presidente quando le utenze dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino nei mesi scorsi sono state messe sotto controllo dai pm palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Secondo l’accusa, Mancino – che si insediò al Viminale a inizio luglio 1992 – avrebbe mentito sui rapporti tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra intercorsi nei primi anni ’90, durante la stagione delle stragi. Oggi Mancino è accusato di falsa testimonianza. Nel periodo che ha preceduto l’avvio del procedimento a Palermo che lo vede con altri imputato, ci sono stati contatti tra lui e il Colle, in particolare telefonate con Loris D’Ambrosio, il consulente giuridico del Quirinale morto il 26 giugno, e in alcune occasioni, con lo stesso Napolitano.

Queste ultime conversazioni sono state in tutto quattro, come si è saputo dagli atti depositati per conto della Procura di Palermo su richiesta della Corte Costituzionale durante l’iter del conflitto tra poteri: in due casi a chiamare è stato Mancino, per altro alla vigilia di Natale 2011 e, pochi giorni dopo, il 31 dicembre; in altre due occasioni, a telefonare è stato il Presidente.

Il contenuto delle conversazioni non è noto, ma la notizia dei colloqui tra i due è finita sui giornali e ha suscitato il caso: quelle intercettazioni andavano distrutte? I pm hanno sostenuto da subito che l’unica via per distruggerle è quella prevista dall’art. 269 del codice di procedura penale, cioè con udienza stralcio di fronte al Gip e alla presenza delle parti, che se interessate possono acquisire atti a loro utili. Un passaggio, quest’ultimo, che mette però in campo un’eventualità: che i contenuti delle intercettazioni diventino pubblici. Ritenendo lese le proprie prerogative il 16 luglio scorso Napolitano ha sollevato di fronte alla Consulta conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Procura di Palermo. Il relativo ricorso, predisposto dall’Avvocatura dello Stato, è stato trasmesso alla Corte il 30 luglio.

Il 19 settembre la Consulta ha giudicato ammissibile il conflitto, ne ha dimezzato l’iter sotto il profilo dei termini temporali, e ha chiesto alla Procura di Palermo quante fossero state le conversazioni di Napolitano indirettamente captate, in che date fossero avvenute, e copia dei decreti che disposero le intercettazioni. Il 12 ottobre, la Procura di Palermo si è costituita in giudizio. Il 23 novembre Avvocatura e Procura hanno depositato le rispettive memorie. E oggi è giunta la decisione della Corte: il ricorso di Napolitano è stato accolto e le intercettazioni al centro del conflitto andranno distrutte secondo la procedura prevista per le intercettazioni vietate dall’art. 271 del codice di procedura penale.


Redazione Il Fatto Quotidiano (4 dicembre 2012)








 

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