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Scritto da Pippo Giordano   
Domenica 09 Dicembre 2012 18:17
Dividevo la camerata col mio coetaneo, Giovanni Maria Tampone: entrambi 23enni ed eravamo guardie della Polizia Stradale di Nuoro. Avevo raggiunto la Sardegna da Trapani per punizione, perchè non avevo voluto eseguire un ordine che ritenevo ingiusto. L'ordine era, che io e un altro collega durante il servizio di pattuglia, saremmo dovuti andare nella pubblica fontanella a riempire le taniche d'acqua e portarle nell'abitazione privata del capitano: il mio collega era d'accordo perchè era mesi che lo faceva. Io invece, ero giunto a Trapani da una ventina di giorni e mi sono rifiutato. Il capitano, convocandomi nel suo ufficio, ha reiterato l'ordine ed io “gli ho risposto di no”, aggiungendo che l'avrei eseguito fuori dall'orario di servizio e non utilizzando l'auto della Polizia. Mi ha guardato e dopo una breve pausa ha detto: “ può andare!”. Dopo qualche giorno ero libero dal servizio e mi trovavo Palermo, dai miei genitori e ricevo una telefonata da Trapani: “rientra che sei stato trasferito a Nuoro”. Ho fatto i bagagli e da buon soldato ho ubbidito. Non mi sono pentito allora e non lo faccio nemmeno ora, anche se la mia vita è stata stravolta dal trasferimento.
Stavo passeggiando tra le vie di Nuoro, quando una miriade di auto della Polizia, sgommavano a sirene spiegate. Il presagio che fosse successo qualcosa di grave si è subito materializzato: Giovanni era stato ucciso in un conflitto a fuoco. Ad ucciderlo un bandito sardo latitante. Quella sera accanto a me, il letto è rimasto vuoto a testimoniare che la vita di un ragazzo di soli 23 anni non contava nulla. In quel mese di novembre non avrei mai immaginato che Giovanni Maria Tampone, sarebbe stato il primo di una lunga scia di sangue che ha lastricato il percorso della mia carriera di poliziotto. In compito della Stradale era la ricerca dei latitanti e con le nostre camionette perlustravamo l'intera area del Supramonte, compiendo dei posti di blocco. Dovevamo arrestare Graziano Mesina e gli uomini della sua banda. Il Supramonte, montagna maestosa interamente coperta di vegetazione, era davvero una meraviglia della natura: un reticolo di strade, anche in terra battuta, erano da noi percorsi sia di giorno che di notte. Una notte durante un servizio, la paura si è impadronita della mia mente, eppure non potevo far nulla, dovevo stare immobile col fiato sospeso: non potevo chiedere aiuto, non potevo comunicare con altri semplicemente perchè non avevo la ricetrasmittente ed anche se l'avessi avuta non l'avrei potuta usare. Le procedure del nostro servizio consistevano di fare appostamenti l'ungo l'asse stradale ed in particolare nei pressi di fontanelle, nella speranza che i banditi nottetempo andassero a rifornirsi d'acqua e quindi sorprenderli. Attuavamo gli appostamenti notturni in otto che scendendo di corsa dalle camionette ancora in movimento, raggiungevamo una distanza di circa 50/100 metri l'un dall'altro. Ci mimetizzavamo tra la folta vegetazione e nel frattempo le camionette si allontanavano di corsa. . Quella notte il nostro obiettivo era una fontanella distante dalla strada e a me è stata assegnata la parte più interna del bosco. Era il mese di febbraio, con una temperatura polare ed anche se ero vestito pesante, il freddo attanagliava le mie carni: Mio padre, prima di partire da Palermo, mi aveva regalato una bottiglia di liquore millefiori e ne avevo portato un po per riscaldarmi. Nel cuore della notte e nel silenzio più assoluto sento dei passi provenire dalla vegetazione. Non sapevo cosa fare, avevo il mitra in mano e non potevo caricarlo, avrei fatto molto rumore. Allora mi butto a pancia in giù e attendo che qualcuno si avvicini. Nello sdraiarmi il tappo della piccola bottiglietta di liquore si apre e mi appiccica i pantaloni della divisa. Ma quello era l'ultimo dei mie pensieri, perchè i passi nel frattempo si avvicinavano sempre di più. Secondi d'inferno, secondi eterni ed io ero lì in mezzo alla vegetazione, solo con un mitra in mano. E, man mano che il rumore si avvicinava il mio respiro diveniva affannoso ma la mente era lucida: i miei occhi non vedevano nulla, solo alberi e arbusti.. Mi giro lentamente verso la fonte del rumore e metto la mano sul bottoncino per caricare il mitra: sono pronto, sono teso ed ecco che dalla foschia scorgo la sagoma di una mucca. Appoggio la faccia sul mitra e finalmente un lungo respiro fa sparire l'irrequietezza. L'alba, dopo la gelida notte mi ha fatto apprezzare quant'era bella la vita.


 

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