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Relazione Pisanu: la replica di Giuseppe Lumia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Lumia   
Venerdì 18 Gennaio 2013 19:25
Riportiamo di seguito l’intervento del senatore Giuseppe Lumia alla Commissione parlamentare antimafia tenuto martedì scorso in replica alle “Comunicazioni del Presidente Pisanu sui grandi delitti e le stragi di mafia del 1992-'93”. L'esame della relazione conclusiva dell'attività svolta dalla Commissione antimafia si svolgerà martedì 22 gennaio.


INTERVENTO SEN. GIUSEPPE LUMIA


Sulle stragi 92/93 la commissione parlamentare antimafia è chiamata a dare il meglio di sé. Il Paese merita risposte più puntuali da un'inchiesta che ha la finalità di individuare le responsabilità politiche con rigore e autonomia dalle nostre stesse appartenenze politiche e con la massima severità, tenuto conto che la sfida contro Cosa Nostra e le altre mafie attiene ai doveri più alti dell'agire democratico. La trattativa, o meglio le trattative, sono ormai un dato difficilmente oscurabile. L'approccio negazionista è smentito continuamente dalle acquisizioni che pure in questa commissione parlamentare antimafia abbiamo potuto svolgere. Anche la stessa impostazione minimalista non regge di fronte a una serie di dati che, non solo in sede giudiziaria ma anche nei lavori della nostra Commissione, emerge nella loro tragica evidenza.
A distanza di poco più di quindici anni dalle stragi eseguite da Cosa Nostra nel 1992-93 a mettere in discussione taluni risultati cui si era giunti nella ricostruzione dei fatti in sede giudiziaria, furono, tra l’altro, le dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Furono proprio le sue rivelazioni a dare il via a nuovi approfondimenti sia sulle modalità esecutive della strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992 sia sullo scenario nel quale si era sviluppata l’azione violenta di Cosa Nostra e sull’interlocuzione che contemporaneamente quell’organizzazione criminale aveva instaurato con esponenti del mondo politico, istituzionale e imprenditoriale del paese.
Ne derivarono nuovi impulsi che hanno condotto le Procure della Repubblica di Caltanissetta, Firenze e Palermo ad avviare nuove, alle volte eclatanti, iniziative processuali.

Dalle parti più sensibili della società italiana si avvertì la necessità di uno sforzo, per certi versi inedito, di fare luce sul biennio nel quale, in contemporanea con la scelta stragista di Cosa Nostra, era tramontata la cosiddetta prima Repubblica e aveva preso le mosse quella che convenzionalmente è stata indicata come seconda Repubblica. Si capì che si era di fronte a una vera e propria questione nodale della nostra democrazia: la maturità del nostro sistema democratico derivava, e deriva, dalla capacità di appropriarsi una volta per tutte della verità, senza zone d’ombra e senza sconti.
A questa domanda di verità da parte del Paese – che è un bisogno di verità giudiziaria, di verità politica e di verità storica – si trova a rispondere oggi questa Commissione parlamentare, all’esito dell’attività che si è sviluppata a partire dal 2010. Ciò deve fare nel più assoluto rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza degli organi giurisdizionali ai quali compete la ricostruzione dei fatti in sede processuale, evitando una sovrapposizione rispetto a essi, ma al contempo con la consapevolezza dei doveri che incombono in capo alle istituzioni della politica di offrire al paese parole di verità su quei fatti, susseguitisi fra il 1992 e il 1994, che hanno inciso in modo determinante sulla storia d’Italia, così, peraltro, dando adempimento ai propri compiti istituzionali, come risultanti dalla legge istitutiva di questa Commissione.

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Quella fase stragista di Cosa Nostra aveva avuto in realtà un’anticipazione nel 1989, con l’attentato compiuto all’Addaura il 20 giugno di quell’anno, ai danni del dr. Giovanni Falcone e dei magistrati elvetici Carla Del Ponte e Claudio Lehmann. La delegazione elvetica guidata da Carla Del Ponte si occupava del riciclaggio del denaro di Cosa Nostra in esito a una proficua collaborazione che si era instaurata già da tempo con l’attività di Giovanni Falcone. Era stato proprio nell’ambito di tale collaborazione fra il magistrato palermitano, in quel momento in servizio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, che nel febbraio 1989 a Lugano, nel corso dell’audizione dell’imprenditore bresciano Oliviero Tognoli, arrestato per il riciclaggio dei proventi dei traffici illeciti di Cosa Nostra oggetto dell’indagine denominata “Pizza Connection”, Giovanni Falcone e Carla Del Ponte avevano acquisito informalmente da Tognoli la notizia che il dr. Bruno Contrada si era reso responsabile anni prima di una fuga di notizie che aveva consentito allo stesso Tognoli di sfuggire all’arresto. Tognoli si era poi rifiutato di riferire ufficialmente a verbale il nome del funzionario di polizia. L’attentato all’Addaura nei confronti di Giovanni Falcone e dei magistrati elvetici, orchestrato secondo lo stesso Falcone da “menti raffinatissime”, è stato oggetto negli anni scorsi, dopo un primo processo giunto a condanne definitive per mandanti ed esecutori intranei a Cosa Nostra, delle rivelazioni, ritenute credibili da parte dei magistrati, del collaboratore di giustizia Angelo Fontana, che ha ribadito il coinvolgimento nella fase esecutiva dell’attentato di mafiosi appartenenti alle famiglie dell’Acquasanta guidata dai Galatolo e di Resuttana guidata dai Madonia.
Sulla scorta delle dichiarazioni rese da Angelo Fontana, in esito all’incidente probatorio eseguito dall’autorità giudiziaria di Caltanissetta, è stato identificato, sui reperti sequestrati in prossimità del luogo dell’attentato, il profilo genetico del mafioso Angelo Galatolo, del 1966.
L’attentato presso l’abitazione di vacanza di Giovanni Falcone all’Addaura era stato preceduto, poche settimane prima, dalla divulgazione di cinque lettere anonime con le quali l’autore aveva provveduto a spargere veleni, tra gli altri, contro Giovanni Falcone al riguardo del rientro in Sicilia del collaboratore di giustizia Salvatore Contorno e del suo successivo arresto. Le lettere del “corvo” sono rimaste fino a oggi prive di responsabili compiutamente identificati. Di certo può dirsi però che la campagna di veleni rivolta contro Giovanni Falcone rientrò inequivocabilmente nella campagna di discredito che fu, in fatto, la premessa per l’esecuzione dell’attentato all’Addaura, mirato a colpire un magistrato in quello stesso momento vittima di una bieca attività di delegittimazione professionale e morale che non ha precedenti.
Non si può dimenticare, infatti, che fin dai primi momenti successivi alla scoperta dell’ordigno destinato a esplodere nella scogliera antistante l’abitazione del magistrato palermitano (ordigno oggetto di una sconsiderata attività di distruzione che ha reso impossibile accertamenti plausibilmente rilevanti), venne messa in circolo, perfino da ambienti asseritamente impegnati nella lotta alla mafia, la voce che si fosse trattato di un finto attentato, in realtà addirittura organizzato in qualche modo dalla stessa vittima. Quella insulsa campagna diffamatoria (così stigmatizzata dalla Corte di cassazione: “infame linciaggio da parte di ambienti istituzionali, il cui unico scopo era la delegittimazione”) proseguì per tempo non breve e venne definitivamente accantonata solo quando Giovanni Falcone fu infine assassinato, nella strage di Capaci.
In parallelo a quella campagna di delegittimazione di Falcone, nel processo celebratosi a Caltanissetta per l’attentato all’Addaura è stato accertato che vi fu anche una colpevole operazione mirata a sminuire l’enorme gravità del tentativo stragista, con la derubricazione di esso a un semplice atto minatorio, insuscettibile di pratici effetti, ad opera di autorevoli soggetti istituzionali quali Domenico Sica, al tempo capo dell’Alto commissariato antimafia, Francesco Misiani, magistrato addetto all’ufficio guidato dal dr. Sica, e Mario Mori, al tempo comandante del Gruppo Carabinieri di Palermo. Al riguardo, la sentenza emessa dalla Corte di cassazione il 19 ottobre 2004 è stata tranciante: “Resta il dato sconcertante che autorevoli personaggi pubblici, investiti di alte cariche e di elevate responsabilità, si siano lasciati andare, in una vicenda che, per la sua eccezionale gravità, imponeva la massima cautela, a così imprudenti dichiarazioni tali da fornire lo spunto ai molteplici nemici di inventare la tesi del falso attentato”.
Simili anomalie che hanno avvolto l’attentato all’Addaura meritano tutta una serie di approfondimenti e un'adeguata ricostruzione in sede giudiziaria, anche in relazione al plausibile coinvolgimento nell’organizzazione del delitto, in concorso con l’organizzazione Cosa Nostra, anche di soggetti estranei alla stessa (“le menti raffinatissime” di cui parlò fin dall’immediatezza lo stesso Falcone). Tanto più ciò va rilevato, in quanto la mancata uccisione di Giovanni Falcone all’Addaura fu la premessa dell’eclatante attentato compiuto a Capaci meno di tre anni dopo.
Tuttavia, a proposito degli aloni di mistero che le istituzioni finora sono state incapaci di rimuovere, bisogna qui evocare un gravissimo delitto, tuttora impunito, commesso a brevissima distanza temporale dall’attentato all’Addaura. Il riferimento è al duplice omicidio che il 5 agosto 1989 vide vittime il poliziotto Antonino Agostino e la giovane moglie. Talune fonti acquisite dall’autorità giudiziaria hanno collegato tale delitto all’attentato all’Addaura, essendone stato in sostanza una conseguenza, per un qualche ruolo giocato dal poliziotto Agostino nello sventare l’agguato al dr. Falcone o per qualche notizia entrata in suo possesso al riguardo dello stesso episodio delittuoso. Sul punto l’autorità giudiziaria non ha raggiunto alcun risultato e questa Commissione parimenti non è in grado di esprimere una valutazione compiuta. Alcune precisazioni sono però doverose. Se sulle ragioni dell’assassinio del poliziotto Agostino e della moglie e sulla stessa identità di mandanti ed esecutori materiali in sede giudiziaria non è ancora stata trovata una risposta esauriente, con grado di certezza si può affermare che nell’immediatezza del duplice omicidio fu compiuta una sordida attività di depistaggio finalizzata, secondo quanto risultante da intercettazioni disposte dall’autorità giudiziaria, all’individuazione e alla sparizione di documenti custoditi riservatamente da Antonino Agostino. Di tali attività vanno valuta le responsabilità anche all'interno della stessa Polizia di Stato. Le attività d’indagine furono condotte con modalità sconcertanti, mirate all’individuazione di sconnesse causali ricollegabili alla vita privata del poliziotto ucciso, dalla Squadra mobile di Palermo diretta al tempo dal dr. Arnaldo La Barbera, protagonista - in via di verifica giudiziaria- anni dopo di altri e ancor più scandalosi depistaggi nell’ambito delle indagini sulla strage di via D’Amelio.

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Com’è noto, il 30 gennaio 1992 la sentenza della Corte di cassazione confermò l’impianto accusatorio del maxiprocesso istruito dall’Ufficio istruzione diretto dal dr. Antonino Caponnetto e, in particolare, dal dr. Giovanni Falcone e dal dr. Paolo Borsellino. Per la prima volta sull’organizzazione Cosa Nostra si abbatté con forza la potestà punitiva dello Stato, con la condanna all’ergastolo di tutti i suoi esponenti di vertice. Il risultato del lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – ma anche del sacrificio professionale e umano, quasi esistenziale, se solo si pensa al vero e proprio “esilio” dai due magistrati trascorso all’Asinara per la stesura della sentenza di rinvio a giudizio – giungeva a compimento con un risultato straordinario, che per una volta poneva nel nulla le coperture istituzionali delle quali Cosa Nostra aveva goduto e che le avevano assicurato fino a quel momento una complessiva impunità.
In realtà, già a dicembre 1991, quindi prima ancora della sentenza conclusiva del maxiprocesso, l’organizzazione Cosa Nostra, su sollecitazione del suo capo indiscusso del momento Salvatore Riina, aveva adottato una vera e propria delibera con cui si avviava una campagna di sangue finalizzata a un duplice obiettivo: da un lato, la soppressione dei propri nemici storici, Falcone e Borsellino, portando a definitiva esecuzione una decisione di massima già adottata in danno di entrambi nei primi anni Ottanta (e concretatasi nel 1989 nel fallito attentato all’Addaura ai danni del dr. Falcone); d’altro canto, l’eliminazione di esponenti della politica un tempo affidabili alleati (in primis, l’europarlamentare democristiano di corrente andreottiana Salvo Lima, ma anche altri, a partire dall’allora ministro Calogero Mannino, esponente della sinistra DC) e ad un tratto, evidentemente nell’ottica dell’individuazione di diversi referenti, non più sentiti come valide garanzie per il perseguimento degli interessi di Cosa Nostra.
Tuttavia, per comprendere le ragioni della scelta di Cosa Nostra di tagliare i ponti col passato, adottata in epoca precedente alla sentenza della Corte di cassazione del 30 gennaio 1992, occorre osservare che i vertici di Cosa Nostra ebbero contezza in anticipo del rischio di non riuscire a ottenere soluzioni favorevoli nel maxiprocesso. Del resto, il segnale netto che il giudizio di legittimità sul maxiprocesso fosse diventato una spada di Damocle sugli orizzonti di Cosa Nostra era provenuto dalle vicende con cui si era giunti alla composizione della Corte assegnataria del fascicolo, con l’adozione del principio – derivante da un’intuizione di Giovanni Falcone e del ministero di grazia e giustizia nel quale il magistrato palermitano era andato a dirigere gli affari penali –  della rotazione per l’assegnazione dei processi in materia di criminalità organizzata, in rottura con la prassi che aveva visto pressoché costantemente il dr. Corrado Carnevale presiedere le corti (e spesso annullare le sentenze) nei più importanti processi per fatti di criminalità organizzata. Così Cosa Nostra, che aveva provato a condizionare il corso del giudizio di cassazione sul maxiprocesso anche con l’uso della violenza, della quale era rimasto vittima il 9 agosto 1991 il dr. Antonino Scopelliti, sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione a cui era stato affidato il compito di rappresentare la pubblica accusa nel giudizio di legittimità.

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Il 12 marzo 1992 a Palermo, in località Mondello, venne assassinato l’on. Salvo Lima. Su tale delitto si è giunti a pronunciamenti definitivi di responsabilità nei confronti dei mandanti e degli esecutori, tutti appartenenti a Cosa Nostra. Del vertice di quell’organizzazione criminale, Bernardo Provenzano era l’unico esponente a non essere stato sottoposto a processo per l’omicidio Lima. Da ultimo, in seno al procedimento a carico di Bagarella + 11 e relativo, tra l’altro, alla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, anche per Provenzano la Procura della Repubblica di Palermo ha esercitato l’azione penale con il ruolo di mandante del delitto. L’assassinio dell’on. Lima fu un colpo che Cosa Nostra ritenne di assegnare anche all’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Quest’ultimo, riconosciuto con sentenza definitiva esponente politico contiguo all’organizzazione Cosa Nostra fino alla primavera del 1980, era tuttavia in quel momento alla guida di un governo che, sotto la spinta del ministro della giustizia Claudio Martelli (il quale dal febbraio 1991 aveva ottenuto la fondamentale collaborazione di Giovanni Falcone nel ruolo di direttore degli affari penali) e del ministro dell’interno Vincenzo Scotti, aveva promosso misure efficaci, e senza precedenti, nel contrasto alla criminalità organizzata.
L’omicidio dell’on. Lima intervenne in piena campagna elettorale per le elezioni politiche del 5 e 6 aprile 1992, una campagna elettorale che fu segnata anche dall’avvio dell’indagine della Procura della Repubblica di Milano denominata “Mani pulite” e che diede avvio, a cascata, a una serie innumerevoli di iniziative giudiziarie che, sotto la denominazione di “Tangentopoli”, portarono alla luce la corruttela e le illegalità diffuse nel campo della politica, delle pubbliche amministrazioni e dell’imprenditoria italiana e che accelerarono la caduta di una grossa fetta del ceto politico. Ma al tempo dell’omicidio Lima si era già in attesa della scadenza del mandato del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, le cui dimissioni il 25 aprile 1992 anticiparono ulteriormente l’elezione del nuovo Capo dello Stato.

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Quasi in coincidenza dell’uccisione dell’on. Salvo Lima, ed anzi ancor prima di essa, l’on. Calogero Mannino emerge che abbia avviato contatti con l’allora Comandante del Raggruppamento operativo speciale dei Carabinieri, gen. Antonio Subranni, per il tramite del maresciallo Giuliano Guazzelli (soggetto fidato del gen. Subranni e il cui figlio era al tempo consigliere provinciale per la DC ad Agrigento, proprio nel territorio in cui leader indiscusso di quel partito era l’allora ministro Mannino), e con  il dr. Bruno Contrada, in quel momento alto dirigente del Sisde. La ragione possibile dell’iniziativa dell’on. Mannino potrebbe essere ricercata nel timore che quell’esponente politico in quel momento ebbe di rimanere vittima della violenza di Cosa Nostra, come accertato in sede giudiziaria da fonti convergenti e come pure già al tempo riferito dagli organi di informazione, in qualche caso riportando perfino dichiarazioni attribuite allo stesso on. Mannino. Sul punto, va qui rilevato come tale iniziativa, che vide coinvolti un esponente politico di primaria importanza nella DC nazionale e dell’intero partito in Sicilia, il comandante del R.o.s. e un soggetto di vertice del Sisde avvenne al di fuori di ogni formalità, in guisa di contatti riservati che evidentemente preludevano ad attività e a risultati che dovevano rimanere altrettanto riservati. È ovvio, infatti, che, se si fosse trattato di occuparsi delle esigenze di sicurezza per l’incolumità dell’on. Mannino e dell’adozione di accorgimenti relativi alle misure tutorie apprestate allo stesso, non si sarebbe potuto prescindere dall’ufficiale coinvolgimento del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica nazionale (attese le qualità del soggetto) e di quello provinciale del territorio di residenza e operatività dell’on. Mannino. Nulla di ciò venne fatto. È, poi, da aggiungere che è rimasto assolutamente oscuro il modo in cui l’on. Mannino avesse potuto avere contezza della deliberazione di morte adottata da Cosa Nostra ai danni dello stesso, dell’on. Lima e di altri esponenti politici ancora.

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Il 4 aprile 1992 in provincia di Agrigento venne ucciso il predetto maresciallo Guazzelli. In relazione a tale delitto le prime indagini, curate proprio da quel R.o.s. al cui vertice si trovava il gen. Subranni, come detto legato da vincoli personali a Guazzelli, portarono all’incriminazione e all’iniziale condanna di esponenti della Stidda, organizzazione criminale contrapposta a Cosa Nostra nel territorio sud-orientale della Sicilia. Solo anni dopo fu accertato con sentenza definitiva che l’omicidio Guazzelli fu opera di Cosa Nostra. La causale dell’omicidio Guazzelli è rimasta tuttavia abbastanza nebulosa. È un vuoto che necessiterà anche in futuro di ulteriori sforzi per approfondire ogni possibile aspetto sui reali motivi per i quali Cosa Nostra eliminò una persona che si era trovata coinvolta nelle iniziative preliminari alla “trattativa Stato-mafia” e che aveva la singolare caratteristica di essere legata al contempo, quasi a fare da canale stabile di comunicazione, fra l’on. Mannino e il Ros dei carabinieri.

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È il caso qui di fare richiamo a un pronunciamento giurisdizionale che ha acquistato autorità di cosa giudicata. Infatti, troppo spesso, con malintesa prudenza o con doloso negazionismo, si è assistito a pronunciamenti tesi a mettere in dubbio la stessa esistenza di contatti tra esponenti istituzionali e  uomini di Cosa Nostra o referenti diretti della stessa organizzazione criminale. Deve, invece, rilevarsi che già quindici anni fa la Corte di assise di Firenze, al riguardo dei contatti intrattenuti fra uomini di vertice del R.o.s. e il mafioso Vito Ciancimino, con la sentenza emessa il 6 giugno 1998 nel processo a carico di Bagarella ed altri per le stragi e gli attentati eseguiti nel 1993 a Firenze, Milano e Roma da Cosa Nostra, attestò senza mezzi termini che di trattativa si trattò e che essa aveva certamente avuto la capacità di confortare l’organizzazione mafiosa siciliana nell’idea che la commissione di stragi fosse utile ai suoi fini e a quelli degli ambienti ad essa collegati. Sul punto, in presenza di un pronunciamento giudiziario definitivo che peraltro è dotato di motivazione puntuale e convincente ed ha trovato conforto anche in ulteriori pronunciamenti giurisdizionali –  come la sentenza della Corte di assise di Firenze del 5 ottobre 2011 e come l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Salvatore Madonia e altri emessa in relazione alla strage di via D’Amelio il 2 marzo 2012 dal Gip presso il Tribunale di Caltanissetta – si deve ribadire che la “trattativa Stato-mafia”, nel senso della trattativa fra non secondari rappresentanti dello Stato e Cosa Nostra è un fatto storicamente verificatosi, che ha segnato la recente storia d’Italia e che continuerà a produrre i suoi effetti fino a quando il paese non sarà in grado di accertare prima e di accettare poi tutta la verità su tale evento. Con la dovuta puntualizzazione che non si è trattato di un accadimento sviluppatosi con cadenze lineari e  modalità prefissate. Anzi, va detto che in modo più appropriato occorre parlare di più fasi della “trattativa”, quando non di più “trattative” intersecatesi e sovrapposte fra loro.

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Come detto, Cosa Nostra da tempo aveva in animo di uccidere il dr. Giovanni Falcone e in effetti nel giugno 1989 era passata all’esecuzione del delitto, non portata a termine per cause indipendenti dalla volontà degli uomini di Cosa Nostra. Dopo le riunioni della commissione provinciale e pure della commissione regionale di Cosa Nostra, intervenute alla fine del 1991, su cui bisognerebbe fare piena luce -luoghi, coperture e modalità organizzative- nuovamente l’organizzazione mafiosa passò alle fasi esecutive per l’eliminazione di colui che  rappresentava uno dei due principali storici antagonisti.
Tuttavia, va osservato che nei primi mesi del 1992 Cosa Nostra si determinò in un primo momento a procedere all’assassinio di Giovanni Falcone nella città di Roma, ove il magistrato operava ormai da un anno. Ad occuparsene furono chiamati esponenti di Cosa Nostra appartenenti alle famiglie dei mandamenti di Trapani (rispetto ai quali agiva già con ruolo di leader il boss Matteo Messina Denaro) e di Brancaccio (articolazione mafiosa diretta da Giuseppe Graviano e nella quale era diventato esponente rilevantissimo l’oggi collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza). Tuttavia, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 1992, come pacificamente accertato in sede giudiziaria, i killer vennero richiamati in Sicilia.
Iniziarono a quel punto i preparativi che trovarono tragica riuscita il 23 maggio 1992 con l’attentato di Capaci, che rese vittime il dr. Giovanni Falcone, la moglie dr.ssa Francesca Morvillo e tre poliziotti della scorta. Si trattò del delitto massimamente eclatante mai compiuto da Cosa Nostra, con modalità tali che l’hanno fatto definire da parte di alcuni dei suoi esecutori come “attentatuni”. Della strage di Capaci si occuparono materialmente esponenti mafiosi dei mandamenti di San Giuseppe Jato, di Porta Nuova, di San Lorenzo, della Noce, di Brancaccio, con l’aggiunta di Pietro Rampulla (uomo d’onore della famiglia di Mistretta ma fortemente legato all’articolazione catanese di Cosa Nostra), il quale della strage fu l’artificiere, ovvero l’esperto tecnico-balistico. Al riguardo di Rampulla deve segnalarsi come si tratti di un soggetto che aveva avuto, al tempo della sua frequentazione all’Università di Messina, all’inizio degli anni Settanta, una militanza in frange violente di estrema destra, nel corso della quale Rampulla fu perfino sottoposto a processo e condannato definitivamente per episodi di violenza squadrista, in concorso con altri significativi esponenti di organizzazioni criminali calabresi e siciliane, fra i quali merita di essere citato il capo della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, Rosario Pio Cattafi. Va qui fatto un riferimento alle dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria da Giovanni Brusca, che della strage di Capaci fu il protagonista della fase esecutiva, essendo stato proprio lui a utilizzare il telecomando che provocò la spaventosa esplosione. Quel telecomando, infatti, per il tramite di Rampulla, fu procurato a Brusca dalla famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, in quel momento capeggiata dai boss Giuseppe Gullotti e Rosario Pio Cattafi, il quale ultimo, secondo plurime acquisizioni giudiziarie, ha avuto nel corso di decenni rapporti con apparati investigativi e di sicurezza.
L’esecuzione della strage di Capaci, come detto, ebbe modalità sconvolgenti, con l’esplosione di un intero tratto autostradale. Il delitto avvenne in territorio del circondario del Tribunale di Palermo. La competenza per le indagini e i processi si radicò innanzi all’autorità giudiziaria di Caltanissetta, ai sensi dell’art. 11 c.p.p.. Non, però, in relazione alla figura di Giovanni Falcone, che già da tempo non era magistrato in servizio nel distretto di Corte di appello di Palermo, bensì in relazione alla figura di Francesca Morvillo, magistrato in servizio presso la Corte di appello di Palermo.
Alla data della strage di Capaci il procedimento presso il Consiglio superiore della magistratura per la nomina del capo della Procura della Repubblica di Caltanissetta, in sostituzione del precedente dirigente, assegnato ad altro incarico, era in itinere. Il 26 maggio 1992 il plenum del Consiglio superiore della magistratura deliberò la nomina del dr. Giovanni Tinebra, che si insediò all’inizio del successivo mese di luglio.
La strage di Capaci ebbe effetto sicuro anche nella delicata fase politica, che in quel momento vedeva, già da tempo, il Parlamento riunito in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica. È certo che l’esecuzione della strage di Capaci, tra le altre mire dell’organizzazione Cosa Nostra, ebbe anche quella di rendere impraticabile l’elezione al Quirinale del sen. Giulio Andreotti. In effetti, le determinazioni del Parlamento subirono certamente una obiettiva turbativa per effetto della strage di Capaci, tanto che si giunse in breve a un accordo politico che portò il 25 maggio 1992 all’elezione del Presidente Oscar Luigi Scalfaro.
È un dato giudiziariamente, storicamente e politicamente accertato che il Presidente Scalfaro aveva, fin dai tempi in cui quest’ultimo aveva svolto il ruolo di ministro dell’interno, un rapporto personale di carattere estremamente fiduciario con il Prefetto Vincenzo Parisi, già al vertice del Sisde e nel maggio 1992 Capo della Polizia. Il dato, sintomatico di un canale diretto e informale fra il Capo dello Stato e il vertice di uno degli apparati investigativi, è oltremodo significativo, in relazione a un periodo di transizione politica quale fu il biennio 1992-94, nel corso del quale  le linee ufficiali delle strutture del potere lasciarono il passo a equilibri di natura sostanziale, non codificati.

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In un momento a cavallo della strage di Capaci, prendono le mosse due vicende. La prima riguarda i contatti intavolati fra il vertice del Ros (l’allora colonnello Mario Mori e l’allora capitano Giuseppe De Donno, sotto la supervisione del generale Antonio Subranni, allora comandante del R.o.s.) e Vito Ciancimino fra la primavera e la fine del 1992. L’iniziativa era stata presa da De Donno, che aveva rivolto una richiesta di incontro a Vito Ciancimino, attraverso il figlio di questi, Massimo Ciancimino. Essa si sviluppò attraverso plurimi incontri fra gli ufficiali Mori e De Donno, da una parte, e l’ex sindaco di Palermo, nella sua abitazione di Roma. Va detta una parola netta sullo sviluppo di tale anomala interlocuzione. Infatti, a dispetto della vulgata che i militari interessati e notevoli e importanti casse di propaganda del mondo dell’informazione hanno provveduto a diffondere circa l’ordinarietà della situazione come il contatto con un confidente di polizia giudiziaria, ciò è privo di fondamento. Invero, se è normale per la polizia giudiziaria avere contatti con soggetti militanti in organizzazioni criminali al fine di ricevere informazioni utili alle indagini o alla cattura di ricercati, certamente siffatte situazioni non possono implicare una posizione di tramite del confidente fra la polizia giudiziaria e l’organizzazione criminale. Questa non è più normale attività di polizia giudiziaria, bensì né più e né meno che una trattativa. E, del resto, come notò acutamente la Corte di assise di Firenze con la predetta sentenza del 6 giugno 1998, ad usare il termine “trattativa” nel raccontare i loro contatti con Ciancimino furono gli stessi Giuseppe De Donno (ripetute volte) e Mario Mori (prudentemente, in un numero minore di casi). Non può, poi, essere trascurato un altro dato. Per il periodo in cui quella trattativa si sviluppò, il paese e, non si può nascondere, pure gli organi statuali erano precipitati in una situazione di angosciante terrore (si pensi agli effetti che la strage di via D’Amelio aggiunse, con effetto moltiplicatore, a quelli scaturiti dalla strage di Capaci). Cosicché sembra prima di profili istituzionali la lettura tentata dagli esponenti del R.o.s., secondo cui essi, a nome dello Stato, potessero chiedere la resa a Cosa Nostra e la consegna ai due capi dell’organizzazione mafiosa, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.
Si impone a questo punto una considerazione sulle caratteristiche criminali di Vito Ciancimino. Infatti, come pacificamente accertato in sede giudiziaria, Vito Ciancimino, nel suo ruolo di contiguità a Cosa Nostra, era uomo fiduciariamente legato a Bernardo Provenzano e umanamente inviso a Salvatore Riina. Anche i due uomini d’onore che tennero il filo fra Riina e Ciancimino per la trasmissione del cosiddetto “papello” (vera e propria mozione contenente le richieste di Cosa Nostra allo Stato), ovvero Antonino Cinà e Giuseppe Lipari, rientrano nella ristretta cerchia dei consiglieri privilegiati di Bernardo Provenzano. Al riguardo di Lipari, anzi, occorre ricordare che fino alla fine degli anni Settanta costui era stato il principale gestore degli interessi di Gaetano Badalamenti, capomafia di Cinisi (paese della moglie di Bernardo Provenzano) mandante dell’omicidio di Giuseppe Impastato (episodio sul quale è opportuno fare qui rinvio alla relazione approvata all’unanimità dalla Commissione parlamentare antimafia il 6 dicembre 2000, tanto più in relazione ai depistaggi praticati dall’allora maggiore Antonio Subranni). Ciò rende per nulla implausibile l’ipotesi che Ciancimino potesse essere coinvolto dagli ufficiali del R.o.s. anche per ottenere notizie utili alla cattura dell’allora latitante Riina, con il conseguente consolidamento della leadership mafiosa di Bernardo Provenzano. Tanto più se si osserva che i vertici di quello stesso corpo investigativo, nelle persone dello stesso Mori e del colonnello Mauro Obinu, si trovano oggi imputati per la mancata cattura di Bernardo Provenzano il 31 ottobre 1995 nella località Mezzojuso in provincia di Palermo. E tanto più se si considerano le parole di Paolo Borsellino in un’intervista pubblicata dalla Gazzetta del Mezzogiorno il 3 luglio 1992: “Riina e Provenzano sono come due pugili che mostrano i muscoli, uno di fronte all’altro. Come se ciascuno volesse far sapere all’altro quanto è forte, quanto è capace di fare male”.
Un’ulteriore puntualizzazione si impone. Di quella trattativa (o di quella fase della trattativa) estrinsecatasi attraverso l’interlocuzione fra il R.o.s. e Cosa Nostra, mediata da Vito Ciancimino, ebbe a parlare per primo, senza in realtà avere contezza dell’identità degli interlocutori di Cosa Nostra, il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, nel 1996. Solo in un momento successivo intervennero le deposizioni del generale Mori e del capitano De Donno innanzi all’autorità giudiziaria di Firenze. Per lunghi anni poco altro era stato riscontrato dalla magistratura al riguardo di tale vicenda. La situazione si è rimessa in movimento più di recente su cui senz'altro pesa il giudizio morale e politico di ritardate denuncie e racconti di fatti significativi ma su cui adesso va esercitata la massima attenzione in sede giudiziaria, e in sede di Commissione Parlamentare Antimafia, per avere una migliore comprensione dei fatti introno alla trattativa-trattative e dello stesso contesto istituzionale su cui di dipanò il biennio stragista 92/93. Pertanto, vanno approfondite e verificate le dinamiche e le responsabilità di una trattativa già in atto prima della stessa strage di Capaci, sia in sede di Commissione Parlamentare Antimafia, oltre che nelle aule giudiziarie.

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Nei giorni a cavallo della strage di Capaci, poi, Marcello Dell’Utri, dirigente di Pubblitalia, società del gruppo Fininvest, avviò il progetto di costituzione di un nuovo partito politico, che trovò culmine nel 1993 e nel 1994 con la formale costituzione del partito Forza Italia. Secondo quanto dichiarato da Giovanni Brusca, in quella fase a Riina si proposero come possibili nuovi interlocutori politici, da un lato, proprio Marcello Dell’Utri e, dall’altro, il leader dell’allora Lega Lombarda Umberto Bossi.

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Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino e cinque poliziotti vennero uccisi in via Mariano D’Amelio, con un attentato nuovamente di marca stragista, attraverso l’esplosione di un’autobomba. È stato accertato che l’avvio della fase esecutiva dell’uccisione del dr. Paolo Borsellino ebbe un’improvvisa e significativa accelerazione, a stretto giro rispetto al 19 luglio 1992. In quel momento, infatti, Giovanni Brusca era impegnato nei preparativi per l’uccisione dell’on. Mannino e ricevette l’ordine di soprassedere perché il vertice di Cosa Nostra aveva deciso un cambiamento repentino nei propri programmi delittuosi. La stretta connessione temporale fra i contatti avviati dal R.o.s.  (dopo i preventivi incontri del comandante di quel reparto, il gen. Subranni con l’on. Mannino) con Cosa Nostra attraverso Vito Ciancimino e la scelta di rinunciare all’uccisione dell’on. Mannino (e degli altri esponenti politici nazionali di cui alla deliberazione adottata da Cosa Nostra nel dicembre 1991) e di accelerare l’eliminazione di Paolo Borsellino fa ritenere ben più di un’ipotesi che il magistrato palermitano rimase stritolato dalla trattativa avviata da esponenti istituzionali con Cosa Nostra e rispetto alla quale il dr. Borsellino fu ritenuto come un insormontabile ostacolo.
Le vicende giudiziarie sulla strage di via D’Amelio rappresentano sicuramente il più grave e scandaloso episodio di inquinamento delle attività d’indagine e processuali della storia Repubblicana di questo paese, commesso con la falsa collaborazione con la giustizia di Vincenzo Scarantino, di Salvatore Candura e di Francesco Andriotta.
Della gestione dei tre falsi collaboratori di giustizia si occupò uno speciale organo di polizia guidato dal dr. Arnaldo La Barbera e nel quale operarono i poliziotti Mario Bo, Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera. L’autorità giudiziaria di Caltanissetta ha accertato la falsità delle dichiarazioni di Scarantino, Candura e Andriotta e le obiettive anomalie che hanno caratterizzato la gestione della loro collaborazione con la giustizia. È stato accertato che il dr. Arnaldo La Barbera, deceduto nel 2002, nella seconda metà degli anni Ottanta aveva collaborato con il Sisde. Sulle ipotesi di reato a carico dei predetti poliziotti – Bo, Ricciardi e Salvatore La Barbera – la Procura della Repubblica di Caltanissetta non ha ancora concluso le indagini. Sul punto, dunque, bisognerà attendere le determinazioni di quell’ufficio requirente.
Dalla vicenda Scarantino possono però trarsi alcune valutazioni. Intanto, può dirsi con certezza che, al di là delle responsabilità penali, i poliziotti guidati dal dr. Arnaldo La Barbera hanno svolto un ruolo che comunque è stato condicio sine qua non per la perpetrazione delle colossali calunnie e dei colossali depistaggi attuati attraverso le dichiarazioni di Scarantino. Ancora, non può trascurarsi come la palese e congenita inverosimiglianza delle dichiarazioni di Scarantino potesse trarsi dalle peculiarità del soggetto in questione, criminale di infimo livello e dalla personalità border line, sconosciuto a tutti i collaboratori di giustizia palermitani ed estraneo a ogni vicenda processuale riguardante Cosa Nostra a Palermo, tanto da non essere mai stato utilizzato quale collaboratore di giustizia in processi celebrati innanzi all’autorità giudiziaria palermitana. Deve, infine, sottolinearsi che nell’individuazione di Scarantino, oscuro delinquente di borgata, come soggetto in qualche modo coinvolto nella strage di via D’Amelio, hanno avuto un ruolo il Sisde e personalmente il dr. Bruno Contrada, successivamente arrestato e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, il quale nel periodo immediatamente successivo alla strage di via D’Amelio aveva avuto contatti con l'autorità giudiziaria proprio per l’effettuazione di informale attività d’indagine. Si è detto informale attività d’indagine perché è fuori dal campo delle procedure codicistiche ogni rapporto fra la magistratura e appartenenti ai servizi di sicurezza, come era a quel tempo il dr. Bruno Contrada.
Conseguirono alle false dichiarazioni di Scarantino numerose condanne all’ergastolo per le quali solo nel 2012, sulla scorta delle più recenti acquisizioni, è giunto da parte della Procura della Repubblica di Caltanissetta l’avvio, presso l’autorità giudiziaria di Catania, del procedimento di revisione.
È stato grazie alle sopravvenute rivelazioni del mafioso Gaspare Spatuzza (per il quale va segnalato il rigetto massimamente inopportuno del programma di protezione, inizialmente emesso dalla Commissione centrale ex art. 10 legge 82/91), che la Procura della Repubblica di Caltanissetta, a partire dal 2008, ha accertato i depistaggi operati con le dichiarazioni di Scarantino  e ha raggiunto l’accertamento della verità sulle modalità esecutive della strage e su alcuni altri elementi relativi all’evento delittuoso in questione. Ne è scaturito il processo appena avviatosi nei confronti di Salvatore Madonia e altri, per il quale è prevista l’udienza preliminare il prossimo 31 gennaio innanzi al G.u.p. presso il Tribunale di Caltanissetta.
Nella ricostruzione consentita dalle dichiarazioni di Spatuzza, il dato più significativo è la centralità che nell’esecuzione della strage ha avuto il mandamento mafioso di Brancaccio guidato dal boss Giuseppe Graviano, tenuta coperta dalla versione Scarantino e sostituita con quella del mandamento di S. Maria di Gesù diretto dal boss Pietro Aglieri. Il ruolo di Graviano (in quel momento latitante e poi arrestato il 27 gennaio 1994 a Milano) e dei suoi affiliati nella strage di via D’Amelio, peraltro, crea un filo che lega, attraverso taluni degli esecutori materiali (tra cui Spatuzza) appartenenti al mandamento di Brancaccio, con le stragi eseguite da Cosa Nostra nel 1993 in continente. Nella descrizione dei fatti offerta da Spatuzza, nel corso del biennio, i fratelli Graviano allacciarono contatti con Marcello Dell’Utri e, attraverso di lui, con Silvio Berlusconi. Rimane una valutazione da approfondire in sede di Commissione Parlamentare Antimafia sul peso che le stragi del 92/93 hanno avuto sull'avvio della cosiddetta seconda Repubblica.
Fra gli aspetti rimasti oscuri in relazione alla strage di via D’Amelio, uno è destinato a destare nell’intero paese, fino a quando non venisse finalmente illuminato dalla verità, enorme e insopprimibile angoscia. Si tratta della scomparsa dell’agenda rossa utilizzata da Paolo Borsellino per annotare le proprie più riservate riflessioni e più delicate intuizioni, soprattutto a partire dall’uccisione del suo fraterno amico Giovanni Falcone, sulla cui morte egli aveva pubblicamente dichiarato (il 25 giugno 1992) di possedere elementi utili all’accertamento della verità che avrebbe desiderato riferire ai magistrati competenti quando fosse stato convocato in veste di testimone.  Probabilmente anche quegli elementi furono annotati da Paolo Borsellino nella sua agenda rossa, che, per univoca testimonianza di tutte le persone a lui più vicine, teneva sempre con sé. Anche mentre si dirigeva in via D’Amelio nel pomeriggio del 19 luglio 1992 quell’agenda rossa era custodita nella borsa professionale che il magistrato palermitano aveva con sé. Tale circostanza è stata incontrovertibilmente attestata dalla testimonianza dei familiari del magistrato ucciso, a partire dalla moglie.
Per lunghi anni di quell’agenda rossa investigatori e magistrati non seppero nulla. Sull’auto blindata dalla quale Borsellino era sceso pochi secondi prima della deflagrazione mortale fu rinvenuta la sua borsa professionale. All’interno, secondo quanto risultante da un verbale di sequestro effettuato tuttavia solo mesi dopo con inspiegabile ritardo, non venne rinvenuta l’agenda. Soltanto nel 2005 vennero reperite dall’autorità giudiziaria alcune fotografie e poi un filmato che riproducevano l’immagine di un uomo in borghese che teneva in mano la borsa del magistrato e che si allontanava dall’automobile di Borsellino con passo non affrettato, quando ancora le fiamme scaturite dalla tremenda esplosione non erano ancora state spente.
Ne è derivato un processo a carico dell’uomo, l’ufficiale dei carabinieri Giovanni Arcangioli, al tempo in servizio presso il Reparto operativo dei carabinieri di Palermo. Il processo, con l’imputazione di furto aggravato, si è concluso con la sentenza di non luogo a procedere emessa l’1 aprile 2008 dal G.u.p. presso il Tribunale di Caltanissetta, poi confermata dalla Corte di cassazione, che ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta il 17 febbraio 2009.
Tuttavia, al di là dell’esito di quel procedimento penale, non possono essere trascurate le difficoltà che i magistrati hanno avuto nel tentativo di accertare le modalità con le quali la borsa di Paolo Borsellino sia stata estratta dall’auto blindata, il luogo esatto in cui l’allora capitano Arcangioli si sia recato con la borsa in mano e le modalità con cui la borsa sia stata nuovamente riposizionata sulla stessa auto, dove venne rinvenuta in un secondo momento. Al riguardo vanno rilevate le sibilline dichiarazioni  rese dallo stesso Arcangioli, che sostenne di aver raggiunto con la borsa in mano la vicina via Autonomia siciliana, laddove avrebbe appreso (come e da chi? e com’era possibile solo pochi minuti dopo la strage?) che le indagini sulla strage erano state affidate al R.o.s..
Sempre al riguardo di Paolo Borsellino merita una sintetica citazione un episodio avvenuto l’1 luglio 1992. Quel giorno al Viminale si insediava il nuovo ministro dell’interno on. Nicola Mancino, subentrato al precedente ministro Vincenzo Scotti in occasione della costituzione del nuovo governo, presieduto dall’on. Giuliano Amato. La sostituzione di Scotti con Mancino è rimasta ingabbiata in spiegazioni che è impossibile raccogliere come convincenti. Il ministro Scotti, in comunione d’intenti con il ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli, si era reso protagonista di una linea rigorosa di contrasto alla criminalità organizzata. Per questo Scotti si era attirato significative avversità anche all’interno del proprio partito. Quelle avversità esplosero con l’emanazione del decreto legge n. 306 dell’8 giugno 1992, con l’importantissima introduzione del carcere duro per i detenuti mafiosi (art. 41 bis comma 2 dell’ordinamento penitenziario), sul quale notevoli perplessità furono manifestate sia in molti ambienti parlamentari, non sempre per genuine e legittime posizioni garantiste, sia dallo stesso Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. E per questo la sua sostituzione con l’on. Nicola Mancino, esponente della stessa corrente della sinistra DC nella quale militava l’on. Mannino, sembra il primo segnale che viene dato dell’inversione di rotta rispetto alla linea ferma Scotti-Martelli concretatasi fino all’adozione di quel decreto legge. Fatto è che l’1 luglio 1992 Paolo Borsellino si trovava a Roma intento a interrogare per la prima volta un importantissimo collaboratore di giustizia, Gaspare Mutolo. Prima dell’avvio dell’interrogatorio, Mutolo aveva riferito informalmente al magistrato che, al termine delle sue dichiarazioni sugli appartenenti a Cosa Nostra operanti in stato di libertà, avrebbe dovuto verbalizzare quanto a sua conoscenza in ordine alle collusioni con Cosa Nostra di due esponenti istituzionali: il dr. Domenico Signorino, magistrato palermitano, e il dr. Bruno Contrada. Mentre l’interrogatorio era in corso Paolo Borsellino ricevette una telefonata con l’invito a recarsi al Viminale dove si era appena insediato l’on. Mancino. Ivi giunto, oltre ad aver incontrato il nuovo ministro (sul punto Nicola Mancino ha reso varie e differenziate e per nulla convincenti dichiarazioni, arrivando ad affermare di non conoscere il volto di Paolo Borsellino, in quella data sicuramente uno degli uomini più noti all’intero paese, la cui immagine compariva, dopo la strage di Capaci, in continuazione in televisione e sui giornali come il magistrato in assoluto più esposto contro la mafia), Borsellino si era imbattuto anche nel capo della Polizia dr. Parisi e nello stesso dr. Contrada. L’incontro impressionò enormemente il magistrato. La Commissione Parlamentare Antimafia è chiamata a verificare tutta una serie di responsabilità istituzionali e politiche che hanno consentito il passaggio da una fase di lotta alla mafia, inspirata dagli indirizzi di Falcone, ad una fase priva di strategia progettuale e compromissoria a partire da cedimenti registrati sul 41 bis.

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Nel 1992 si sviluppò un altro contatto fra un importante esponente di Cosa Nostra, responsabile della strage di Capaci, e un soggetto esterno all’organizzazione mafiosa, Paolo Bellini. Quest’ultimo, soggetto con pregressi legami nell’estrema destra, negli apparati d’indagine e di sicurezza e con organizzazioni criminali (confessò in anni successivi la commissione di omicidi nell’interesse di organizzazioni ‘ndranghetistiche insediate in Emilia Romagna), a sua volta nello stesso periodo in cui coltivò i suoi rapporti con il mafioso Gioé, intrattenne un’interlocuzione con un maresciallo dei carabinieri, in servizio presso il Nucleo tutela patrimonio artistico, al quale riferì la possibilità di infiltrarsi in cosa Nostra. È certo che il discorso fra Bellini, presentatosi al mafioso come soggetto che godeva di coperture istituzionali, e Gioé fu impostato intorno a due argomenti: da un lato, la possibilità che Cosa Nostra consentisse il recupero di opere d’arte trafugate e, dall’altro lato, la possibilità di ottenere benefici penitenziari per alcuni importanti esponenti di Cosa Nostra (fra i quali Pippo Calò, Bernardo Brusca e Luciano Liggio). Gli aspetti più significativi di questa interlocuzione, tuttavia, sono altri due: il primo è che fu proprio nel corso dei dialoghi fra Bellini e Gioè che emerse l’ipotesi di attentati alle opere d’arte e ai beni architettonici (nella specie, la torre di Pisa) come arma utile per Cosa Nostra al fine di mettere sotto scacco lo Stato e costringerlo ad accogliere le richieste provenienti dalla mafia; il secondo è che il maresciallo Tempesta, mentre conduceva i rapporti con Bellini, manteneva al corrente dello sviluppo di tale trattativa l’allora colonnello Mario Mori, rispetto al quale, pure, il maresciallo Tempesta non aveva alcun vincolo di sottoposizione gerarchica.
Alcune osservazioni si impongono. Anche nel caso della prolungata relazione fra Tempesta, Bellini e Gioè, della quale fu spettatore interessato Giovanni Brusca, è appropriato parlare di trattativa fra esponenti delle istituzioni e esponenti di Cosa Nostra, intermediate da un soggetto border line come Bellini. È ovvio rilevare che questa trattativa ha coinvolto soggetti di rilievo inferiore rispetto a quella avviata dal R.o.s. con i vertici di Cosa Nostra. Tuttavia, desta insopprimibili perplessità il coinvolgimento anche in questa trattativa, questa volta con funzioni di conoscenza e di supervisione, dell’allora colonnello Mario Mori.
Non può, poi, non essere sottolineato che fu proprio in occasione della trattativa coinvolgente Gioè, Bellini e il maresciallo Tempesta che nel convincimento dell’organizzazione Cosa Nostra fece ingresso l’ipotesi dell’attentato ai beni architettonici e alle opere d’arte come strumento per ottenere l’esaudimento delle proprie richieste da parte dello Stato, con particolare riferimento al tema dei benefici penitenziari per i mafiosi. Un lavoro di inchiesta la Commissione Parlamentare Antimafia qualora si utilizzassero i suoi pieni poteri non solo acquisendo documenti in possesso dei Servizi Segreti italiani, ma procedendo con atti più forti e ablativi al controllo diretto della documentazione contenuta negli archivi dei Servizi e degli appartati di Polizia

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Nella notte successiva alla strage di via D’Amelio i più importanti esponenti di Cosa Nostra in quel momento detenuti vennero sottoposti, con trasferimenti in blocco, al rigore detentivo di cui all’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario, così come modificato con il decreto legislativo n. 306 dell’8 giugno 1992, convertito in legge solo dopo la strage di via D’Amelio, il 7 agosto 1992. Da quel momento, fra i desiderata degli uomini di Cosa Nostra al riguardo di modifiche legislative o abrogazione di strumenti repressivi, la cancellazione dell’istituto di cui all’art. 41 bis fu sicuramente quello più rilevante, ancor più cogente delle misure relative al sequestro dei beni dei mafiosi.
Come si vedrà, è certo che nelle fasi della trattativa riferibili all’estate del 1993 l’abrogazione del carcere duro per i mafiosi divenne un elemento affatto centrale.

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Per intanto, occorre rilevare come nel novembre 1992 nel pieno centro di Firenze, al Giardino di Boboli, fu ritrovato, sotto la statua di un magistrato dell’antica Roma (Cautius), un proiettile d’artiglieria. Quel proiettile era stato lì posizionato dal mafioso catanese Santo Mazzei, uomo d’onore molto vicino a mafiosi della provincia di Palermo come lo stesso Antonino Gioè e Giovanni Brusca. Una volta riposto il proiettile e allontanatosi dai luoghi, Santo Mazzei, che aveva operato su incarico di massima conferitogli da Giovanni Brusca, aveva telefonato a una redazione giornalistica rivendicando l’episodio a nome della Falange Armata. L’eloquio particolarmente rozzo di Mazzei (detto “u carcagnusu”) impedì la comprensione a chi ricevette il messaggio telefonico. Soltanto per questo motivo il proiettile non venne trovato nell’immediatezza ma solo in momento successivo e occasionalmente.
Tuttavia, è di enorme significato che in quel momento Cosa Nostra, al fine di creare allarme sociale e incutere terrore, abbia in almeno un’occasione effettuato la rivendicazione di una propria azione a nome della Falange Armata, locuzione indicante un’organizzazione dai tratti eversivi e che era stata utilizzata per analoghe rivendicazioni in occasione di numerosissimi episodi delittuosi, a partire dall’assassinio dell’educatore penitenziario Umberto Mormile e dei delitti commessi dalla cosiddetta “banda della Uno bianca”. Come si vede, ritorna il tema carcerario. La scelta di procedere a rivendicazioni coincide con l’atteggiamento che in quel periodo guidò le scelte stragiste di Cosa Nostra, la scelta cioè di colpire sanguinosamente lo Stato per farlo scendere a patti: la scelta della trattativa. Occorre aggiungere che da plurime rivelazioni raccolte dall’autorità giudiziaria si può dire accertato che la scelta di rivendicare i propri attentati a nome della Falange Armata deve essere attribuita ai vertici di Cosa Nostra e fu nota soprattutto ai collaboratori di giustizia dell’area catanese, dalla quale per l’appunto proveniva Mazzei.
L’episodio del proiettile al giardino di Boboli di Firenze può essere ritenuto con chiarezza sia l’anello di congiunzione (in senso temporale) fra le stragi del 1992 e quelle del 1993, (in senso geografico) fra le stragi commesse in Sicilia e quelle commesse in continente a Firenze, Roma e Milano, (nel senso degli obiettivi) fra le stragi che avevano avuto come bersaglio i magistrati Falcone e Borsellino e quelle  orientate contro beni storici, artistici o architettonici e, infine, (nel senso degli scopi che muovevano Cosa Nostra) fra le stragi con le quali si abbattevano alcuni uomini simbolo della lotta alla mafia e le stragi compiute al fine di ottenere la revoca del 41 bis.
Insomma, può dirsi che il rinvenimento del proiettile al Giardino di Boboli di Firenze costituisca il passaggio da una fase all’altra della trattativa Stato-mafia.

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Va sottolineato che, intanto, fra i detenuti italiani era entrato anche il boss Salvatore Riina, arrestato il 15 gennaio 1993 proprio dagli uomini del R.o.s., cioè lo stesso organismo che aveva trattato con il mafioso provenzaniano Vito Ciancimino. L’arresto di Riina fu accompagnato dalla gravissima omissione relativa alla mancata perquisizione del covo di Riina, episodio dal quale scaturì, a distanza di anni, un processo a carico del colonnello Mario Mori e dal capitano Sergio De Caprio, poi conclusosi con l’assoluzione degli imputati con la formula “perché il fatto non costituisce reato”. Va comunque fatto notare, la singolare coincidenza, che la più pericolosa organizzazione criminale italiana ed internazionale si reca, come se niente fosse, nel covo di Riina per ripulirlo del tutto, soprattutto dei possibili documenti sul presupposto che non ci fosse un controllo delle forze dell'ordine. Così pure un reparto specializzato dei Carabinieri, ritenuto una delle migliori realtà investigative, dimentica di procedere ad un controllo di quello che era considerato il covo della guida di Cosa Nostra.

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Nel marzo 1993 una lettera anonima, apparentemente scritta da familiari di detenuti ristretti in regime di carcere duro, fu inviata a numerosi destinatari, fra i quali il Presidente della Repubblica e (per conoscenza) il Papa, il Vescovo di Firenze e il giornalista Maurizio Costanzo, contenente dure recriminazioni contro lo Stato e minacce al Capo dello Stato per l’asprezza nell’applicazione del 41 bis e soprattutto contenente la richiesta di allontanare dalla direzione del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria il dr. Nicolò Amato.
Letta con il senno di poi, alla luce degli attentati che colpirono il giornalista Costanzo (il 14 maggio 1993 a Roma), la città di Firenze e gli edifici religiosi di Roma, può dirsi che non è stata un fuor d’opera la definizione di “victim’s list”.
Il 6 marzo 1993 il dr. Nicolò Amato inviò ai ministeri dell’interno e della giustizia con la quale, fra l’altro, il direttore del D.a.p. scrive esplicitamente della revoca del carcere duro e riferì le perplessità del capo della Polizia dr. Vincenzo Parisi sul 41 bis e le sollecitazioni del ministero dell’interno per la revoca dei decreti 41 bis nelle sezioni dei penitenziari di Poggioreale e Secondigliano.
È certo che con l’inoltrarsi del 1993 sul 41 bis aumentarono i fastidi di Cosa Nostra e contemporaneamente si determinarono le premesse per i sommovimenti nella struttura del D.a.p..
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Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993 un’autobomba esplose a Firenze in via dei Georgofili, innanzi alla Torre dei Pulci. A occuparsi dell’esecuzione della strage, che provocò cinque vittime inermi (fra le quali due bambine) e immani danni al patrimonio artistico e architettonico, furono uomini d’onore dell’area di Brancaccio e della provincia di Trapani, sotto la guida dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e del boss Matteo Messina Denaro.
Il 14 maggio 1993, intanto, era stato posto in essere un attentato alla vita di Maurizio Costanzo, mediante l’esplosione di un’autobomba.

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Il 5 giugno 1993 furono di fatto estromessi dalla guida del D.a.p. il direttore dr. Nicolò Amato ed il vicedirettore dr. Edoardo Fazzioli. La determinazione venne assunta in modo improvviso e, come inequivocabilmente accertato in sede giudiziaria, con il fattivo coinvolgimento del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Al posto di Amato venne nominato dal ministro di grazia e giustizia prof. Giovanni Conso alla guida del D.a.p. il dr. Adalberto Capriotti, Procuratore generale a Trento, la cui principale caratteristica, come pacificamente acclarato, era la mitezza d’animo.
Per il ruolo di vicedirettore del D.a.p. fu individuato il dr. Francesco Di Maggio, già sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, poi in servizio presso l’Alto commissariato antimafia e infine, fino a quel momento, rappresentante del governo italiano presso l’Agenzia antidroga dell’Onu a Vienna. Le modalità della nomina del dr. Di Maggio a vicedirettore del D.a.p. destano enorme sconcerto. L’individuazione del dr. Di Maggio avvenne con l’intervento determinante del Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro (che coinvolse anche monsignor Curioni e monsignor Fabbri (ispettore e viceispettore generale dei cappellani), seppure è banale sottolineare come ciò esorbitasse dalle attribuzioni del Presidente della Repubblica. È altrettanto certo che alla individuazione del dr. Di Maggio fu sostanzialmente estraneo il ministro pro tempore prof. Giovanni Conso. Per quanto dichiarato ai pubblici ministeri di Palermo al riguardo il prof. Conso è oggi indagato per il reato di false dichiarazioni al pm. L’allora ministro, sentito quale testimone nel procedimento relativo alla trattativa Stato-mafia, infatti, dichiarò di non aver mai conosciuto fino a quel momento il dr. Francesco Di Maggio ma di averlo apprezzato in occasione delle partecipazioni del magistrato alla trasmissione televisiva Maurizio Costanzo Show. È altrettanto certo che il dr. Francesco Di Maggio era persona legata da antichi rapporti fiduciari al capo della Polizia dr. Parisi, a esponenti dei servizi segreti e ai vertici del R.o.s..
Sennonché, il dr. Francesco Di Maggio, a cagione della sua scarsa anzianità di servizio, era al tempo magistrato di tribunale. Per l’assunzione del ruolo di vicedirettore generale del D.a.p. era presupposto necessario il rango di magistrato di cassazione. Fu per questo che per consentire la nomina del dr. Di Maggio fu emesso un decreto del Presidente della Repubblica, in data 23 giugno 1993, con il quale, in esito a una formale deliberazione del Consiglio dei ministri, gli venne attribuita, ad personam, la qualifica di dirigente generale della pubblica amministrazione.
È stato univocamente accertato in sede giudiziaria che il vero dominus del D.a.p. nel periodo di suo servizio presso quell’organismo fu proprio il dr. Di Maggio. A capo dell’ufficio detenuti del D.a.p., competente sul 41 bis, fu, sotto la guida del dr. Di Maggio, il dr. Filippo Bucalo, magistrato nato a Barcellona Pozzo di Gotto, cittadina della provincia di Messina nella quale il dr. Di Maggio (i cui genitori provenivano entrambi da Torretta, paesino a ovest di Palermo) aveva vissuto a lungo durante l’infanzia e l’adolescenza.
Il 26 giugno del 1993 per la prima volta il D.a.p. elaborò una nota con la quale fu prevista una riduzione dei provvedimenti applicativi del 41 bis, in relazione alle già cadenzate scadenze degli oltre 300 decreti emessi nel novembre 1992. Quel documento appare anche nel suo testo come un “segnale di distensione” a Cosa Nostra. Tuttavia, per tutta l’estate del 1993 non furono emessi provvedimenti di revoca di decreti 41 bis né decaddero analoghi provvedimenti alla data di naturale scadenza.
Nell’agenda del colonnello Mario Mori, alla data del 27 luglio 1993 si rileva l’annotazione di un incontro con il dr. Francesco Di Maggio concordato “per prob. detenuti mafiosi”, quindi pacificamente concernente il tema dell’applicazione del 41 bis. Nella stessa agenda, alla pagina del 22 ottobre 1993, è annotato un analogo incontro fra il colonnello Mario Mori, il colonnello Giampaolo Ganzer, altro ufficiale in forza al R.o.s., e lo stesso dr. Di Maggio.

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Nel frattempo, nella notte fra il 27 e il 28 luglio 1993 autobombe esplosero in via Palestro a Milano (provocando cinque vittime) e davanti alla cattedrale di San Giovanni in Laterano e alla chiesa di San Giorgio al Velabro a Roma. Anche dell’esecuzione di queste stragi si occuparono le stesse frange di Cosa Nostra che già avevano agito ai danni di Maurizio Costanzo e in via dei Georgofili a Firenze. Come avvenuto per il proiettile al Giardino di Boboli, anche questi attentati furono rivendicati da Cosa Nostra attraverso due comunicazioni anonime inviate a due quotidiani di rilievo nazionale (il Corriere della Sera, di Milano, e il Messaggero, di Roma, città colpite dalle stragi)
La strategia stragista di Cosa Nostra mirata a ottenere un cedimento dello Stato, a partire dal 41 bis, quindi, ebbe prosecuzione.

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In documenti emanati da organi di investigazione e da organi di intelligence, uno dei quali conosciuto dal ministro Mancino e da questi inoltrato al presidente della Commissione antimafia on. Luciano Violante, si trova traccia esplicita della consapevolezza da parte istituzionale della finalità trattativista delle stragi compiute da Cosa Nostra.

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Nella notte fra il 28 e il 29 luglio del 1993, nel carcere romano di Rebibbia, il mafioso Antonino Gioè si suicidò impiccandosi alle sbarre della finestra con i lacci delle scarpe. In una lettera lasciata da Gioè in punto di morte, egli fece riferimento alla trattativa intrattenuta con Gioè. Sono degni di rilievo i forti sospetti sulla sua morte manifestati dal dr. Loris D’Ambrosio, come risultanti agli atti del processo palermitano a carico di Bagarella e altri.

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Da risultanze documentali del processo in corso a Palermo a carico di Bagarella e altri per la trattativa Stato-mafia risulta che fra il 25 agosto e il 3 settembre 1993 il capo dell’ufficio detenuti del D.a.p., dr. Filippo Bucalo, soggiornò in un albergo a Taormina e in tale occasione ebbe costante frequentazione con il capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto Rosario Pio Cattafi, il quale, secondo le risultanze investigative del Gico della Guardia di Finanza di Firenze era legato al dr. Di Maggio fin dalla comune adolescenza a Barcellona Pozzo di Gotto. Negli anni Ottanta, Cattafi era stato sottoposto a indagini e perfino arrestato a Milano. I procedimenti a suo carico erano stati trattati dal sostituto procuratore della Repubblica dr. Di Maggio e si erano conclusi positivamente per Cattafi. Quei contatti documentati dal Gico di Firenze comprovano addirittura i rapporti diretti fra un importante esponente di Cosa Nostra e i vertici del D.a.p..

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Nello stesso periodo si intensificò una trama di messaggi intimidatori divulgati mediante telefonate rivendicate alla Falange Armata ai danni di varie personalità pubbliche, fra le quali rileva principalmente il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
Le indagini su tali accadimenti, intensificatesi in conseguenza dell’ennesima minaccia telefonica nel cui testo erano state ripetute testualmente parole pronunciate dal Capo dello Stato durante una visita ufficiale in Finlandia e coinvolgenti le figlia (parole che non avevano avuto alcuna divulgazione dagli organi di informazione), individuarono un’utenza telefonica fissa dalla quale erano partiti messaggi intimidatori. L’utenza risultò in uso all’educatore penitenziario Carmelo Scalone, pure in passato sottoposto a misure di tutela a causa dell’inserimento del suo nome fra gli obiettivi della Falange Armata. Il 25 ottobre 1993 Carmelo Scalone venne sottoposto a misura cautelare, dopo l’intercettazione di telefonate della Falange Armata effettuate dall’utenza telefonica a lui in uso a Taormina. Nel successivo processo Scalone venne condannato dalla Corte di assise di Roma ma venne successivamente assolto nel giudizio d’appello.
Si impone qui la segnalazione di un accadimento notissimo. Nella sera del 3 novembre 1993, il Presidente Scalfaro, facendo riferimento alle propalazioni infamanti divulgate ai suoi danni da esponenti del Sisde sottoposti a misura cautelare per la gestione dei fondi dell’organismo, in un discorso trasmesso a reti unificate, collegò le stragi mafiose alla campagna di calunnie intrapresa ai suoi danni.

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Il 31 ottobre 1993 giungevano a scadenza oltre trecento decreti 41 bis emessi un anno prima. In relazione alla loro proroga solo nell’imminenza della scadenza il D.a.p. chiese un parere alla Procura della Repubblica di Palermo. Quell’ufficio giudiziario, con nota a firma dei procuratori aggiunti Aliquò e Croce, pur nella ristrettezza dei tempi, riuscì a trasmettere al D.a.p. una nota con cui si segnalava la somma inopportunità della mancata proroga. Ciò nonostante, quei decreti non furono prorogati. Fra i beneficiari della mancata proroga vanno sottolineati nomi di importanti mafiosi come Gaetano Fidanzati e Luigi Miano, l’uno palermitano e l’altro catanese ma entrambi insediati ai vertici delle articolazioni impiantate da Cosa Nostra a Milano.
Certo è che Cosa Nostra otteneva un, sia pur limitato, accoglimento delle proprie richieste. Ne deve essere derivato anche un rafforzamento della propria componente più incline alla trattativa con lo Stato, quella guidata da Bernardo Provenzano, che di lì a poco vedrà anche arrestati tutti i capimafia non in linea con la sua posizione.

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Ricevuto dallo Stato quel segnale di cedimento sul 41 bis è certo che la strategia stragista di Cosa Nostra cessò. Invero, alla luce delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, nel gennaio 1994 Cosa Nostra tentò un ulteriore gravissimo attentato ai danni di militari dell’Arma dei carabinieri nei pressi dello stadio Olimpico di Roma. Sulla mancata riuscita e sulla mancata reiterazione del tentativo stragista, tuttavia, allo stato l’autorità giudiziaria non è pervenuta a conclusioni univoche.

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Nell’autunno 1993 alcuni esponenti di Cosa Nostra diedero vita a un movimento politico, denominato Sicilia Libera. Lo sviluppo di tale movimento fu in breve tempo interrotto. Cosa Nostra, stavolta sotto la direzione del capomafia Bernardo Provenzano, decise di appoggiare alle elezioni politiche del 27 e 28 marzo 1994 il partito Forza Italia.

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Trattando dei temi della presente nota, appare un dovere morale ineludibile la citazione degli sforzi investigativi compiuti dal magistrato fiorentino dr. Gabriele Chelazzi. Egli è stato sicuramente il più lucido analista della strategia stragista e trattativista di Cosa Nostra nel biennio 1992-94. Proprio nel momento di concreto raggiungimento dei risultati delle sue indagini, ormai mirate in modo netto sull’anomalo atteggiamento del D.a.p. in materia di 41 bis nell’anno 1993, egli nella mattina del 17 aprile 1993 venne trovato morto a seguito di apparente arresto cardiaco. Sul suo cadavere non venne mai espletato l’esame autoptico. Di certo, comunque, la sua morte, avvenuta in un tremendo clima di isolamento nel quale il dr. Chelazzi, come risultante da un’angosciante lettera vergata poche ore prima di morire, si era trovato ad operare, anche all’interno del proprio ufficio.

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In esito a quanto sopra rassegnato possono trarsi alcune conclusioni.
La prima è che negli anni 1992-93 fra esponenti dello Stato, a livelli non certo marginali, e Cosa Nostra intervenne un dialogo avente ad oggetto l’abbandono della strategia stragista di Cosa Nostra in cambio di un abbandono da parte delle istituzioni del rigore mostrato negli anni 1991 e 1992.
Di questo dialogo, propriamente qualificato dalla Corte di assise di Firenze come trattativa, ebbero contezza i più alti vertici istituzionali, dai quali mai venne alcun intervento di ostacolo a quel dialogo.
Le stragi del ‘92 le possiamo considerare come il canale intorno a cui si chiuse il rapporto mafia-politica della prima repubblica. Sulla trattativa-trattative è possibile ipotizzare entrarono in scena più soggetti e si svilupparono in più fasi. Non solo Cosa Nostra ma anche apparati dello Stato e soggetti politico-istituzionali di primo piano. Compito della Commissione Parlamentare Antimafia è quello di approfondire il sistema strutturale delle collusioni che caratterizzò quegli anni. Va anche valutata quanto pesò allora l'idea che Cosa Nostra fosse "il male minore" con cui fare i conti pur di salvare il sistema politico che allora andava in frantumi. Una storia antica e rovinosa quella di considerare la mafia non un minaccia di primo piano contro cui investire tutte le energie dello Stato e della politica. Avvenne così durante lo sbarco delle forze alleate in Sicilia per liberare il nostro Paese dal dominio nazi-fascita. Anche allora si pensò che Cosa Nostra potesse essere considerata un possibile alleato con cui trattare e concordare un controllo del territorio in grado di stabilizzare un assetto istituzionale e politico. Cosa Nostra è invece una minaccia fondamentale con cui non si può scendere a patti, pena l'inclinarsi delle fondamenta della nostra democrazie e della genuina volontà di cambiamento che si vuole favorire.
Stessa riflessione va sviluppata intorno alle stragi del '93 su cui la Commissione Parlamentare Antimafia doveva approfondire di più avendo il coraggio di audire anche collaboratori e responsabili istituzionali di primo piano che si sono alternati alla guida della nuova fase della nostra democrazia. Non è azzardato affermare che con le stragi del '93 Cosa Nostra, a suo modo, partecipò alla nascita della cosiddetta seconda Repubblica al punto tale da impedire l'affondo finale contro di essa anche quando si raggiunsero risultati ragguardevoli nella cattura dei latitanti e nell'aggressione della parte soprattutto immobiliare dei patrimoni mafiosi. Siamo lontani dal considerare le mafie una minaccia di primo piano su cui chiamare a raccolta le migliori energie presenti nelle Istituzioni e nella società. Siamo lontani dall'organizzare un'antimafia progettuale e sistemica in grado di colpire le organizzazioni mafiose su tutti i loro versanti oltre quello militare: finanziario-economico, locale-internazionale, politico-istituzionale.

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La maturità (o, per converso, l’immaturità) della nostra democrazia è segnata dalla capacità dello Stato di saper fare verità sugli eventi che hanno caratterizzato la fine della cosiddetta prima Repubblica e la nascita della seconda. Tanto più ciò vale oggi, allorché quella fase della vita repubblicana sta giungendo al termine. Anche l’eventuale terza Repubblica che dovesse derivare dal nuovo appuntamento elettorale avrà un vizio genetico se la classe dirigente, come purtroppo avvenuto fino ai più alti vertici istituzionali, continuerà a dimostrarsi incapace o, peggio ancora, dolosamente omissiva nell’accertare ogni piega della stagione più sanguinosa della vita repubblicana.



Giuseppe Lumia (15 gennaio 2013)






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