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Ass. Georgofili: 'La trattativa Stato-mafia è sconfinata con la camorra' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giovanna Maggiani Chelli   
Martedì 05 Febbraio 2013 18:05
di Giovanna Maggiani Chelli - 5 febbraio 2013
Il “do ut des”  Stato-mafia non è stato tipico e tangibile  solo del 1993 legato al massacro di via dei Georgofili da parte di  “cosa nostra”, ma è sconfinato come tentativo anche con la camorra.
Il pentito Dario De Simone, uomo di spicco dei Casalesi oggi collaboratore di giustizia, ci ha illuminati ieri a Santa Maria Capua a Vetere, come una trattativa, una specie di papello come quello dei siciliani che verteva ad abolire il 41 bis, l’ergastolo e introdurre la dissociazione  sulla pelle dei nostri parenti,  fosse in atto quale tentativo, anche fra i camorristi più noti e come per referente avessero l’allora ministro della giustizia.
Gli anni 90 con le stragi del 1993,  sono stati una maledizione per il Paese tutto, ma per noi sono stati davvero quanto di peggio si possa sopportare visto che ancora oggi ci viene negata la giustizia a cui abbiamo diritto.
Da troppo tempo ormai chiediamo un processo per concorso in strage per uomini dello Stato e politici, che hanno trattato con la mafia, per capire a quale livello fossero coinvolti: se per fermare davvero le stragi o per salvaguardare una oscura ragion di stato forse movente stesso delle stragi.

Giovanna Maggiani Chelli

Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili


 

“Lo Stato trattò con la Camorra per la dissociazione”


“Nello stesso periodo in cui 'Cosa Nostra' aveva aperto una trattativa con lo Stato anche tutti i clan camorristi della Campania, compresi noi Casalesi avevamo instaurato una trattativa per una dissociazione, i cui referenti erano il ministro della giustizia Giovanni Conso ed il vescovo di Acerra don Riboldi”.
A parlare così è il collaboratore di giustizia Dario De Simone nel corso del processo del deputato Pdl Nicola Cosentino. Secondo il pentito vi era un “papello”, come quello che Riina presentò allo Stato durante la trattativa del 1992. Secondo De Simone proprio in quegli anni esponenti di vari clan, tra cui i Casalesi, si erano resi disponibili a dichiarare la propria uscita dall'organizzazione allo scopo di ottenere benefici giudiziari e, in particolare, evitare l'ergastolo.

Una trattativa che non ebbe seguito per la netta opposizione dei magistrati della Dda e dei giudici. “Era una sorta di 'papello' dei clan campani in cui si chiedeva di cancellare gli ergastoli e di non sequestrare i beni riconducibili agli affiliati dei clan. In cambio - ha detto De Simone - le organizzazioni criminali campane si sarebbero arrese. Tanto che facemmo trovare a Salerno nel 1994 un'auto piena di armi. A tenere i contatti con i nostri referenti era il clan Moccia di Afragola, che avevano rapporti molti in alto sia con la politica romana sia con la Chiesa. Secondo quanto mi riferivano il referente era l’allora ministro Conso. Noi dovevamo consegnare le armi, ma in cambio avevamo un alleggerimento sulle leggi, niente ergastoli e niente confische, e intanto continuavamo le cose nostre. Ne parlai anche con Cosentino, di questo. Invece la cosa saltò perché Francesco Schiavone detto Sandokan non accettò: disse che lui, allo Stato, non voleva consegnare neanche un temperino”. E di questa trattativa si sarebbe reso protagonista l'allora vescovo di Acerra Antonio Riboldi che nel 1996 dichiarò di aver interpellato l'ex ministro della Giustizia Conso sull'ipotesi di poter avviare un disegno di legge che favorisse la “dissociazione”. De Simone ha anche lanciato accuse su Cosentino: “Cosentino nel corso di alcuni incontri prima delle elezioni del 1994 disse che con la vittoria di Forza Italia c’era una speranza che si sarebbe potuta modificare la normativa sui collaboratori di giustizia. Lo incontrai tre-quattro volte sia prima che dopo le elezioni regionali del 1995, quando pur non essendo latitante alloggiavo e dormivo in case diverse perché sapevo dell’imminenza del maxi-blitz Spartacus. I nostri incontri, sempre casuali, sono avvenuti la domenica pomeriggio quando io mi recavo a Trentola Ducenta a casa di mio suocero mentre lui si recava dal padre della moglie; le due abitazioni erano confinanti, affacciavano infatti sullo stesso cortile. Nel corso degli incontri mi chiese l’appoggio alle Regionali; così mi impegnai, tramite i miei uomini sul territorio, a farlo eleggere nei comuni di mia competenza, ovvero Aversa, Teverola, Trentola, San Marcellino e Gricignano. Nella sola Trentola ottenne 700 preferenze”. Durante la deposizione non sono mancati i “non ricordo” o le contraddizioni tanto che, rispondendo al pm Milita ha detto che l'ex sottosegretario “era a nostra disposizione”, affermando però durante il controesame dell’avvocato Stefano Montone che “Cosentino non fece promesse per l’appoggio alle elezioni né fece qualcosa per il clan”. Dopo la deposizione di De Simone, è stata la volta di Carmine Schiavone, cugino del boss: “Conosco la famiglia di Nicola Cosentino, una volta lui è venuto sulla mia calcestruzzi per chiedere i voti. Sono a conoscenza, inoltre, di un appalto che l’onorevole ha fatto ottenere a Sebastiano Corvino per la costruzione dell’istituto Ragioneria a Casal di Principe. Presi il calcestruzzo per fornire Corvino poi in parte quel cemento venne usato per edificare la sacrestia della chiesa di San Nicola di don Peppe Diana (ucciso per il suo impegno anticamorra nel marzo del 1994, ndr). Don Peppe portava parecchi voti, gli chiesi di sostenere Nicola Cosentino alle elezioni provinciali del 1991. E fu Cosentino a chiedermelo. A volte parlava contro la camorra, ma parlava anche con me perché io ero un moderato. Lo invitai a non schierarsi troppo, pero’ veniva protetto da noi perché era un mio lontano parente”. “Don Peppino era un sacerdote integro, era impegnato contro i clan, come può dire che accettasse i vostri diktat?” - ha replicato l'avvocato di Cosentino, Agostino De Caro. E Schiavone, sempre con forza ha ribadito: “Che c’entra? Lui era contro i camorristi, difatti si esponeva. Ma io non sono mai stato un camorrista, io ero un uomo d’onore”. Fatto sta che il 19 marzo 1994 don Peppino Diana viene assassinato da tre colpi di pistola sparati, in rapida successione e rara ferocia, al volto. Un delitto commesso in chiesa, poco prima della Messa. Pochi giorni prima era stato a deporre dai giudici antimafia, aveva firmato assieme ad altri sei parroci della forania di Casal di Principe un documento di denuncia della malavita organizzata.

Aaron Pettinari (AntimaDuemila, 5 febbraio 2013)


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