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Beppe Lumia: ‘Nessuno si faccia ingannare dal gioco che sta portando avanti Cattafi’ PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Marco Bertelli   
Sabato 16 Febbraio 2013 19:05
di Marco Bertelli - 16 febbraio 2013
“In questo momento nessuno si deve far ingannare dal gioco che sta portando avanti Cattafi, nessuno si deve illudere perché nelle prossime settimane e nei prossimi mesi bisogna fare di tutto perché questo personaggio non provi a depistare ulteriormente un lavoro prezioso che sino ad adesso è stato fatto e non tenti in nessun modo di conquistarsi uno status che uno Stato democratico non può in modo così banale e facilitato affibbiare ad un personaggio come Cattafi perché diversamente gli daremmo una forza ed un ruolo che possono danneggiare gravemente il già difficile cammino che è stato fatto in questi mesi, soprattutto in quest’ultimo biennio, d’indagine e di lavoro intorno alla trattativa ’92-’93”.

Queste sono le parole pronunciate dall’on. Giuseppe Lumia il nove gennaio 2013 in occasione del ventesimo anniversario dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l’otto gennaio 1993.
Proprio per evitare il rischio che le indagini sulla trattativa Stato-mafia possano essere depistate, vogliamo in queste sede valutare criticamente alcune delle dichiarazioni rilasciate da Rosario Pio Cattafi (nella foto) il 3 dicembre 2012 a Palermo nel processo che vede gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu imputati del reato di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss mafioso Bernardo Provenzano a Mezzojuso (Palermo) nel 1995.


L’ordinanza di custodia cautelare emessa nell’ambito del procedimento penale ‘GOTHA 3’

Rosario Pio Cattafi è attualmente rinchiuso presso il carcere de L’Aquila al regime di detenzione di cui all'art. 41 bis o. p. in seguito ad un provvedimento di custodia cautelare emesso dall’Autorità Giudiziaria di Messina il 24 luglio 2012. Il GIP Massimiliano Micali ha accolto la richiesta di arresto di Cattafi presentata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Messina coordinata dal dott. Guido Lo Forte. Cattafi è stato sottoposto ad indagine per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso in quanto egli, unitamente ad altri individui (sottoposti ad indagine nello stesso procedimento), avrebbe fatto parte, secondo la procura dello Stretto, della ‘famiglia’ del sodalizio criminoso ‘Cosa Nostra’ gravitante su Barcellona Pozzo di Gotto, indicata di seguito come ‘famiglia barcellonese’. In particolare, nell’ordinanza di applicazione di misure cautelari firmata dal GIP Micali si legge che Cattafi ‘manteneva i contatti fra i vertici dell’organizzazione barcellonese (in particolare Giuseppe Gullotti, Eugenio Barresi – deceduto -, Giovanni Rao) ed altri sodalizi mafiosi riconducibili a ‘Cosa Nostra’ siciliana, fra cui la famiglia Santapaola di Catania e ‘Cosa Nostra’ palermitana’. ‘Una sistematica considerazione – prosegue l’ordinanza – delle propalazioni accusatorie rese dal Di Fazio (Umberto, ndr) e dal Bisognano (Carmelo; Di Fazio e Bisognano sono collaboratori di giustizia, ndr), della cui autonomia, come già evidenziato, non può allo stato, dubitarsi, assume, ad opinione di questo decidente, una capacità dirompente ai fini delle valutazioni che in questa sede si impongono. Esse, infatti, convergono nel conferire all’indagato (Cattafi, ndr) la veste di soggetto che, nei primi anni ’90, ha assunto, insieme a Gullotti, il ruolo di trait d’union con i vertici della parimenti agguerrita consorteria mafiosa ‘Santapaola’. E’ il Cattafi, quindi, che in stretta sinergia con l’autorevole sodale (in posizione di piena parità e con identica autorevolezza), si è speso per delineare i termini dell’alleanza criminale con il sodalizio catanese, di un mutuo soccorso, cioè, la cui definizione aveva comportato la necessità di dare corso a ripetuti convegni riservati nella città di Catania e che, avuto riguardo alla sanguinosissima guerra di mafia che all’epoca impegnava il consorzio barcellonese, si era tradotto in una richiesta di collaborazione per la consumazione, all’interno del territorio di ‘competenza’, di fatti di sangue. Orbene, è indubbio che un soggetto che assolva a funzioni di così speciale momento – al quale, cioè, è attribuito il compito di assumere le scelte ed i compiti strategicamente più rilevanti e, di certo, dirimenti per l’operatività di una congrega malavitosa – rivesta, al suo interno, la qualificata funzione di apice. Il giudizio appena formulato si impone con tratti di così eclatante evidenza da non apparire in alcun modo censurabile. Se così è, può quindi sostenersi, seppur nei limiti probabilistici richiesti dal contesto cautelare, che, già nei primi anni ’90, il Cattafi abbia assunto la veste di responsabile e reggente della struttura malavitosa oggetto di disanima nel presente procedimento. Ben può dirsi, con maggiore aderenza alle risultanze processuali, che costui, nel contesto temporale appena indicato, abbia condiviso detta posizione verticistica con Gullotti Giuseppe’.


I PM di Palermo chiedono di sentire Cattafi in aula al processo Mori-Obinu

La richiesta di ascoltare direttamente Cattafi in aula al processo Mori-Obinu è stata presentata il 10 novembre 2012 dal PM Antonino Di Matteo con la necessità di sottoporre in dibattimento all’attenzione del detenuto un album fotografico. La richiesta, nonostante rappresentasse un unicum in quanto i detenuti sottoposti al regime di carcere duro 41 bis partecipano a dibattimento in video-conferenza, è stata accettata dal Presidente del Tribunale Mario Fontana. Il 3 dicembre 2012 Cattafi è intervenuto al dibattimento in corso a Palermo nella veste di testimone assistito, dopo che tale richiesta è stata avanzata dal Pubblico Ministero Di Matteo ed accolta dal Presidente Fontana.
Prima di questo intervento in aula, Cattafi era già stato interrogato tra fine settembre ed inizio ottobre 2012 dai magistrati palermitani nella veste di indagato in procedimento connesso. Se Cattafi fosse intervenuto a dibattimento in quest’ultima veste avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere. Intervenendo, invece, nella veste di testimone, Cattafi ha avuto l’obbligo di rispondere alle domande del pubblico ministero. Secondo la nuova valutazione dell’ufficio del PM, infatti, tra i fatti contestati a Cattafi dalla procura e dal GIP di Messina ed i fatti contestati agli imputati Mori ed Obinu non sarebbe esistita alcuna connessione in senso stretto ex art. 12 c.p.p. bensì un profilo di collegamento probatorio ex art. 371 c.p.p. comma due bis. La nuova interpretazione del PM di Palermo è stata accolta dal presidente Fontana ed è cominciato l’esame del teste Cattafi.

 


Le dichiarazioni in aula di Rosario Cattafi

Cattafi ha dichiarato che la sua conoscenza con Francesco Di Maggio, magistrato originario di Barcellona Pozzo di Gotto, sarebbe risalita all’anno 1984 quando Di Maggio, in servizio presso la Procura della Repubblica di Milano, emise un ordine di cattura nei suoi confronti perché lo riteneva partecipe di un’associazione a delinquere di stampo mafioso riconducibile a Benedetto Santapaola (boss catanese di Cosa Nostra), operante in Milano ed altre città del territorio nazionale ed estero, finalizzata alla commissione di estorsioni, omicidi, corruzioni e detenzioni di armi da guerra. Cattafi, che all’epoca si trovava in Svizzera insieme alla sua convivente, era stato raggiunto, nel maggio 1984, da un’ordinanza cautelare emessa dall’A.G. svizzera, Procura di Bellinzona, per reati in materia di stupefacenti; qui gli era stato notificato l’ordine di cattura emesso dall’Ufficio Istruzione di Milano. Il PM Di Maggio si era recato presso il carcere di Bellinzona e, d’intesa con la autorità elvetiche, aveva sentito Cattafi (in data 30 maggio 1984). Il procedimento milanese si era concluso nell’estate 1986 con richiesta di sentenza di proscioglimento avanzata dal PM Di Maggio ed accolta dal giudice Paolo Arbasino, il quale aveva dichiarato non doversi procedere nei confronti di Cattafi per insufficienza di prove (il Cattafi ricorrerà in seguito contro la sentenza di assoluzione per insufficienza di prove, ma sia la Corte di Appello di Milano che la Cassazione respingeranno il suo ricorso).

Cattafi ha dichiarato che avrebbe incontrato nuovamente Di Maggio nel periodo maggio-giugno 1993 a Messina quando il magistrato barcellonese lo avrebbe convocato in un bar della città dello Stretto. Lì, seduti ad un tavolino all’esterno del bar, Di Maggio avrebbe informato Cattafi di esser stato nominato vice-direttore al DAP e gli avrebbe chiesto di contattare l’avvocato di Salvatore Cuscunà, sua vecchia conoscenza dai tempi di una comune frequentazione dell’autoparco sito in via Salomone a Milano. La richiesta sarebbe stata finalizzata a far sì che l’avvocato di Cuscunà contattasse Di Maggio: obiettivo del contatto sarebbe stato quello di arrivare, mediante Cuscunà, a Benedetto Santapaola al fine di far cessare l’attacco stragista della mafia allo Stato negli anni 1992-93. Da informazioni raccolte da Di Maggio durante il suo impiego presso l’Alto Commissariato Antimafia, Santapaola sarebbe stato ‘quello più malleabile’ con cui parlare per fermare questo attacco allo Stato. Di Maggio avrebbe detto a Cattafi che quest’ultimo avrebbe potuto promettere ‘qualsiasi cosa’ - tipo arresti domiciliari - all’avvocato di Cuscunà per favorire il buon esito dell’iniziativa.
Dopo questa comunicazione, si sarebbero uniti al colloquio fra Di Maggio e Cattafi quattro o cinque carabinieri del ROS giunti sul posto dopo una telefonata con Di Maggio stesso. 
Nel momento in cui il PM Di Matteo ha chiesto a Cattafi i nomi dei convenuti, la risposta del dichiarante è stata la seguente: ‘Ci sono dei momenti che ho l’impressione che sia un nome rispetto ad un altro. Poi, per onestà, forse a causa anche delle mie condizioni, dopo una settimana ho il dubbio. Siccome si tratta di indicare una persona, uno deve avere la certezza prima di fare il nome di qualcuno, non lo può far così a cuor sereno … Io vivo una condizione particolare in questo momento: mi reputo innocente, arrestato ingiustamente …  Non è vero che uno alla galera è abituato … Tutto questo non mi mette nelle condizioni di tranquillità e serenità e poiché io un briciolo di coscienza ce l’ho non mi sento nelle condizioni di riconoscere qualcuno”.

Cattafi ha aggiunto che dopo il suo arresto dell’ottobre ’93, il magistrato Olindo Canali, già uditore di Di Maggio e successivamente in servizio presso la procura di Barcellona Pozzo di Gotto, venne a trovarlo dopo circa una settimana in carcere per interrogarlo nell’ambito di un’indagine su traffici d’armi. In quell’occasione, Canali avrebbe utilizzato il proprio telefonino per chiamare Di Maggio ed avrebbe passato il cellulare direttamente a Cattafi. Cattafi avrebbe avuto altri tre-quattro contatti telefonici con Di Maggio nello studio del direttore Paolino Quattrone del carcere di Sollicciano.

Cattafi nel gennaio ’94 fu poi trasferito nel centro clinico di San Vittore in seguito ad un intervento chirurgico e lì si sarebbe trovato vicino di cella a Salvatore Cuscunà. I due si sarebbero incontrati durante l’ora d’aria: Cuscunà avrebbe ascoltato Cattafi mentre questi si faceva latore del messaggio di Di Maggio da recapitare a Nitto Santapaola. Cattafi avrebbe detto a Cuscunà che, se ci fossero state novità, avrebbe dovuto rivolgersi al direttore del carcere di San Vittore.

Cattafi avrebbe rivisto personalmente Di Maggio durante un colloquio nel carcere di Opera di Milano negli anni ’94-’95. Di Maggio gli disse che presso quel carcere sarebbe arrivato un detenuto per mafia, Ugo Martello: Di Maggio avrebbe chiesto a Cattafi di parlare con Martello prospettandogli il discorso della dissociazione. Cattafi avrebbe detto a Di Maggio che si sarebbe rifiutato di dare seguito alle sue richieste. Di Maggio avrebbe detto a Cattafi che, rispetto alla vicenda Cuscunà, era ‘tutto a posto.’

Cattafi ha poi affermato che, circa un anno fa, avrebbe letto delle indagini in corso sulla trattativa Stato-mafia ed avrebbe voluto recarsi alla procura di Messina per raccontare quanto a sua conoscenza della vicenda Di Maggio. Nel frattempo, però, Cattafi è stato raggiunto dalla misura di custodia cautelare emessa dal GIP Micali ed ha rimandato i suoi propositi di raccontare quanto a sua conoscenza sulla trattativa Stato-mafia, fino al 21 settembre. In quel momento Cattafi avrebbe deciso di raccontare quanto a sua conoscenza: ‘Visto che si dice che io sono un mafioso, io vi dimostro che non è così – ha affermato Cattafi - vi racconto queste cose, ve lo dimostro.’

Cattafi ha poi aggiunto che l’attività investigativa del ROS di Messina nei suoi confronti avrebbe ripreso vigore circa un anno fa quando ‘esce un libro dove c’è una prefazione – ha detto Cattafi - dove si dice che per la trattativa Stato-mafia bisogna domandare a Cattafi con i rapporti con Di Maggio. Appena esce questo libro c’è un’attività mostruosa del ROS di Messina per incastrami, documentale, prima non c’era niente … ‘trattativa Stato-mafia’, è un vostro collega, il dott. Ardita (Sebastiano, ndr) e c’è una prefazione dell’avvocato Repici dove fa riferimento a Cattafi e Di Maggio ...’ ‘Può essere una coincidenza – ha proseguito Cattafi -, io mi trovo accusato sul sentito dire, non mi sembra carino accusare gli altri, però questa coincidenza c’è ... il libro e l’attività del ROS, subito dopo il ROS dei Carabinieri si sono attivati facendo delle cose che io reputo personalmente meschine … Quello che hanno fatto il ROS lo hanno fatto a tavolino - ha concluso Cattafi - questi hanno costruito a tavolino la verità con i riscontri al contrario.’


Commento alle dichiarazioni di Cattafi

Cattafi ha affermato di aver conosciuto il magistrato Francesco Di Maggio nel 1984 e di averlo nuovamente incontrato nel periodo maggio-giugno 1993 a Messina. In quell’occasione, Di Maggio lo avrebbe convocato ad un tavolino all’aperto del locale ‘Doddis’ della città dello stretto ed in quella sede gli avrebbe avanzato la richiesta di contattare l’avvocato di Salvatore Cuscunà affinché questi si mettesse in contatto con lo stesso Di Maggio. Il magistrato avrebbe detto a Cattafi che l’obiettivo del contatto con Cuscunà sarebbe stato quello di arrivare al capomafia Benedetto Santapaola per cercare di fermare le stragi. A questo colloquio, si sarebbero uniti in un secondo momento quattro o cinque carabinieri del ROS, dei quali alcuni in divisa ed altri in abiti civili.
La circostanza del colloquio per parlare della trattativa Stato-mafia ad un tavolino all’aperto di un bar lungo uno dei viali di Messina con la presenza di quattro o cinque ufficiali di cui alcuni in divisa appare quantomeno singolare visto il presunto contenuto del colloquio, ma certamente lo è ancor di più l’affermazione di Cattafi quando questi, interrogato sull’identità dei carabinieri convenuti, associa la possibile identificazione dei partecipanti alla sua attuale condizione di detenuto a regime di carcere 41 bis: “Io vivo una condizione particolare in questo momento: mi reputo innocente, arrestato ingiustamente …  Non è vero che uno alla galera è abituato … Tutto questo non mi mette nelle condizioni di tranquillità e serenità e poiché io un briciolo di coscienza ce l’ho non mi sento nelle condizioni di riconoscere qualcuno”. In pratica, nel momento in cui è stato richiesto a Cattafi di fornire dei riscontri al suo racconto facendo dei riferimenti concreti sull’identità dei partecipanti alla riunione, Cattafi ha messo in relazione la sua possibilità di ricordare i nomi dei convenuti con la sua condizione di detenuto, che non gli consentirebbe di avere la necessaria ‘serenità’ per ricordare senza incertezze.

Cattafi ha poi insinuato l’esistenza di una relazione tra l’attività di polizia giudiziaria svolta nei suoi confronti dal ROS di Messina nell’inchiesta 'GOTHA 3' e la pubblicazione del libro Ricatto allo Stato scritto dall’attuale Procuratore aggiunto di Messina Sebastiano Ardita. Cattafi ha sostenuto che in questo libro vi sarebbe una prefazione, curata dall’avv. Fabio Repici, in cui si suggerirebbe, per saperne di più sulla trattativa Stato-mafia, di ‘andare a chiedere a Cattafi’ per i rapporti con Di Maggio.
Nel libro Ricatto allo Stato non esiste nessuna prefazione curata dall’avv. Repici, il quale ha scritto invece una recensione dello stesso libro pubblicata il 25 settembre 2011 sui siti 19luglio1992 ed Antimafiaduemila. La DDA di Messina, avvalendosi di ufficiali di polizia giudiziaria del ROS di Messina, avvia le sue indagini su Rosario Cattafi nell’ambito del procedimento ‘Gotha 3’ basandosi su quanto dichiarato su Cattafi dal collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, il cui primo verbale di dichiarazioni all’autorità giudiziaria di Messina risale al 25 novembre 2010. Le dichiarazioni del Bisognano sono peraltro diventate di pubblico dominio quando lo stesso è stato escusso in sede dibattimentale del procedimento penale noto come ‘Vivaio’ il 18 luglio 2011. Le dichiarazioni di Bisognano e l’avvio delle indagini della DDA di Messina nei confronti di Cattafi precedono dunque sia la pubblicazione del libro Ricatto allo Stato che la recensione dello stesso curata dall’avv. Repici.
La conferma della assoluta inesistenza di un legame di causa – effetto tra quanto scritto dall’avv. Repici e l'inizio dell’attività investigativa del ROS di Messina emerge inoltre dalle conclusioni del GIP Micali nella sua ordinanza del procedimento 'GOTHA 3': ‘Cattafi ha reagito (alle dichiarazioni di Bisognano nell’udienza del 18 luglio 2011, ndr) presentando un esposto il 25 luglio 2011 dove ha lamentato di essere vittima di un complotto ordito ai suoi danni. Egli rinverrebbe la propria causale nell’atteggiamento oppositivo che egli avrebbe, qualche anno fa, manifestato nei riguardi di un opaco progetto orchestrato, di concerto con taluni esponenti politici, da un avvocato del Foro locale, cui nel passato era stato legato da un rapporto professionale. In particolare, detto avvocato, maturata nei suoi confronti, a cagione di quanto appena evidenziato, un’irrimediabile avversione, avrebbe concertato una subdola campagna giornalistica tendente a descriverlo come personaggio contiguo ad ambienti malavitosi, non avrebbe, poi, esitato a rivolgergli, in occasione di un fortuito convengo avvenuto nei pressi del Tribunale di Barcellona P. G., esplicite quanto gravi minacce e, soprattutto, avrebbe assunto la veste di occulto regista delle composite accuse rivoltegli dal Bisognano.
Quest’ultimo, pertanto, ben lungi dal potersi qualificare come oggetto ispirato da un sincero anelito collaborativo, avrebbe accettato la scriteriata idea di degradare sé stesso a strumento per la realizzazione di un callido progetto calunniatorio, a sua volta di un più composito programma teso a travolgere anche altri autorevoli personaggi delle istituzioni.
Ritiene di contro questo decidente che il positivo giudizio in ordine alla credibilità soggettiva del propalante, già formulato nel corpo dei provvedimenti di rigore emessi nelle date del 6 e 20 giugno 2011, conservi in questa sede piena attualità.
Nessuna delle emergenze acquisite al presente compendio permette, infatti, di travolgere o anche solo di correggere le valutazioni nel passato espresse ed adombrare, in tal modo, l’ipotesi che il Bisognano possa aver strumentalizzato, anche su mandato di terzi, la determinazione collaborativa al fine di attuare opachi propositi vendicativi o ambigui intenti protettivi.
In particolare, priva di verosimiglianza si atteggia, allo stato delle risultanze, la proposta interpretativa offerta dall’indagato.
Che le propalazioni accusatorie mosse dal collaboratore costituiscano, cioè, un momento di un più articolato complotto ispirato da bieche finalità di ordine politico rappresenta, allo stato, mera allegazione rimessa al dato labiale dell’indagato, non priva di conclamati profili di inverosimiglianza e, come tale, persino di carente capacità suggestiva.
A sostegno del giudizio appena formulato non può fare a meno di osservarsi come sia francamente inverosimile che il Cattafi, dopo aver manifestato un deciso rifiuto a collaborare al progetto volto a travolgere l’istituzione politica barcellonese (così la memoria depositata in data 31 ottobre 2011:’lo scrivente decideva di manifestare … la sua assoluta indisponibilità’) ed essere stato, per ciò, destinatario di gravissimi avvertimenti minatori da parte di colui che del detto complotto aveva assunto la veste di primo protagonista (‘lo sai che io come avvocato dei collaboratori ho tanti contatti con questi che dipendono da me … da quel momento … aveva un atteggiamento diffidente nei confronti dell’esponente, rappresentava la sua delusione … con fare minaccioso sottolineava che l’unico sistema che il deducente aveva per non essere tirato in ballo per questioni di mafia era stare con loro’), non abbia mai reputato opportuno denunciare l’accaduto o, quanto meno, adottare le cautele necessarie a precostituirsi una prova a futura memoria, da utilizzare per l’ipotesi in cui le gravissime minacce rivoltegli si fossero poi tradotte in comportamenti concreti.
Da un soggetto che nel passato ha patito un lungo periodo di carcerazione preventiva, che a suo dire è stato ripetutamente destinatario di accuse mendaci rese da soggetti determinatisi alla ‘collaborazione’ con l’autorità giudiziaria, che, per ciò, è stato coinvolto o, comunque, accostato a molte delle vicende giudiziarie più oscure e tragiche della storia italiana, sarebbe stato del tutto logico (recte: ovvio) attendersi una condotta ispirata a canoni di ordinaria prudenza.
Ciò, in particolare, ove si tenga conto del fatto che molteplici, a dire dello stesso Cattafi, sarebbero stati i convegni svolti assieme a colui che avrebbe funto da regista del progetto criminale (‘gli incontri furono diversi e si discusse a lungo e ripetutamente sull’argomento, ma il sottoscritto ribadiva con forza la sua assoluta contrarietà a prestarsi a simili cose. Infine invitava con forza.. a lasciarlo stare e lo rassicurava sul fatto che non avrebbe raccontato a nessuno dei rapporti di amicizia intrattenuti e di quello che aveva appreso’) e plurime, conseguentemente, le occasioni nelle quali potersi attivare per dare corso alle condotte ‘difensive’ sopra delineate’.


Al di là degli attacchi denigratori mossi da Cattafi nei confronti del ROS di Messina e nel suo esposto del luglio 2011 nei confronti dell’avv. Repici, quello che è certo è un episodio molto grave verificatosi in aula a Palermo il 3 dicembre: Cattafi, nonostante il regime del 41-bis al quale è sottoposto, in una pausa dell’udienza è riuscito a dialogare con la propria compagna (di professione avvocato, ma presente in aula non in veste di legale del teste assistito in quanto Rosario Cattafi veniva difeso dall’avvocato Giovanbattista Freni).
Nel corso dell’interrogatorio, infine, nessun album fotografico è stato sottoposto all’attenzione di Rosario Cattafi: è venuta cioè a mancare la ragione per cui l’ufficio del PM aveva richiesto di ascoltare Cattafi in dibattimento nonostante questi fosse sottoposto al regime detentivo definito dall’articolo 41 bis dell’o. p.

Da qui la nostra preoccupazione: l’estrema ambiguità delle dichiarazioni di Cattafi unita al fatto che egli abbia potuto rompere l’isolamento previsto dall’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario. Condividiamo in pieno quanto scritto da Giovanna Maggiani Chelli, Presidente dell’Associazione tra i Familiari delle Vittime della strage di via dei Georgofili: ‘Auspichiamo che Rosario Pio Cattafi dica cose che possano far chiarezza per la strage di Via dei Georgofili, non che in una posizione di favore imbrogli ancora di più le carte’. E ribadiamo l’appello fatto dal sen. Beppe Lumia nel ventesimo anniversario dell’omicidio di Beppe Alfano: ‘Nei prossimi mesi bisogna fare di tutto perché Cattafi non provi a depistare ulteriormente un lavoro prezioso che sino ad adesso è stato fatto e non tenti in nessun modo di conquistarsi uno status che uno Stato democratico non può in modo così banale e facilitato affibbiare ad un personaggio come Cattafi.’
La verifica dell’attendibilità delle dichiarazioni di Rosario Cattafi inerenti alla trattativa Stato-mafia è nelle mani dell’Autorità Giudiziaria di Palermo, nella quale riponiamo la massima fiducia: si tratta di un lavoro complesso e delicato che può giovarsi da quanto già accertato sul conto di Cattafi dall’Autorità Giudiziaria di Messina e da altri organi di polizia giudiziaria in numerose inchieste che hanno già coinvolto lo stesso Cattafi. L’auspicio è che un approccio organico alle dichiarazioni di Cattafi da parte degli inquirenti palermitani possa bloccare sul nascere ogni tentativo di depistaggio dei procedimenti penali toccati dalla trattativa Stato-mafia.
Il difficile cammino verso l'accertamento della verità giudiziaria sulla stagione di sangue degli anni '92-93 non può e non deve essere sviato.

Marco Bertelli




LINK:

La peggio gioventù - Vita nera di Rosario Cattafi (Fabio Repici, 19luglio1992.com, 12 novembre 2012)

Alfano, cronista scomodo all'ombra della trattativa
(Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Il Fatto Quotidiano, 8 gennaio 2013)

Rosario Cattafi al processo Mori, tra segnali obliqui e attacchi mirati
(Lorenzo Baldo, AntimafiaDuemila, 3 dicembre 2012)










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