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Il pm: 'Mario Mori e i suoi ufficiali ubbidirono alla politica criminale' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Sandra Rizza   
Martedì 26 Marzo 2013 22:37
di Sandra Rizza - 26 marzo 2013

Mori e Obinu? “Hanno dialogato con la mafia non
perché collusi, ma obbedendo a indirizzi di politica criminale per contrastare la deriva stragista”. La copertura alla latitanza di Provenzano? “È stata considerata un rimedio per fermare l’attacco allo Stato”. L’esito? “Mori è stato ricompensato, diventando direttore del Sisde”. Dopo 5 anni, 70 udienze e centinaia di interrogatori, il pm Nino Di Matteo ha aperto ieri la sua requisitoria nel processo agli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato, illustrando la relazione tra la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano (individuato nel ’95 a Mezzojuso) e la trattativa Stato-mafia. Affiancato in aula dal procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi, Di Matteo ha esordito dicendo: “Questo è un momento drammatico, in cui lo Stato processa se stesso”. Poi ha parlato per più di quattro ore, ricostruendo la storia dei rapporti tra lo Stato e Cosa nostra: “È una storia – ha detto – nella quale una parte delle istituzioni, per un'inconfessabile ragion di Stato, ha cercato il dialogo con la mafia, nel convincimento che fosse utile a ristabilire l'ordine pubblico”.   
NELLA LETTURA del pm, la mancata cattura di Binnu a Mezzojuso, da parte del Ros di Mori, è proprio una delle più significative ‘cambiali’ che lo Stato ha pagato nel contesto della trattativa: dopo l’arresto del boss stragista Totò Riina, infatti, Mori e Obinu si sarebbero mossi “per favorire la fazione moderata, riconducibile a Provenzano”, e avrebbero ritenuto necessario “il perdurare della sua latitanza” al fine di garantirne “la leadership in Cosa nostra”. Ma non solo. “Qui non si processa il Ros come struttura – ha precisato Di Matteo –, ma una filiera di ufficiali che parte da Mori e che obbedisce alle logiche di un servizio di sicurezza: una filiera che ha finito per assumere contorni di un gruppo parallelo al Ros, e che ha perseguito obiettivi di politica criminale”. Il pm ha fatto anche i nomi dei militari della ‘cordata’ di Mori: “Una squadra di fedelissimi che il generale ha sempre protetto: oltre a Obinu, Ierfone, Damiano, De Caprio, Scibilia, De Donno’’. Ma nella gestione del dialogo con i boss, il Ros non ha agito di propria iniziativa. Di Matteo ha ripetuto in aula che “Mori ha coperto la latitanza di Provenzano anche in ossequio a parallele trattative” e che “il meccanismo è frutto di precise scelte politiche” che poi, di fatto, avrebbero agevolato la carriera del generale: “Mori – ha detto – è stato ricompensato, diventando direttore del servizio segreto civile”.   
DI MATTEO ha infine ricostruito la vicenda delle intercettazioni tra l'ex ministro Nicola Mancino e il consigliere del Quirinale Loris D'Ambrosio, definendo quelle telefonate “uno dei tentativi di inquinamento della prova in questo processo”. Rivolgendosi ai giudici del Tribunale, il pm ha detto: “Mancino ha palesato di non tenere in alcun conto l'autonomia del vostro giudizio, cercando conforto nelle
più alte cariche dello Stato”. Dulcis in fundo, l’accenno alla reticenza dei politici: “Questo è il processo – ha concluso il pm – in cui ministri e militari hanno reso dichiarazioni contraddittorie. A molti è venuta la memoria solo dopo la testimonianza di Massimo Ciancimino”. Si prosegue il 5 aprile.

di Sandra Rizza - 26 marzo 2013 (Il Fatto Quotidiano)

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