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Intervista a Salvatore Borsellino: 'Chiederò di ascoltare le intercettazioni Napolitano-Mancino' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Claudio Forleo   
Sabato 30 Marzo 2013 12:16
di Claudio Forleo - 30 marzo 2013

In qualità di parte civile nel nuovo processo sulla strage di via d'Amelio (le rivelazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza hanno fatto venire a galla il depistaggio delle prime indagini, ndr), che si è aperto la scorsa settimana a Caltanissetta, la sua difesa ha chiesto e ottenuto che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano venisse chiamato a testimoniare.
Abbiamo chiamato il presidente Napolitano perché riteniamo che in quella strage ci siano responsabilità di pezzi dello Stato: dal 1992 ad oggi c'è stata una congiura del silenzio a cui hanno partecipato un gran numero di personaggi delle istituzioni. L'attuale Capo dello Stato è sicuramente un osservatore privilegiato, da presidente della Camera (1992-94, ndr), da ministro dell'Interno (1996-98, ndr) e ora da Presidente della Repubblica.


Il 15 dicembre dal palco di piazza Farnese a Roma, a proposito delle intercettazioni Napolitano/Mancino nell'ambito dell'indagine condotta dalla Procura di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, lei ha dichiarato: "Forse queste intercettazioni contengono giudizi sui magistrati di Palermo, o sui parenti delle vittime che si agitano in cerca della verità. Se non renderà pubbliche quelle intercettazioni rimarrà il sospetto in noi che, anche se penalmente irrilevanti, quelle conversazioni possano portare delle ombre su quello che dovrebbe essere il Presidente di tutti gli italiani...".

I pm che hanno ascoltato quelle intercettazioni dicono che non c'è niente di "penalmente rilevante". Ma per un Presidente della Repubblica è importante che non ci siano cose "eticamente rilevanti". Se parlando con Mancino si criticassero i pm di Palermo, come fanno apertamente altre forze politiche, non sarebbe accettabile per un Capo dello Stato. Quello che è strano, e che lascia pensare, è la veemenza, la fretta con la quale Napolitano ha sollevato questo conflitto istituzionale, che è apparso come un attacco alla Procura di Palermo. E' grave permettere che sulla più alta istituzione della Repubblica resti questo sospetto, ove queste intercettazioni saranno distrutte.
Preannuncio che, come ha fatto Massimo Ciancimino, intendo richiedere di ascoltare quelle intercettazioni. Spiego il perché. Esisterebbero delle telefonate fra Nicola Mancino e Nello Rossi (procuratore aggiunto di Roma, ndr) in cui il primo chiede al magistrato consigli su come portare avanti querela nei miei confronti, per l'accusa che gli ho sempre mosso di voler nascondere l'incontro con Paolo avvenuto il 1° luglio 1992 (in qualità di ministro dell'Interno, ndr).
Ho richiesto queste intercettazioni alla Procura, ma in nessuna di queste telefonate risulta una conversazione sulla mia querela. Ma la notizia è apparsa su alcuni organi di stampa e lo stesso Rossi ne ha parlato davanti al Csm. A questo punto voglio capire da dove sono uscite queste voci e se queste richieste non siano contenute nelle intercettazioni Mancino-Napolitano. Se mi sarà notificata la querela di Mancino, fino a questo momento ho ricevuto solo un avviso di indagine, chiederò anche io di poter ascoltare le intercettazioni Mancino/Napolitano.


Recentemente il Pg della Cassazione ha promosso un'azione disciplinare nei confronti del pm di Palermo Nino Di Matteo, titolare delle indagini sulla trattativa. Viene accusato di aver "ammesso, seppure non espressamente", in un'intervista risalente al giugno 2012, l'esistenza delle intercettazioni  fra Napolitano e Mancino. In questo modo avrebbe "leso il diritto alla riservatezza del Capo dello Stato". Ma l'esistenza delle intercettazioni era già stata svelata alcuni giorni prima da Panorama. Un modo per colpire, una volta di più, chi ha 'toccato i fili'?

L'impressione è nettamente questa. Io ricordo che Antonio Ingroia, quando cercai di dissuaderlo dall'abbandonare il suo ruolo alla Procura di Palermo, mi disse che uno dei suoi obiettivi era quello di allontanare gli attacchi che si concentravano sulla sua persona e allentare la pressione sulla Procura di Palermo. Non è andata così. Andato via Ingroia la Procura di Palermo si è indebolita, perchè era un personaggio carismatico e conosciuto. Gli attacchi nei suoi confronti venivano amplificati dai media e potevano provocare una reazione di parte dell'opinione pubblica, fra le poche rimaste a difendere l'indipendenza della Procura di Palermo.
Di Matteo è una persona della quale ho una profondissima stima: il provvedimento disciplinare contro un procuratore aggiunto significa bloccargli la carriera. Sempre che non si arrivi addirittura ad una richiesta  di trasferimento. Per che cosa? Parlare di un fatto che era già di pubblico dominio, rispondendo ad una domanda che gli è stata posta dal giornalista. Cosa doveva fare, mentire e dichiarare "queste intercettazioni non esistono"? Sulle quattro telefonate la Procura di Palermo si è comportata in maniera impeccabile. E' uno dei pochi casi in Italia in cui si è a conoscenza di un'intercettazione secretata sulla quale non è venuta fuori neanche una riga.


A proposito dello scontro fra Pietro Grasso e Marco Travaglio, lei si è espresso a favore del vicedirettore del Fatto Quotidiano. Qual è la sua considerazione sull'operato di Grasso come magistrato?
Non posso giudicare il magistrato, giudico la persona e lo ritengo un opportunista. E' calzante il paragone che Travaglio ha fatto a Servizio Pubblico, ricordando le parole di Dell'Utri: 'Quando da ragazzino giocava nella Bacigalupo era l'unico a uscire senza uno schizzo di fango, anche quando si giocava sotto il temporale...'.


Il giorno dell'elezione del presidente del Senato lei ha invitato alcuni esponenti del MoVimento Cinque Stelle a non votare per il candidato del centrodestra Renato Schifani.

Ho scelto il male minore. Schifani in passato è stato in società con persone poi condannate per mafia. Inutilmente ha sostenuto che 'allora non sapeva', ma in Sicilia sappiamo chi appartiene ad un certo ambiente e chi no, indipendentemente dalle condanne. Pur di scongiurare un altro periodo in cui la presidenza del Senato venisse indegnamente occupata, ho 'spinto' per Grasso. Il che non significava appoggiarlo: lui è quello che ha approfittato delle leggi del governo Berlusconi per impedire a Caselli di diventare Procuratore Nazionale Antimafia, posto che gli spettava di diritto. Per Caselli hanno adoperato il nuovo metodo per 'ammazzare' i magistrati: non più bombe ma provvedimenti legislativi.


Nelle critiche che gli ha mosso fa riferimento ad una vicenda poco pubblicizzata sui media, quella relativa al Procuratore Gaetano Costa, assassinato da Cosa Nostra nel 1980.

Nella maggio del 1980 Costa firmò da solo gli ordini di cattura contro i clan Gambino-Spatola-Inzerillo. Tutti i suoi sostituti tranne Vincenzo Geraci, e tra questi Pietro Grasso e Giusto Sciacchitano, non lo fecero. Sciacchitano indicò ai giornalisti Costa come unico firmatario e tre mesi dopo il Procuratore venne assassinato a Palermo: si tratta di una responsabilità morale. Sciacchitano verrà poi indicato da Grasso come numero 2 alla Procura Nazionale Antimafia.


Se in qualità di presidente del Senato volesse partecipare alla commemorazione in via d'Amelio il prossimo 19 luglio?

Spero se ne astenga. Se volesse farlo, dato che ho rispetto delle istituzioni, impedirò alle Agende Rosse, che ogni anno presidiano via d'Amelio per evitare false attestazioni di dolore per la morte di Paolo Borsellino, di contestarlo.


Marcello Dell'Utri è stato nuovamente condannato in Appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Sembra che il Paese, sempre distratto su questa vicenda, dimentichi che si tratta del braccio destro (da 40 anni) del quattro volte Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Un personaggio indicato dai pm di Palermo come il secondo mediatore della trattativa fra Stato e mafia, che subentrò a Vito Ciancimino.

Per dirla meglio è il mediatore della seconda trattativa. La prima voleva impedire l'attuazione da parte di Cosa Nostra delle condanne a morte degli esponenti della Prima Repubblica: chi aveva stretto patti e non li aveva mantenuti. La seconda era una trattativa con quello che sarebbe diventato il nuovo potere. La mafia ha sempre trattato con il potere e lo ha individuato nel nuovo partito fondato da Marcello Dell'Utri. Non era solo il braccio destro, ma il sodale di Berlusconi, entrambi oggetto di indagini i cui faldoni sono in parte confluiti nell'inchiesta sulla trattativa.
Dell'Utri è stato condannato fino al 1992. E dopo? La mafia permette che un colluso ad un certo punto non lo sia più, interrompendo di punto in bianco il rapporto? Ricordiamo quello che è successo a Lima o Andreotti. Lima è stato ucciso, di Andreotti è stata fermata la corsa alla Presidenza della Repubblica. Può darsi che per Dell'Utri non siano state trovate prove sufficienti dopo il 1992. Ma, come ricordava mio fratello, a volte la magistratura non riesce a trovare le prove necessarie per condannarli. Dovrebbe essere la politica, l'opinione pubblica, a impedire che assumano certi ruoli all'interno del Paese.


E' tornata a circolare la voce di un Berlusconi presidente della Repubblica.

Eventualità che mi stomaca. Mi dà la nausea che da certe forze politiche si possa soltanto ipotizzarla. E' uno dei motivi per cui approvo l'atteggiamento dei Cinque Stelle, dopo anni in cui il Pd è stato complice di Berlusconi. Basta ricordare cosa disse Violante alla Camera sul conflitto d'interessi.


Lo stesso Luciano Violante (presidente della Commissione Parlamentare Antimafia dal 1992 al 1994) interrogato nell'ambito delle indagini sulla trattativa...
Si torna alle origini. E' uno di quei personaggi istituzionali che sapevano, come Mancino e Giovanni Conso (ministro della Giustizia tra il 1993 e il 1994, ndr), e che hanno iniziato a parlare solo dopo le dichiarazioni rese ai magistrati da Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino.


Quando si discute di questi fatti c'è chi ancora parla di presunta trattativa. Parte dell'opinione pubblica ritiene che si tratta di 'storie vecchie', che si indaga su una classe politica che ormai non c'è più. Anche l'argomento mafia in certi casi viene vissuto quasi con fastidio. E' solo colpa dell'informazione, che su questi temi si è girata spesso dall'altra parte, o la mentalità degli italiani è diversa rispetto a 20 anni fa?

Per anni sono stato preso per pazzo perché parlavo di trattativa, e se certi fatti fossero usciti allora ci sarebbe stata una rivolta, oggi invece la reazione non c'è stata... Quando la gente si ammala di tumore, in alcuni casi può arrivare a provare vergogna, nelle famiglie c'è un certo ritegno a parlarne.  La mafia è come un tumore, un cancro che ha aggredito il nostro Paese partendo dal Sud. E come capita ai tumori che non vengono aggrediti si è diffuso. La gente si rifiuta di parlare di certe cose. Berlusconi in passato bollò tutte le vicende delle trattativa come "vecchie storie". E c'è gente che la pensa davvero così.
Non si rendono conto che si tratta del peccato originale della Seconda Repubblica. Almeno le generazioni adulte, che forse si sentono responsabili di quel silenzio. Nei giovani riscontro l'interesse e la voglia di parlarne, per capire il proprio presente e riuscire a modificare il futuro. E' per questo che ho fiducia nei ragazzi del MoVimento Cinque Stelle: non possiamo limitarci a edificare sulle macerie, bisogna scavare nelle fondamenta, bonificare il terreno e su quel terreno ricostruire la Terza Repubblica.


Nei "venti punti per uscire dal buio" le parole mafia e criminalità organizzata non vengono mai citate. In campagna elettorale l'argomento veniva ripreso solo da Ingroia.

E' vero, non viene esplicitato a sufficienza. Ma sui programmi sono sempre stato scettico, perché si può mettere quello che si vuole. Io mi fido delle persone: tanti di questi giovani del MoVimento li conosco personalmente perché hanno spesso lottato con le Agende Rosse. Sono stato a lungo indeciso a chi dare il mio voto, ed è stato un dolore non farlo per Ingroia. Ho sostenuto il suo progetto, ma l'ho anche criticato. Si è affiancato a partiti in putrefazione che hanno provato a rientrare in Parlamento. E non ho accettato i metodi da vecchia politica utilizzati per la composizione delle liste, anche se 'costretto' da una legge elettorale infame. Quando ho votato ho cercato nelle liste dei giovani che conosco e di cui mi fido. Nelle liste di Ingroia c'erano rappresentanti della società civile, ma non i giovani che avevo proposto.    


Il M5S non vuole assolutamente accordare la fiducia ad un governo che non sia "a Cinque Stelle".

Ho consigliato di superare questo scoglio, ma loro lo considerano insormontabile: non vogliono firmare una cambiale in bianco ad altri partiti. Nell'Assemblea Regionale Siciliana, dove non esiste l'istituto della fiducia, i giovani di Grillo stanno dimostrando di sapersi prendere delle responsabilità e di costituire uno stimolo per Crocetta, come nel caso dell'abolizione delle province e del Muos di Niscemi.


A chi sostiene, e sono tanti, che i parenti delle vittime di mafia come lei facciano per professione "i fratelli di" o "i figli di", vorrebbe dire qualcosa?

Nando Dalla Chiesa dice: "A certi partiti, a certa opinione pubblica, a certa stampa andrebbe bene se noi figli di vittime della mafia facessimo solo gli orfani". Io ho rifiutato l'indennizzo dello Stato per la morte di mio fratello, perchè dandolo a me dovrebbero darlo a tutti gli italiani.
Ho sempre rifiutato di candidarmi in politica, per il semplice fatto che il cognome di Borsellino appartiene al Paese. E candidandomi lo farei diventare un nome di parte. A Filippo Facci e a quelli come lui che mi accusano di fare per professione il "fratello di", ricordo che a 70 anni continuo a lavorare per potermi permettere di girare l'Italia ogni volta che mi invitano a parlare di verità e giustizia, sottraendo tempo alla mia famiglia.
Certe persone onorano Paolo Borsellino e Giovanni Falcone soltanto perché sono morti. Se fossero vivi, mio fratello sarebbe accusato di essere un "professionista dell'antimafia" e Giovanni Falcone di "farsi gli attentati da solo", come avvenne per l'Addaura. Se bisogna farsi ammazzare per ottenere il rispetto di certa gente, non mi interessa. Il loro disprezzo è una medaglia.


Claudio Forleo (ibtimes.com, 30 marzo 2013)




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