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Salvatore Borsellino a Messina racconta suo fratello Paolo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Claudio Staiti   
Giovedì 18 Aprile 2013 21:45
di Claudio Staiti - 17 aprile 2013

Un incontro emozionante, a tratti commovente quello che si è svolto ieri, 17 Aprile, nell’Aula “Ex-Chimica” del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Messina. Ospite delle associazioni studentesche Morgana e Ingenium, Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, giudice ucciso dalla mafia il 19 Luglio del 1992, nella nota strage di Via D’Amelio, in cui persero la vita con lui anche numerosi uomini della scorta. Dopo i primi anni di attivismo, preso dallo sconforto e abbattuto dall’immobilità della realtà che lo circondava, decise di interrompere gli incontri pubblici e ritirarsi nel silenzio. Quando, dopo dieci anni, riprese ad incontrare i giovani lo fece per le numerose insistenze avute da questi. Tra le prime iniziative alle quali fu invitato ce ne fu una proprio a Messina dove gli studenti universitari ─racconta Borsellino─ dovettero spostare per tre volte la sede dell’incontro per le resistenze subite dai piani alti. Nella nostra Università, il fratello di Paolo è tornato ieri partecipando ad un pubblico dibattito, dal titolo “Stragi e trattativa: le mie battaglie per la verità e la giustizia”, che è stato moderato da Mauro Prestipino, a cui è intervenuto anche il dott. Sebastiano Ardita,  Procuratore aggiunto di Messina e autore di “Ricatto allo Stato” (Sperling & Kupfer, 2011).

Sono due storie diverse quelle di Paolo e suo fratello Salvatore: il primo decise di restare a Palermo, il secondo, a ventisette anni, di andare via. Ma, dice oggi Salvatore Borsellino, «tutto quello da cui sono fuggito, adesso me lo ritrovo accanto». «Paolo è rimasto ed è stato ucciso, io sono andato via e sono ancora qui. Qual è stata la scelta migliore? ─ si chiede ─ La sua, non ho dubbi. Valeva la pena restare e dare testimonianza. Perciò l’invito che faccio ai giovani è quello di resistere, di rimanere nella propria terra».Presenti all’evento anche i ragazzi di Addiopizzo che hanno fatto firmare la petizione sul consumo critico “Pago chi non paga” e il movimento delle Agende Rosse che chiede verità sulla sparizione del taccuino di Paolo Borsellino, dopo che il processo per tale questione non è mai arrivato alla fase dibattimentale. A margine dell’incontro, Tempostretto.it ha avuto il piacere di fare qualche domanda al dott. Borsellino.

Partiamo dall’attualità. I magistrati di Caltanissetta dicono di aver ricostruito pressoché interamente i meccanismi della strage di Capaci, affermando che «da questa indagine non emerge la partecipazione di soggetti esterni a Cosa nostra. La mafia non prende ordini e dall'inchiesta non vengono fuori mandanti esterni». Nonostante ciò, Maria Falcone ha affermato che «manca ancora il pezzo più importante, bisogna aspettare che Totò Riina parli, ma non parlerà»...
La procura di Caltanissetta è sempre molto cauta quando si tratta di individuare la linea di demarcazione tra mafia e pezzi deviati dello Stato. Io ritengo che, a differenza della strage di Via D’Amelio, nella strage di Capaci sia stata più forte la singola mano della mafia. Ricordiamo che già nel ’91, nella cosiddetta “riunione di Natale”, la mafia condannò a morte Falcone e Borsellino, i suoi nemici storici, ma, con loro, anche i pezzi dello Stato che avevano tradito i patti fatti con Cosa Nostra. In definitiva, non credo che nella strage di Capaci non giocarono un ruolo chiave anche pezzi dello Stato come i servizi segreti, perché non si può pensare che si possa riempire un’autostrada di così tanto tritolo senza qualche connivenza. Un primo grande passo è stato però fatto: accertare tutte le responsabilità della mano mafiosa, cosa dalla quale siamo lontani nel caso dell’uccisione di mio fratello...

È assurdo pensare che lo Stato abbia potuto trattare con l’anti-Stato, eppure, lei ha scritto sul Fatto Quotidiano che non si tratta più di “presunta trattativa” ma di un rapporto certo e documentato...

Per quanto riguarda la morte di Paolo, ci fu un’accelerazione improvvisa. Egli doveva morire, ormai era deciso, ma non dopo soli 57 giorni dalla strage in cui aveva perso la vita Falcone. All’interno della stessa cupola mafiosa ci fu chi chiese a Riina del perché di questa fretta. Nella decisione di anticipare la sua esecuzione e nella preparazione della strage (in cui fu usato esplosivo militare e non il semplice tritolo), ma anche nella sparizione della sua agenda e nel successivo depistaggio, si vede palesemente la mano di qualcuno esterno a Cosa Nostra. Qualcuno che ha decretato con la sua morte di impedirgli di parlare.

Quello che Sciascia riteneva impossibile, ha scritto lei sempre sul Fatto Quotidiano, e cioè che lo Stato arrivasse a processare se stesso, si sta compiendo nella procura di Palermo. Questo, a suo giudizio, alimenta il grado di rischio dei giudici coinvolti che devono “lottare” oltre che contro la mafia, anche contro chi non vuole che altre verità vengano fuori..
Esatto, come il pm Nino Di Matteo, minacciato da alcune missive e vittima di provvedimenti disciplinari da parte del Csm. Un’atmosfera stranamente identica a quella del ’92: dobbiamo eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, attraversiamo una fase delicata per le Istituzioni e giudici come Di Matteo vengono sempre di più lasciati soli, come accadde a Falcone e a Borsellino.

Durante la scorsa campagna elettorale, il tema della lotta alla mafia non è stato purtroppo molto presente nelle agende dei politici. Chi ne ha parlato di più è stato Antonio Ingroia. Come ha giudicato la sua candidatura ma soprattutto la débâcle del suo movimento? Non sarebbe convenuto che fosse rimasto a esercitare il ruolo di magistrato?
Con il progetto di Ingroia io sono assolutamente d’accordo. Lui era arrivato all’anticamera della verità e, giunto a quel punto, c’era chi continuava a spegnere le luci e non far venire a galla le cose più evidenti. La sua idea era quella di entrare nel sistema politico e da lì compiere gli ulteriori passi. Purtroppo la maniera in cui Ingroia ha realizzato questo progetto ha avuto parecchie falle e questo, alla fine, si è tradotto in quell’insuccesso elettorale. Io sono suo amico, se potessi dargli un consiglio, gli direi di andare ad Aosta, stare lì tre anni e poi tornare a fare il magistrato. È una funzione che ha saputo esercitare sempre bene e potrebbe continuare in questa strada.

Raccontano i rumors che sia stato lei a convincere diversi senatori del M5S a votare Pietro Grasso alla Presidenza del Senato, tradendo le indicazioni di Grillo...
Si era posti di fronte ad un’alternativa: avere come Presidente ancora una volta una persona deprecabile come Schifani sul cui passato pendono diverse ombre, dall’altro lato una persona criticabile come Grasso. E tra i due non c’era partita. Io non accuso Grasso di nulla tranne di essere stato un grosso opportunista nella sua carriera, da magistrato prima e da procuratore nazionale antimafia dopo, approfittando di leggi contra personam, entrate in vigore per evitare che diventasse procuratore Caselli. Avrebbe potuto rinunciare alla sua candidatura e non permettere che non si compisse quella vergogna...

Quindi nella polemica Grasso – Travaglio, lei sta dalla parte di Travaglio?
Sicuramente, non ho alcun dubbio.

Una delle critiche che le sono venute è stata quella di chi l’ha definita “fratello di Paolo Borsellino per professione”. Non si è mai amareggiato per simili affermazioni?
Quello che rispondo a chi mi dice questo è che se faccio il fratello di Paolo per mestiere, lo faccio bene. Perché cerco, a 71 anni, di tenere viva la memoria di mio fratello e di arrivare alla verità e alla giustizia. Purtroppo nel nostro paese possono essere solo i familiari delle vittime a portare avanti certe rivendicazioni. Io di professione faccio l’ingegnere, continuo a lavorare, proprio per permettermi di fare il “fratello di Paolo Borsellino” e girare l’Italia a mie spese dovunque mi chiamino.

Rita, sua sorella, in un’intervista rilasciata a noi di Tempostretto.it, nel settembre del 2011, aveva dichiarato: «I giovani che vogliono fare magistratura mi fanno commuovere, vorrei abbracciarli tutti». Quale messaggio si sente di lasciare lei ai giovani?
Io sono fiero che, grazie alla memoria di Paolo, ci siano oggi dei ragazzi che si iscrivono in Giurisprudenza per poter fare il magistrato, cioè per portare avanti quella missione così difficile, nonostante il fango che viene gettato su questo lavoro da parte di personaggi facenti parte talvolta anche delle Istituzioni. Ai giovani dico che loro erano la speranza di Paolo. Nella sua ultima lettera era certo che da loro sarebbe venuto un vento di riscatto e lasciò scritto: «Sono ottimista».

 

Salvatore Borsellino (Palermo, 11 aprile 1942) è un attivista italiano. È il fratello minore di Paolo Borsellino, il magistrato ucciso dalla mafia insieme agli uomini della scorta il 19 luglio 1992 a Palermo, in via D’Amelio. Da allora, è in prima linea per sensibilizzare la gente al contrasto della criminalità organizzata, del malgoverno e delle collusioni tra politica e mafia. Nel 2008 ha fondato il sito www.19luglio1992.com e l’anno seguente, in occasione del 17° anniversario della strage di via D’Amelio, ha organizzato la prima “Marcia delle Agende Rosse” in collaborazione con il comitato cittadino antimafia “19 Luglio 2009”. Da questa iniziativa è nato il “movimento delle Agende Rosse”, che fa riferimento al taccuino su cui suo fratello scriveva appunti personali, supposizioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia


CLAUDIO STAITI

Fonte: www.tempostretto.it




























 

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