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Mafia e Stato: fu trattativa? Le verità di Massimo Ciancimino PDF Stampa E-mail
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Scritto da Walter Giannò   
Mercoledì 01 Maggio 2013 18:15
di Walter Giannò - 30 aprile 2013

Chi è Massimo Ciancimino? Un uomo che tenta di salvaguardare se stesso – e i propri averi, come sostengono i suoi tanti detrattori – attraverso il racconto di ciò che sa (o si ritiene che sappia) sulla trattativa mafia – Stato? Un uomo che, per amore di suo figlio, ha deciso di dire la verità, tutta la verità, sugli inquietanti rapporti tra Roma e i corleonesi nel periodo delle stragi di Capaci e di via D'Amelio? A ciascuno il suo parere, magari in attesa di conoscere il giudizio dei giudici sulla grande vicenda entro la quale s'inserisce quella personale e al contempo pubblica di Massimo Ciancimino.
Nel frattempo, ecco cos'ha raccontato a fanpage.it:

Su Facebook, dopo la rielezione di Giorgio Napolitano, lei ha pubblicato un duro status contro il Capo dello Stato. Per via della distruzione delle intercettazioni telefoniche. Perché, a suo avviso, le indagini sulla trattativa Stato – mafia hanno risentito fortemente di quella decisione?
“Non so se le indagini sulla trattativa hanno risentito della decisione, sicuramente ne ha risentito il mio diritto di difesa che è stato calpestato. Due anni fa, durante la deposizione al processo Mori, ho parlato di notizie che mi erano state riferite su un intervento del Capo dello Stato sulla Procura di Caltanissetta per chiedere la mia incriminazione per calunnia riguardo le dichiarazioni su De Gennaro. A riferirmele era stato un soggetto che ha dimostrato di essere ben informato, quello che mi aveva preannunciato un attentato nei miei confronti e dopo poco ho ricevuto la dinamite. Mi disse che le telefonate tra Napolitano e Mancino erano quattro, come poi realmente erano. È lo stesso soggetto che mi ha fatto la trappola del documento falsificato, anche se in un successivo incontro ha negato di essere a conoscenza del fatto che il documento consegnatomi era un palese tarocco. Avevo diritto – il diritto in quanto imputato – di poter io stesso, tramite i miei legali, di verificare se in quelle telefonate ci fossero elementi utili alla mia difesa.
Una battaglia che ho condotto insieme a Salvatore Borsellino, che a sua volta ha presentato un'altra istanza per poter ascoltare quelle telefonate. Ma l'arroganza del potere ha vinto sui diritti sanciti dalla Costituzione.
Resterà per sempre il dubbio, un dubbio reale e fondato, sul contenuto di quelle telefonate. Ci si chiederà cosa ci fosse di così imbarazzante da provocare una simile reazione da parte del Quirinale”.

Sul fronte della trattativa Stato – mafia, una nuova notizia riguarda il ritrovamento della valigetta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Vuota (ed il pensiero va anche all'agenda Rossa di Borsellino). Insomma, un'altra manina ha fatto sparire tutto…
“Non mi stupisce. Si sapeva del furto nella cassaforte di Villa Pajno. Negli ultimi mesi si è scoperta l'esistenza di questa borsa oggi ritrovata vuota ma che evidentemente – come dichiarato dagli stessi collaboratori del generale – era piena al momento della strage di via Carini, piena di documenti riservati ed appunti privati del Prefetto. Ho sempre raccontato quanto dettomi da mio padre in merito all'assassinio di Dalla Chiesa, che lui a sua volta aveva appreso da Salvo Lima, cioè che la morte del generale era stata decisa a Roma. Sicuramente questa è un'ulteriore anomalia di cui qualcuno dovrebbe dare conto. Il figlio del generale, Nando Dalla Chiesa, parla dell'intervento dei servizi che portarono via tutti i documenti. Non può essere il tutto cristallizzato in una regia mafiosa. Ho assistito personalmente alla chiusura della mia cassaforte da parte degli inquirenti, alla sparizione di documenti e sim telefoniche. Parlare solo di mafia è voler essere miopi o peggio complici. Ora però c'è la Procura di Caltanissetta che sostiene che cosa nostra non prenda ordini da nessuno, che non esistono mandanti esterni. Tutto questo è molto triste. Certo, il pensiero va all'agenda rossa di Borsellino. Anche allora qualcuno si premurò d'intervenire sul luogo dell'omicidio immediatamente dopo i fatti per portare via quello che non doveva essere trovato. Come dimenticare le parole del giudice Falcone dette ad un giornalista poco dopo il fallito attentato alla Addaura: parlò di menti raffinatissime ben lontane da quelle di Provenzano e Riina che direttamente ed indirettamente ho malvolentieri conosciuto”.

Una domanda su Antonio Ingroia, l'ex PM di Palermo a cui è stata negata la presidenza a Riscossione Sicilia e disposto il trasferimento ad Aosta. C'è chi vede in questo una punizione per le sue indagini sulla Trattativa Stato – mafia.
“Non sono la persona adatta per poter fare valutazioni tecniche di questo tipo. Posso, però, ribadire quanto ho più volte osservato ed anche affermato pubblicamente: a toccare i fili dell'alta tensione si finisce sempre male. Puoi diventare socialmente pericoloso con una motivazione priva di contenuti e falsa o da magistrato puoi anche finire ad intercettare stambecchi ad Aosta. A non toccarli, invece, si fanno grandi carriere, puoi anche diventare presidente del Senato“.

Il suo riferimento è naturalmente a Pietro Grasso, in merito al quale ha parlato di anomalie su certe sue indagini…
“Sì. Una sentenza afferma che il gruppo GAS sia cresciuto all'ombra di Provenzano. Eppure quella società è stata sequestrata solo per sua la metà, lasciando stranamente fuori chi la stessa società ha amministrato per quasi tutta la sua crescita esponenziale. C'è stato un palese strabismo investigativo che ha preservato gli interessi della metà della società riferibile ai parenti del magistrato Giusto Sciacchitano, sostituto procuratore della DNA, oggi facente funzioni di Procuratore Nazionale.
Ho denunciato queste cose più volte pubblicamente, anche in dibattimento, eppure non sono mai stato querelato, né da Sciacchitano né da Grasso. Erano stati rinvenuti documenti che tiravano in ballo politici, intercettazioni che sono state ignorate. Durante la perquisizione a casa mia fu trovato il papello e rimesso a posto, – gli stessi carabinieri chiamati in causa da me hanno confermato l'accaduto. Mi si può dire che Grasso non sapeva, eppure l'ufficio del procuratore è impersonale, i sostituti agiscono su sua delega. C'era un processo in corso sulla mancata perquisizione del covo di Riina, eppure non mi è stata fatta alcuna domanda e documenti che potevano essere utili per quel processo, così come per quello a carico del senatore Dell'Utri, sono stati ignorati. Tante altre sono le anomalie che sarebbe troppo lungo raccontare, ma su cui cercherò di fare chiarezza quando chiamerò l'attuale presidente del Senato a testimoniare al processo sulla trattativa. A mio padre non è mai stato chiesto conto del suo tesoro, nonostante l'alto tenore di vita che aveva. Il giorno della sua morte sono stato iscritto nel registro degli indagati. Il tesoro a cui si mirava era un altro: erano le mie conoscenze in merito alla trattativa. Volevano il mio silenzio.
Oggi ben otto procure indagano sul famoso tesoro. Credo sia finto il momento di capire realmente cosa nasconda questa lunga e lacunosa inchiesta. Non può uno stato di diritto accettare un'indagine preliminare lunga ben otto anni, migliaia di intercettazioni ambientali, telefoniche, pedinamenti, uno spreco di risorse consistente”.

In seguito alle sue vicende giudiziarie, ai dubbi su alcune sue affermazioni, lei ha subito e subisce molti attacchi. Soprattutto dal centrodestra. Come si difende?

“Non credo che sia io a dovermi difendere da questi attacchi. Parlano i fatti. Basta leggere il decreto del Gup che dispone il rinvio a giudizio per tutti gli imputati del processo sulla trattativa. Queste indagini hanno avuto inizio grazie alle mie dichiarazioni. Ho squarciato il velo dell'omertà e del silenzio, quando ancora nessun Spatuzza aveva cominciato a parlare. Andate a vedere quante volte c'è il nome Spatuzza nel decreto del Gup e quante volte il mio. Le mie dichiarazioni e i documenti che ho consegnato alla magistratura hanno passato il vaglio di un giudice terzo e sono stati giudicati da un giudice attento e scrupoloso come il dott. Morosini. Al contrario di tanti professionisti delle celebrazioni e delle belle parole, io ho messo in gioco la mia vita, ho portato alla sbarra uomini delle istituzioni.
Gli attacchi sono la conseguenza di questo.
Vorrei fare una precisazione: è vero che molti degli attacchi più forti mi sono venuti da esponenti del centrodestra, ma bisogna dire che prima ancora di Napolitano sono riuscito a mettere tutti d'accordo, destra e sinistra, tutti d'accordo nell'attaccarmi perché e vicende che racconto imbarazzano tutti. La cosa più triste di questa vicenda è proprio nel volerla strumentalizzare”.

C'è chi sostiene che lei è l'uomo delle mezze verità. Un caso su tutti: l'identità del signor Franco. Quando arriverà il momento per potere dire pubblicamente chi è quest'oscura persona?
“Spero presto: è un lavoro che deve fare la magistratura con il mio aiuto, non posso dire altro. La gente è convinta che io conosca nome e cognome, ma non è così. Vorrei, però, che si riflettesse su una cosa: è stata data molta importanza a questa figura del signor Franco, ma quelli che muovevano le fila di tutto erano altri, ho sempre detto come il signor Franco fosse solo una figura di tramite, mio padre lo chiamava l'ambasciatore. Le sue visite non duravano mai più di pochi minuti, andava a riferire e poi tornava. Chi era ai livelli decisionali erano altri. Sono sempre stato accusato di rateizzazione delle mie dichiarazioni, ma allora cosa si deve dire di chi ha riacquistato la memoria solo dopo aver letto le mie dichiarazioni sui media? Tutti illustri personaggi che a differenza mia erano già stati sentiti dalla magistratura. Io non ero mai stato chiamato nonostante il nome mio e il nome di mio padre Vito Ciancimino fosse già uscito fuori da tanti anni.
Ho scelto di rispondere alle domande dei magistrati quando avrei benissimo potuto più comodamente avvalermi della facoltà di non rispondere in un Paese in cui rispondere alle domande dei magistrati sembrava essere un'anomalia.
Eppure l'ho fatto, ho raccontato verità scomode prima di tutto per me stesso: se oggi sono imputato è solo sulla base delle mie dichiarazioni. Ma è chiaro che ho dovuto avere una certa cautela: non sono un pentito. Ogni mia dichiarazione va soppesata, va accompagnata da prove a supporto per non incorrere nel reato di calunnia, come poi è avvenuto. Non è facile parlare come ho fatto io di livelli di potere così elevati, di responsabilità di uomini così potenti. Quella che gli altri hanno chiamato rateizzazione io la chiamo solo paura.
Credo, comunque, che sia un fatto che io abbia fatto nomi molto più importanti di quello che può essere un signor Franco, proprio perché la verità non può avere limiti di opportunità. Ho fatto ad esempio il nome di Mancino quando era ancora vicepresidente del Csm. Ho riferito ai magistrati il nome di quello che secondo mio padre era dietro il signor Franco, Gianni De Gennaro e guardi cosa è successo: si è scatenata una micidiale campagna di delegittimazione, sono stato accusato di calunnia, ho subìto un isolamento sempre più forte, fino ad arrivare ad essere l'unico caso in Italia di fermo urgente per calunnia. Ero sotto scorta, avrebbero potuto chiamarmi per chiedere spiegazioni, invece mi hanno arrestato in quel modo clamoroso sotto gli occhi lucidi di mio figlio Vito Andrea, un arresto che ancora oggi in tanti ricordano. Ma nonostante tutto questo io vado avanti, credo che sia questo l'importante. O ci credi o non ci credi. Se resti nel mezzo rimani stritolato da te stesso, ho un dovere verso mio figlio e verso tanti altri come Salvatore Borsellino: andare avanti”.

La trattativa Stato – mafia è ormai diventata simbolo dei rapporti occulti tra Roma e cosa nostra, di cui si è sempre parlato. Perché lei – Massimo Ciancimino, figlio di don Vito – ha il desiderio che sia accertata la verità?
“Quando il giudice ha letto il decreto di rinvio a giudizio, ha fatto molto discutere la mia gioia, ho stretto la mano ai Pm, caso unico d'imputato felice di essere stato rinviato a giudizio. Tutto quello che sto facendo, lo faccio per mio figlio. È una cosa molto semplice, molto umana: voglio che lui possa provare quello che a me è stato negato. Voglio che un giorno, da grande, possa essere fiero di suo padre e che non debba vergognarsi del suo cognome. Sapevo che avrei dovuto mettere in discussione la mia vita, ma l'ho fatto. È solo l'amore per mio figlio la molla che mi ha spinto a scegliere di rispondere alle domande dei magistrati e che mi dà la spinta per andare avanti nonostante tutte le difficoltà. E poi lo faccio per le persone che aspettano giustizia da venti anni, che lottano per la verità e per la giustizia senza mai mollare. Per questo non mollerò mai neanch'io“.

Infine: si è mai pentito di aver dato retta a Pippo Giordano, quando lei voleva abbandonare tutto e l'ha invitato attraverso un giornale online - BlogSicilia.it – ad andare avanti?
“Non passa giorno che sempre più gente mi dice ma chi te lo ha fatto fare, te lo avevo detto. Lungo questa strada ho perso amici a cui ero legato, ho creato disagi e preoccupazioni alla mia famiglia che è la cosa che più amo al mondo, subisco minacce continue, attacchi di ogni tipo, ho pagato anche con il carcere miei presunti errori. Sono stato messo tre mesi in regime di totale isolamento e quasi sei mesi agli arresti domiciliari. Eppure non tornerei indietro. Certo, i momenti di sconforto ci sono stati, anche pesanti, ma testardamente continuo a credere nella mia scelta. Non m'importa come andrà a finire, so che la mia battaglia è molto difficile, ma in cuor mio so di averla già vinta.
C'è stato il rinvio a giudizio nel processo sulla trattativa, che mi ha ripagato di tanti sacrifici. Ma, comunque andrà a finire, l'importante per me è aver fatto la cosa giusta.
Ho stanato alcuni infami, ho riporto la memoria a tanti vigliacchi, mancano ancora molti personaggi noti all'appello. E le persone hanno capito come siano andate realmente le cose, giuste o sbagliate, legalmente punibili o non punibili, non è un mio problema, io ho fatto la mia parte”.


Walter Giannò (www.fanpage.it, 30 aprile 2013)











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