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La differenza tra professionisti e carrieristi dell'antimafia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giovan Battista Tona   
Domenica 05 Maggio 2013 14:02
di Giovan Battista Tona - 26 aprile 2013

LA MAFIA, che nasceva dalla feudalità e ne assumeva la forma». Così Leonardo Sciascia condensava l'intuizione di don Pietro Ulloa, procuratore di Trapani sotto i Borboni, il più antico e il più moderno degli osservatori del fenomeno criminale che lo scrittore di Racalmuto racconta in «Storia della mafia».

Pubblicato nel 1972 su "La storia illustrata", diffuso rotocalco della Mondadori, questo saggio breve rivede la luce per inaugurare la nuova vita del glorioso marchio editoriale "Barion". Sciascia lo scrisse quando ancora in Sicilia convivevano - talvolta nelle stesse aree culturali - i dubbi circa la reale esistenza della mafia e la convinzione che ad essa era inutile opporre alcuna resistenza. Figlia dei paradossi isolani, la mafia si propone come una sofistica combinazione di infingimenti e di imposture, il cui risultato non sempre poteva essere inquadrato in categorie ma che certamente un acuto narratore poteva raccontare.

Il mafioso non può essere feudatario, perché nella scala sociale sta altrove, tuttavia può replicare la forma del potere feudale; e al contempo per comportarsi come il signorotto che non è, ne riesce a cogliere l'essenza più profonda, ne declina le caratteristiche nei più diversi contesti, ne impara a replicare, se del caso reinterpretandoli, i metodi di soggiogamento dell'ambiente che lo circonda. E così può essere e, quando vuole, non apparire; oppure può apparire quello che non è.
Sciascia descrive la sapiente (seppur diabolica) abilità della mafia nel sintetizzare potere e mistificazione. Un'abilità che le ha consentito di attraversare nei secoli i più diversi assetti politici e le più varie rivoluzioni economiche, trovando sempre un'adeguata collocazione e delle congrue rendite; e che ancora oggi, nel mondo globalizzato e post-moderno, le offre interessanti prospettive di vita. Tornare a Sciascia significa provare a replicare un metodo. Ripartire dall'impegnoa raccontarea noi stessi la mafia come è, come concretamente si manifesta in un mondo che cambia, mettendosi in gioco con onestà intellettuale, senza impigrirsi su pregiudizi, senza farsi confondere nel prisma delle semplificazioni culturali, e, se necessario, riconoscendo la superiorità della buona letteratura sulla scienza e sul diritto.

Per fare l'antimafia bisogna sapere capire la mafia cos'è, dov'è e che fa: adesso, non ai tempi dei mafiosi che frattanto sono entrati nei libri di storia o nelle patrie galere.

Fare l'antimafia non è allora una cosa facile. È un impegno anzitutto culturale, profondo e laborioso, che non si può improvvisare per assecondare un'emozione, per apparire politicamente corretto o peggio perché se ne può cavare un utile.

Viviamo l'epoca del pressappoco e tutti siamo più o meno antimafia.

Persino gli imputati di associazione mafiosa ammettono che la mafia esiste ma dicono che loro non ne fanno parte; anzi sono d'accordo sul fatto che bisogna perseguirla.

Sciascia che additava nei professionisti dell'antimafia il rischio di un'altra élite capace di replicare la forma di un potere arbitrario occultato sotto nobili bandiere, oggi dovrebbe assistere ad un fenomeno molto esteso e molto più complesso di quello che, pure con grande anticipo, aveva intuito.

Nel suo famoso articolo del 10 gennaio 1987 aveva segnalato come esempio «attuale ed effettuale» dell'antimafia come strumento di potere incontrastato e incontrastabile la nomina di Paolo Borsellino a Procuratore di Marsala a preferenza di altri magistrati anche più anziani.

La storia di Borsellino (quella che Sciascia non poté scrivere) ha dimostrato la differenza tra i professionisti dell'antimafia e i carrieristi dell'antimafia; i primi, checché ne dicesse Sciascia, sono quelli che la mafia la contrastano veramente, con competenza e con sacrificio, i secondi, che talvolta appaiono professionisti ma hanno la quinta elementare in materia di antimafia, contrastano la mafia senza rischi e con vantaggio o addirittura chiacchierano, pontificano e basta così... Senza professionisti l'antimafia efficace non si può fare; poi bisogna sperare che questi non diventino carrieristi. Ma dovrebbero destare più preoccupazione i carrieristi senza professionalità, che pure sanno fare un'antimafia utile. A se stessi.


Giovan Battista Tona (La Repubblica, 26 aprile 2013)










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