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Andreotti e la mafia, quella verità insabbiata PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Lunedì 06 Maggio 2013 21:05
di Aaron Pettinari - 6 maggio 2013

All'età di 94 anni è morto Giulio Andreotti. Un figura a dir poco ambigua della storia del nostro Paese, sempre presente dal 1945 in poi nelle assemblee legislative italianee (dalla Consulta Nazionale all'Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita). Tra oggi e domani la maggior parte degli organi d'informazione italiani parleranno di lui come un grande politico, uno statista, un uomo preparato, un protagonista della storia del 20°secolo italiano. Ma c'è una fetta della sua storia che molti tendono a dimenticare. Dall'accusa per il coinvolgimento nell'omicidio di Mino Pecorelli avvenuto il 20 marzo 1979 (per cui venne assolto nel 2003 dalla Cassazione) ai suoi rapporti con personaggi a dir poco oscuri come Licio Gelli (capo della loggia massonica P2) e Michele Sindona. Non si possono dimenticare poi i suoi rapporti con Cosa nostra riconosciuti dai giudici d'appello e di Cassazione come “organici almeno fino al 1980”. La sentenza di primo grado è del 23 ottobre 1999 ed è di assoluzione con il comma 2 dell’articolo 530 cpp, la vecchia insufficienza di prove. In appello, il 2 maggio 2003, i giudici in parte prescrivono e in parte assolvano l’ex premier. Proclamano la prescrizione per il reato di associazione a delinquere (in quegli anni non c’era ancora il reato di associazione mafiosa, 416 bis) “commesso fino alla primavera del 1980”. Per le accuse successive alla primavera del 1980, la Corte d’appello assolve sempre con la vecchia insufficienza di prove. La Cassazione conferma l’appello il 15 ottobre del 2004. Nella sentenza si esprime chiaramente che il 7 volte presidente del Consiglio Giulio aveva manifestato fino al 1980 “segni autentici - e non meramente fittizi - di amichevole disponibilità, idonei, anche al di fuori della messa in atto di specifici ed effettivi interventi agevolativi”, contribuendo così “al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale”.

Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila, 6 maggio 2013)




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