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Borsellino, l’Agenda Rossa e il depistaggio su via d’Amelio (prima parte) PDF Stampa E-mail
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Scritto da Claudio Forleo   
Sabato 11 Maggio 2013 12:13
di Claudio Forleo - 10 maggio 2013

A distanza di 16 anni le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza (ritenuto credibile da quattro Procure) hanno riscritto la storia di quanto accaduto in quei giorni, facendo emergere quello che può essere definito un vero e proprio depistaggio di Stato.

Dal luogo della strage scompare l'Agenda Rossa di Paolo Borsellino. Un'agenda di pelle, regalatagli dall'Arma dei Carabinieri, in cui Borsellino scriveva spunti investigativi, annotazioni. Quasi un 'diario segreto' dal quale non si staccava mai e che non faceva leggere neanche ai più stretti collaboratori, particolarmente utilizzato nei 57 giorni che seguono la strage di Capaci. Agnese Borsellino racconterà ai magistrati che anche quella domenica pomeriggio vide il marito deporre l'agenda nella borsa, ritrovata poi all'interno dell'auto. Che fine ha fatto?

C'è una foto (spunterà fuori anche un filmato della Rai) , scattata pochi minuti dopo la strage, che ritrae il capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli (diventato poi colonnello) con in mano la borsa di Paolo Borsellino. Arcangioli sostiene di averla consegnata a tre magistrati presenti sul posto: Vittorio Teresi, Alberto Di Pisa e Giuseppe Ayala.  I primi due smentiscono categoricamente, il terzo riesce a cambiare versione tre volte nel corso degli anni.

LE TRE VERSIONI DI AYALA

Ayala, pm al maxiprocesso, in quel momento è un parlamentare del Pri. E' sul luogo della strage pochi minuti dopo l'esplosione della 126.

Prima versione, 1998: "Tornai indietro verso la blindata della procura anche perché nel frattempo un carabiniere in divisa, quasi certamente un ufficiale, se mal non ricordo aveva aperto lo sportello posteriore sinistro dell'auto (di Borsellino, ndr). Guardammo insieme in particolare verso il sedile posteriore dove notammo tra questo e il sedile anteriore una borsa di cuoio marrone scuro con tracce di bruciacchiature e tuttavia integra, l'ufficiale tirò fuori la borsa e fece il gesto di consegnarmela. Gli feci presente che non avevo alcuna veste per riceverla e lo invitai pertanto a trattenerla per poi consegnarla ai magistrati della procura di Palermo".

Seconda versione, 2005: "Scorsi sul sedile posteriore una borsa di pelle bruciacchiata. Istintivamente la presi, ma mi resi subito conto che non avevo alcun titolo per fare ciò, per cui ricordo di averla affidata immediatamente ad un ufficiale dei carabinieri che era a pochi passi".

Terza versione, 2006: "Ebbi modo di vedere una persona in abiti borghesi... prelevava dall'autovettura attraverso lo sportello posteriore sinistro una borsa. Io mi trovavo a pochissima distanza dallo sportello e la persona in divisa si volse verso di me e mi consegnò la borsa... accanto alla macchina vi era anche un ufficiale in divisa quasi istintivamente la consegnai al predetto ufficiale".

Ayala nel 1998 rifiuta di prendere in mano la borsa, nel 2005 la prende e la passa di mano, nel 2006 la riceve e la passa ad un ufficiale in divisa.

La quarta versione diversa è di Arcangioli (che Ayala sostiene di non aver mai conosciuto): ha visionato la borsa con i tre magistrati citati, ma dentro non c'era alcuna agenda. Poi l'ha riposta dentro l'auto, dove è stata presa in consegna dalle forze dell'ordine e verbalizzata tra gli oggetti personali del magistrato.

L'unico fatto certo è che l'Agenda Rossa scompare. Il 26 aprile 2013, il pentito Gaspare Mutolo rilascia un'intervista al sito Antimafia Duemila: "Giuseppe Ayala aveva il vizio del gioco. Chiedeva soldi, comprava la droga. Al maxi-processo per me hanno chiesto 25 anni e per il mio capo mandamento, Giacomo Giuseppe Gambino, solo 10 anni. Questo lo vedo come un 'favore' che Ayala ha fatto a Gambino". Ayala ha annunciato querela per calunnia.

 

IL DEPISTAGGIO


Via d'Amelio fa rima con depistaggio. Poche settimane fa è iniziato a Caltanissetta il quarto processo sulla strage, quello che dovrà riscrivere la storia di quel luglio 1992 e l'interpretazione dei fatti verificatisi dopo.

Al centro della nuova inchiesta c'è Gaspare Spatuzza, killer agli ordini dei boss di Brancaccio, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Arrestato nel 1997, inizia a collaborare con la giustizia nel 2008. E le sue dichiarazioni sono dirompenti. Accusa Marcello Dell'Utri, storico braccio destro di Silvio Berlusconi, di essersi proposto come nuovo referente per Cosa Nostra in sostituzione dei partiti della Prima Repubblica, che hanno tradito sul maxiprocesso e che vengono spazzati via da Tangentopoli.

Distrugge la credibilità dei falsi pentiti e accusa se stesso per via d'Amelio, facendo riaprire le indagini sulla strage e mettendo in dubbio la buona fede di chi aveva condotto le inchieste dopo il 19 luglio. Lo scorso marzo è stato condannato a 15 anni, processato con la formula del rito abbreviato.


LE INDAGINI DEL 1992-1994, IL FALSO PENTITO SCARANTINO


Torniamo al 1992. Nei giorni successivi alla strage la tesi è che l'esplosivo sulla Fiat 126 sia stato azionato a distanza con un telecomando. L'esperto informatico Gioacchino Genchi riceve dalla Procura di Caltanissetta (deputata a indagare su via d'Amelio) il compito di iniziare una serie di accertamenti sui telefoni intorno al luogo della strage. A seguito di questa indagine Genchi scopre che al Castello Utveggio, posto sul Monte Pellegrino (che 'vede' via d'Amelio), il Sisde  aveva un centro operativo.

Il Sisde è il servizio segreto interno che contava tra i suoi massimi esponenti Bruno Contrada, che Mutolo aveva indicato a Borsellino come 'colluso' con Cosa Nostra e che sarà arrestato nel dicembre 1992.

La presenza nel Castello Utveggio di una postazione Sisde è stata considerata fino al pentimento e alle rivelazioni di Spatuzza un indizio del coinvolgimento di 'pezzi dello Stato' nella strage.

Nel settembre 1992 viene arrestato per rapina e violenza Salvatore Candura, un pregiudicato di piccolo cabotaggio: interrogato dagli inquirenti ammette il furto di una Fiat 126. Nei giorni che seguono Candura sostiene che a commissionargli il furto è stato un tale Vincenzo Scarantino, con precedenti per spaccio.

Due settimane dopo Scarantino viene tratto in arresto. L'accusa è di essere stato lui il 'ricettatore' dell'auto utilizzata per la strage. Secondo gli investigatori Cosa Nostra si sarebbe affidata a delinquenti comuni per uno dei passaggi più significativi dell'attentato a Paolo Borsellino.

Il Procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra annuncia di aver "arrestato uno degli esecutori materiali della strage". Sono passati poco più di due mesi dal 19 luglio 1992.

Inaspettatamente nel dicembre 1992 il capo della Squadra Mobile di Palermo, il vicequestore Arnaldo La Barbera (nel capoluogo siciliano dal 1988, già collaboratore di Falcone e coinvolto nelle indagini su via d'Amelio) viene trasferito a Roma. Anche Genchi viene rimosso dall'incarico.

Chi è La Barbera? Prima di Palermo aveva diretto la Squadra Mobile di Venezia (1976-1988). Nel 1994 viene messo a capo della Questura del capoluogo siciliano. Nel 1997 a Napoli,  due anni dopo a Roma, poi a capo dell'Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali), indicato come uno dei responsabili del blitz alla scuola Diaz durante il G8 di Genova ("ero d'accordo sul blitz, ma giunto sul posto lo sconsigliai per lo stato di tensione che ho percepito" dichiarerà nei giorni successivi), muore nel 2002.

"Stavamo per scoprire la verità sulle stragi e forse anche sui mandanti esterni. Ci dissero che tutto doveva passare nelle mani del Ros, che stava trattando con collaboratori importantissimi per arrivare all'arresto di Riina. E' la prova che la trattativa era nota a tutti" le parole di Genchi alla Procura di Caltanissetta, riportate da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza sul Fatto Quotidiano del 26 settembre 2009.

Il 15 gennaio 1993 Totò Riina viene arrestato. Poco dopo il Ministero dell'Interno cambia idea e La Barbera torna al suo posto: guiderà un pool di investigatori denominato Gruppo Falcone-Borsellino, creato con decreto della Presidenza del Consiglio. Viene richiamato anche Genchi. A coordinarli la Procura di Caltanissetta guidata da Tinebra (tra i pm c'è anche Ilda Boccassini, da poco trasferita da Milano).

A maggio Genchi ha uno scontro con La Barbera. Lo ricorda lo stesso perito informatico nel libro Il caso Genchi: "Decisero di arrestare Pietro Scotto, l'uomo che avevo individuato come possibile telefonista per via d'Amelio. Mi parve una cosa assurda... Era intercettato, avrebbe forse potuto portarci ben più avanti.... L'arresto di Scotto per le confessioni di due personaggi improbabili come Caldura e Scarantino rischiava di far naufragare l'indagine.... La Barbera scoppiò a piangere. Mi disse che lui sarebbe diventato questore e che per me era prevista una promozione per meriti straordinari. Non volevo e non potevo credere a quello che mi stava dicendo.... Me ne andai sbattendo la porta. Abbandonai per sempre il gruppo Falcone-Borsellino e le indagini sulle stragi".

Il 27 maggio 1993, il giorno dell'attentato in via dei Georgofili a Firenze (5 morti), Pietro Scotto viene tratto in arresto. Intanto finisce in manette anche Giuseppe Orofino, considerato il custode della Fiat 126 rubata e utilizzata per la strage.

Nuovo arresto nel settembre 1993: Salvatore Profeta, considerato l'intermediario tra Scarantino (è suo cognato) e i boss della Cupola. Poco prima di Natale spunta un nuovo pentito: Francesco Andriotta. Vicino di cella di Scarantino, lo avrebbe ascoltato mentre parlava del furto della 126 e del suo legame con Profeta e Orofino.

Nel 1994, anno di nascita della Seconda Repubblica, la Procura di Caltanissetta ha già in mano la presunta verità su via d'Amelio. A luglio, mentre i familiari inscenano proteste e sostengono che Vincenzo Scarantino venga pestato subendo pressioni per pentirsi (è detenuto nel carcere di Pianosa), l'uomo chiave delle indagini 'salta il fosso'.

Il nuovo 'pentito' Scarantino parla, confessa omicidi precedenti al 19 luglio 1992 e indica altri corresponsabili della strage di via d'Amelio. Caltanissetta crede a Scarantino, Palermo no. Il pm Alfonso Sabella lo interroga su alcuni fatti di sangue verificatisi nel capoluogo siciliano, ma le sue dichiarazioni vengono giudicate inattendibili. Perplessità che condivide con Ilda Boccassini, applicata a Caltanissetta.

Scarantino ritratta spesso, e le sue deposizioni non collimano con quelle di altri pentiti come Salvatore Cancemi, che lo bolla come "estraneo a Cosa Nostra". Ci sarebbe di che riflettere, ma il processo per la strage del 19 luglio inizia davanti alla Corte d'Assise si Caltanissetta: è l'ottobre del 1994.

Nel luglio del 1995 la parlamentare Tiziana Maiolo (Forza Italia) rende pubblica una lettera della moglie di Scarantino (Rosalia Basile) inviata a Silvia Tortora, figlia di Enzo. Nel testo le accuse contro un funzionario di Polizia che avrebbe ripetutamente minacciato Scarantino. Pochi giorni dopo Silvia Tortora rivela che il funzionario in questione sarebbe Arnaldo La Barbera.  Nel successivo mese di ottobre la signora Scarantino, che nel frattempo è uscita dal programma di protezione destinato ai familiari dei collaboratori di giustizia (cambierà idea un anno più tardi), consegna un esposto alla Procura di Palermo sulle presunte sevizie subite dal marito. Nel gennaio 1996 la Basile verrà intervistata anche dal Fatto di Enzo Biagi.

Il 27 gennaio arriva la prima sentenza: Orofino, Profeta e Scotto vengono condannati all'ergastolo per la strage di via d'Amelio, 18 anni per Scarantino. Nel mese di ottobre inizia il secondo processo, quello che vede alla sbarra 18 imputati tra mandati ed esecutori materiali. Durante tutto il 1997 Scarantino chiede alla Procura di Caltanissetta e alla Dna (Direzione Nazionale Antimafia), di interrompere la collaborazione: vuole essere condotto in carcere....

(Continua)
La seconda parte dell'articolo sul depistaggio sarà pubblicata DOMENICA 12 MAGGIO.

Claudio Forleo (www.it.ibtimes.com, 10 maggio 2013)



Leggi anche: I 57 giorni di Paolo Borsellino

Da Lima a via d'Amelio, inizia la prima trattativa

Quando tutto ebbe inizio: il maxiprocesso e i veleni sul pool antimafia


Read more: http://it.ibtimes.com/articles/48319/20130510/agenda-rossa-borsellino-arcangioli-ayala-depistaggio-via-damelio-scarantino-spatuzza.htm#ixzz2SyrWipuc

 






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