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Fondi del Viminale nascosti in Svizzera. Indagato l'ex vice capo dei servizi La Motta PDF Stampa E-mail
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Scritto da Fiorenza Sarzanini   
Sabato 11 Maggio 2013 21:38
di Fiorenza Sarzanini - 11 maggio 2013

ROMA - Dieci milioni di euro sottratti dalle casse del Viminale. Soldi del Fec, il Fondo per gli edifici del culto, che sarebbero stati investiti in una finanziaria svizzera e poi spariti. Dopo le indagini sull'Ufficio Logistico e gli appalti assegnati soltanto alle ditte «amiche», c'è una nuova inchiesta sulla gestione del denaro gestito dal ministero dell'Interno che rischia di avere sviluppi clamorosi. Perché coinvolge il prefetto Francesco La Motta, fino a qualche mese fa vicedirettore vicario dell'Aise, il servizio segreto civile. L'alto funzionario è in pensione, ma continua ad avere un incarico di consulenza con la struttura di intelligence e nei giorni scorsi i carabinieri del Ros hanno perquisito la sua abitazione e il suo ufficio all'interno della sede centrale in via Lanza. Le accuse contestate dal pubblico ministero Paolo Ielo sono corruzione e peculato.

Il nome di La Motta emerge qualche mese fa in un'indagine per riciclaggio aperta dalla Procura di Napoli sul clan Polverino. Ascoltando alcune conversazioni tra gli affiliati, i magistrati scoprono legami tra il prefetto e alcuni uomini legati ai boss. Ma soprattutto afferrano la traccia che porta ai soldi che avrebbe sottratto dalle casse dello Stato. Gli contestano l'aggravante di aver favorito i camorristi, poi decidono di trasmettere per competenza una parte del fascicolo ai colleghi della Capitale.
La Motta è stato direttore centrale del Fec dal 2003 al 2006, poi è passato ai servizi segreti. Secondo quanto risulta dal sito del ministero, obiettivo del Fondo è quello di «assicurare la tutela e la valorizzazione, la conservazione e il restauro dei beni di proprietà, costituiti per la maggior parte da edifici sacri (oltre settecentocinquanta) spesso di grande interesse storico-artistico, ma anche dalle opere d'arte e dagli arredi in essi custoditi, da immobili produttivi di rendite, da aree boschive e da un fondo librario antico». Una missione che il prefetto non deve aver rispettato, se è vero che tutti i soldi che avrebbe dovuto gestire sono stati trasferiti in Svizzera. E qui c'è la prima stranezza. Secondo le verifiche effettuate dagli investigatori dell'Arma, al ministero erano stati informati di questa scelta di trasferire una parte del denaro all'estero. Come è possibile che sia stato autorizzato? E soprattutto da chi?

La richiesta di rogatoria è già stata presentata alle autorità elvetiche e la relazione attesa nei prossimi giorni potrebbe già fornire alcune risposte. Il resto potrebbe emergere dai documenti sequestrati a casa e nell'ufficio di La Motta, ma anche dall'esposto che gli stessi responsabili degli uffici ministeriali avevano presentato qualche mese fa. Nella denuncia si parla della sparizione dei fondi a disposizione del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione. La «perdita» viene quantificata in dieci milioni di euro e si sollecitano verifiche sul percorso fatto dal denaro dal 2005 a oggi. Anche tenendo conto degli incarichi di altissimo livello ricoperti da La Motta negli ultimi anni. Dopo aver lasciato il Viminale, nel 2006 il prefetto è infatti diventato vicecapo vicario al Sisde e ha mantenuto lo stesso incarico dopo la riforma dei servizi segreti. È «gentiluomo di Sua Santità». Il suo nome era già comparso nelle indagini napoletane sulla cosiddetta P4 per alcuni contatti con Luigi Bisignani durante i quali il prefetto usava lo pseudonimo di «Imperia».
La contestazione di corruzione si riferisce invece ad alcuni vantaggi personali, anche economici, che La Motta avrebbe ottenuto durante la gestione degli edifici di culto. Ma la decisione di sottoporlo a perquisizione mira a scoprire se possa aver compiuto illeciti anche durante la sua permanenza al vertice dell'intelligence .

Fiorenza Sarzanini (Il Corriere della Sera, 11 maggio 2013)









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