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Sequestrato il patrimonio degli eredi Brancato. Meglio tardi che mai PDF Stampa E-mail
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Scritto da Adriana Stazio   
Sabato 25 Maggio 2013 16:24
di Adriana Stazio - 23 maggio 2013

Massimo Ciancimino lo aveva denunciato in tutte le sedi possibili dal 2008. Lo aveva raccontato ai magistrati che lo interrogavano sulla trattativa Stato-mafia, ai magistrati di Catania, nel suo processo in appello (nonostante le limitazioni imposte dalla scelta del rito abbreviato), nel suo libro, nelle interviste. Eppure le sue denunce sembravano essere rimaste senza esito.

Oggi ci siamo. Finalmente un maxi sequestro dà ragione al supertestimone della trattativa Stato-mafia.

Stamattina la Guardia di Finanza di Palermo ha posto sotto sequestro un patrimonio del valore complessivo di 48 milioni di euro appartenente agli eredi di Ezio Brancato, la vedova Maria D’Anna e le figlie Monia e Antonella. Il provvedimento, disposto dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo su richiesta della Procura, scaturisce da un’indagine condotta dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Palermo, coordinata dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dal sostituto procuratore Dario Scaletta.

Le indagini riguardano appunto la società Gas s.p.a. poi venduta agli spagnoli della Gas Natural nel 2004 e, spiega la G.d.F., ''hanno svelato le infiltrazioni di Cosa Nostra e dei suoi leader storici, fra cui Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Matteo Messina Denaro, negli affari delle società di un gruppo imprenditoriale [la Gas s.p.a. appunto n.d.r.] che ha curato, a cavallo fra gli anni '80 e '90, la metanizzazione di intere aree del territorio siciliano''. Precisano ancora le Fiamme Gialle: ''Ingenti risorse investite in un business che si è presto sviluppato grazie alla protezione di Cosa Nostra e ad appoggi politici - in particolare dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino - arrivando ad ottenere ben 72 concessioni per la metanizzazione di Comuni della Sicilia e dell'Abruzzo, i cui lavori sono stati in più occasioni affidati in subappalto ad imprese direttamente riconducibili alla criminalità organizzata''.

La società Gas nasce agli inizi degli anni ’80 ad opera di Ezio Brancato, funzionario regionale, morto nel 2000. Il capitale della società era costituito da denaro pubblico. Al suo interno si erano formati due gruppi, uno facente capo a Brancato, legato alla DC, e l’altro al prof. Lapis, socialdemocratico. Vito Ciancimino non era l’unico politico a detenere quote occulte nella società, ma ebbe sicuramente un ruolo importante nell’assicurarne la crescita per i suoi rapporti con Bernardo Provenzano che le davano la forza di operare. Ma chi ha gestito la società per oltre venti anni è stato Ezio Brancato e poi le sue eredi. Mentre il prof. Lapis si occupava dei rapporti coi politici, loro gestivano tutti gli appalti e i subappalti.

Oggi leggiamo che le indagini si basano sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Brusca e Giuffrè e sui pizzini sequestrati. Proprio i pizzini di Giuffré e poi le sue dichiarazioni avevano fatto partire l’inchiesta nel 2004. Eppure poi la stessa indagine aveva preso uno strano indirizzo, vie contorte, difficili da spiegare: il ruolo dei Brancato è rimasto completamente inesplorato, mentre si è colpito solo il gruppo Lapis attribuendone peraltro tutta la reale proprietà a Vito Ciancimino e quindi agli eredi Ciancimino o meglio (cosa ancora più bislacca) ad uno solo dei figli, il minore tra i maschi, Massimo. Non si indaga sugli altri soci occulti, non si indaga nemmeno sugli altri soci palesi. In realtà non si indaga proprio sulla società Gas. E solo metà di essa viene sequestrata. Dei circa 120 milioni di euro ricavati dalla vendita della Gas agli spagnoli, si toccano solo i 60 milioni del gruppo Lapis. Perché, si dice, solo quelli erano i soldi di Vito Ciancimino. Mentre invece poi, Massimo Ciancimino ha dichiarato, dimostrandolo anche con documenti del padre, che in realtà la quota di don Vito si trovava nel gruppo Brancato (insieme a quelle di Salvo Lima, Pumilia e altri). Ci sono parecchie anomalie palesi che possiamo cogliere in quell’indagine e poi nella sentenza di condanna definitiva per Massimo Ciancimino, Gianni Lapis e l’avvocato Giorgio Ghiron confermata in Cassazione il 5 ottobre 2011. Secondo la stessa sentenza la società è cresciuta all’ombra di Bernardo Provenzano. Eppure non si indaga sulla società, ma il reato a cui si riduce il tutto è quello di riciclaggio di cui è accusato Massimo Ciancimino. Riciclaggio avvenuto investendo o spendendo le somme derivanti dalla vendita delle quote della società, dove il reato a monte non era una provenienza delittuosa dei soldi investiti (di fatto né Vito Ciancimino né gli altri soci avevano investito soldi, si trattava di soldi pubblici), ma l’intestazione fittizia di quelle quote a Gianni Lapis, nonché addirittura ai congiunti di don Vito. Eppure all’epoca, agli inizi degli anni ‘80, nemmeno c’era il reato di intestazione fittizia dei beni introdotto solo nel 1992.

Questo è quanto da anni ha denunciato Massimo Ciancimino: “Una società non può essere malata per metà: o lo è tutta o non lo è.”

E’ stata solo incapacità investigativa o c’è dell’altro dietro questo anomalo strabismo investigativo? Intanto bisogna sapere che nel 2000 Monia Brancato ha sposato Antonello Sciacchitano, il figlio del giudice palermitano Giusto Sciacchitano, già all’epoca alla Direzione Nazionale Antimafia (oggi a capo della DNA in attesa della nomina del successore di Grasso).  Al matrimonio, raccontano i ben informati, c’erano tutti i pezzi grossi della magistratura palermitana, il procuratore capo Piero Grasso, il procuratore generale Luigi Croce, nonché il procuratore Giuseppe Pignatone, vice di Piero Grasso. L’indagine sulla Gas fu affidata proprio a lui: a coordinarla furono due aggiunti, Giuseppe Pignatone e Sergio Lari, affiancati da tre sostituti, Michele Prestipino, Roberta Buzzolani e Lia Sava.

La storia dell’indagine si intreccia inevitabilmente con le vicende della trattativa Stato-mafia di cui Massimo Ciancimino era a conoscenza.
Il testimone ha raccontato ai magistrati di pressioni, minacce e blandizie, subite durante l’indagine per indurlo a non parlare e perfino ad assumere scelte processuali a lui svantaggiose, come quella del rito abbreviato. Ha assistito ad anomalie da parte degli inquirenti. Ha raccontato ai magistrati che lo ascoltavano di interi faldoni spariti dal processo, contenenti intercettazioni e documenti che avrebbero coinvolto nell’indagine uomini politici, Carlo Vizzini, Saverio Romano, Salvatore Cuffaro, Salvatore Cintola, ma anche documenti riguardanti Dell’Utri e Berlusconi. Tutti poi realmente trovati dai magistrati e da cui sono scaturite altre indagini. Ma oltre al suo racconto ci sono intercettazioni ambientali dell’epoca tra lui e il suo avvocato che dimostrano la genuinità delle sue accuse. Intercettazioni da lui stesso depositate agli atti del processo d’appello. Dunque i parenti di Giusto Sciacchitano non furono coinvolti nell’inchiesta, ma lo stesso magistrato sarebbe intervenuto direttamente sugli indagati, Massimo Ciancimino e Gianni Lapis, per garantirsi il silenzio con la promessa che le cose si sarebbero aggiustate. E qui ci intrecciamo con le vicende della trattativa. Perché c’era qualcun altro interessato al silenzio di Massimo Ciancimino: è nell’ambito di quella inchiesta che avviene la perquisizione nella casa all’Addaura il 17 febbraio 2005, in cui il papello viene preso e poi rimesso a posto e in cui altre carte sequestrate forse per sbaglio, spariscono fino a che non ne parla lo stesso Massimo Ciancimino ai nuovi inquirenti nel 2008. Contemporaneamente veniva perquisito l’appartamento di Lapis e lì per aprire la cassaforte usarono l’esplosivo. La perquisizione avvenne alla presenza dei pm Sava e Buzzolani, mentre a casa di Ciancimino andarono solo i carabinieri.

Il giovane Ciancimino non riesce a capire il senso di quell’indagine: perché proprio in quel momento? perché tante anomalie? Ne viene travolto, ma capisce che non si tratta solo dei soldi di suo padre e tanto meno della Gas. Capisce che ha che fare col tesoro delle conoscenze in merito alla trattativa, che vogliono assicurarsi il suo silenzio tenendolo in pugno con un’inchiesta giudiziaria. Capisce che c’è qualcosa di molto più grande di lui dietro, un intreccio di tanti poteri. Uomini inviati dal sig. Franco, come il sedicente capitano poi da lui stesso riconosciuto in foto, vanno a trovarlo quando è agli arresti domiciliari per rassicurarlo e intimargli di non parlare di certi argomenti, di trattativa, dei carabinieri, di Berlusconi. Massimo Ciancimino controbatte: “Ma hanno la lettera di minacce a Berlusconi, hanno la scheda sim con il numero del sig. Franco, se me lo chiedono?”. “Tranquillo, non te lo chiedono” rispondeva lapidario il capitano. E infatti nessuno mai gli chiese niente.

Oltre a tutte queste anomalie riguardanti l’indagine, Massimo Ciancimino aveva spiegato anche quanto a sua conoscenza su tutta la vicenda della Gas, consegnando anche documenti che facevano chiarezza sui tanti punti non toccati dall’indagine, le tangenti pagate ai politici, il ruolo dei Brancato. La società Gas è stata una mangiatoia a cui hanno attinto tanti in Sicilia, per questo fare chiarezza risulta così difficile, si è cercato di ridurre mediaticamente tutto alla sola presenza di Vito Ciancimino nella società, senza scoperchiare il vero pentolone che avrebbe forse coinvolto mezza classe dirigente siciliana. Ma almeno ora la strada sembra intrapresa.


Adriana Stazio





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