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Capaci 21 anni dopo. Intevista a Pippo Giordano, 'il sopravvissuto' alla strage PDF Stampa E-mail
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Scritto da Simona Mazza   
Sabato 25 Maggio 2013 16:42
di Simona Mazza  - 23 maggio 2013

A 21 di distanza dalla Strage di Capaci, l’attentato mafioso in cui il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, incontriamo il “Sopravvissuto”  Giuseppe “Pippo” Giordano.


L’ Ex ispettore della Dia, autore del libro “Il sopravvissuto” (Castelvecchi Editore – Prefazione di Antonio Ingroia), è stato un uomo di punta nella lotta a Cosa Nostra durante gli anni Ottanta. Nel suo lavoro, Pippo Giordano narra del rapporto quotidiano con la mafia:  Era presente con Paolo Borsellino il giorno dell’ultimo interrogatorio di Gaspare Mutolo; compagno di pattuglia di Lillo Zucchetto, ucciso all’inizio degli anni Ottanta; con Beppe Montana durante la ricerca di Michele Greco, detto “il Papa” nelle Madonie (pochi mesi prima del suo omicidio); presente con il vice questore aggiunto di Palermo, Ninni Cassarà (ucciso dalla mafia nel 1985 a 38 anni), noto per la famosa operazione “Pizza Connection” con Beppe Montana e le forze di polizia degli Stati Uniti; insieme a Giovanni Falcone durante gli anni bui della lotta alla mafia. Nel giorno del “ricordo” di Giovanni Falcone, rivolgiamo a Pippo Giordano qualche domanda:

 

Innanzitutto grazie per la testimonianza. Signor Giordano potrebbe citarci qualche passo del libro che le sta particolarmente a cuore e perché?
Gli episodi che conservo nel mio cuore sono tanti, ne voglio citare uno: “L’ora d’aria” che ho trascorso nel cortile del carcere di Rimini con Giovanni Falcone al termine di un suo interrogatorio di due mafiosi di Villabate.  Parlammo molto senza quasi parlare: i silenzi furono i nostri dialoghi. Poi, dopo poco fu assegnato al Ministero di Grazia e Giustizia.


Oggi è il giorno dalla commemorazione della strage di Capaci, ci racconta le sue impressioni su Falcone, qualche aneddoto o dubbio avanzato circa i misteriosi legami tra Istituzioni e Mafia?

Quel giorno a Palermo c’era una radiosa e stupenda domenica ed io dovevo recarmi alla caserma della Polizia di Stato Pietro Lungaro: dovevo congiungermi con Ninni Cassarà e Giovanni Falcone per interrogare un pentito. Io arrivai con la mia pattuglia, la Siena Monza 39, questo era il mio codice identificativo. Arrivai per primo e raggiunsi l’agente Aprile che custodiva il pentito. Subito dopo arrivò col suo Vespone Ninni Cassarà, teneva in mano un cabaret di cannoli siciliani, erano per il pentito. Non era la prima volta che Ninni lo faceva, del resto era ed è una tradizione palermitana di portare la domenica a casa o alle persone che si stimano “i cosi ruci” (dolci). Nel frattempo arrivò anche Giovanni Falcone e tutti e quattro ci recammo nella stanza per iniziare l’interrogatorio. Io mi posizionai accanto alla macchina da scrivere e iniziammo. Occorre dire che non amavo scrivere e in generale non amavo stare dietro una scrivania: mi sentivo pago quando svolgevo l’attività investigativa, come pedinamenti, intercettazioni o appostamenti. Falcone, dopo l’apertura del verbale, inizia con le domande solo che io non essendo veloce con le battute, perdevo tempo e allora ad un tratto, Giovanni Falcone si rivolge a Ninni Cassarà “ Ninni prendi il telefono a chiami i pompieri, Pippo tra poco farà bruciare la macchina da scrivere”. Naturalmente una sonora risata pervase la stanza. Ecco, chi eravamo, uomini che nonostante stessimo trattando brutalità atroci, riuscivamo a essere umani e distaccati.


Oggi a distanza di 21 anni è spuntato il video sul presunto ritrovamento dell’agenda rossa di Borsellino. Cosa si nasconde secondo te dietro la sparizione dell’agenda e soprattutto dietro le dichiarazioni contrastanti di Ayala?

L’Agenda Rossa era la Wikipedia privatissima di Paolo Borsellino. Ho scritto tante volte che l’Agenda Rossa non è stata rubata da un extracomunitario o da un alieno. Colui che materialmente ha profanato la borsa di Paolo Borsellino, per rubare l’Agenda, non era altro che un gregario che doveva portare a termine il disegno criminoso di altri al di sopra di lui. Ritengo che la causa del furto, debba essere ricercata nella necessità di sopprimere pensieri e annotazioni investigative di Borsellino. Ritengo, anche, che le annotazioni sull’Agenda potrebbero essere le cause che hanno originato i due attentati, ovvero Capaci e via d’Amelio. In buona sostanza, nel periodo antecedente le stragi, potrebbero essersi verificati “nuovi” elementi in ordine alle investigazioni prossime nei confronti non solo di Cosa nostra. A supporto di questa mia intuizione posso soltanto rimarcare la strana accelerazione della strage di via d’Amelio. L’anomalo arco temporale che divide le due stragi, non è un modus operandi di Cosa nostra.  Sulle dichiarazioni contrastanti o comunque dei tanti “non ricordo” di Ayala, non posso aggiungere un granché: non ho elementi per rispondere. Evidenzio, tuttavia, le tante versioni fornite che denotano una confusione d’insieme e aggiungo che mi appare davvero strano che un ex PM, abituato a trattare fatti delittuosi, dia diverse testimonianze.


Ayala afferma che la mafia da 18 anni non uccide. Si è davvero fermata e se sì, perché ?

Ayala evidentemente non è informato, perché gli omicidi di mafia in questi 18 anni ci sono, ahimè, stati.: anche recentemente non solo a Bagheria ma a Brancaccio, al Borgo Vecchio e a Santa Maria di Gesù.


Si è forse trasformata, perché si sono trasformati i suoi interessi o gode del silenzio/assenso di qualche forza politica o istituzionale cui fa comodo?

Premetto che essendo in pensione non conosco a fondo quelle che sono le dinamiche del mondo di Cosa nostra. Tuttavia, non mi stanco di dire che, proprio perché sono cresciuto a pane e mafia, la pax mafiosa è una necessità fisiologica affinché si possa ristrutturare l’assetto militare e non solo, di Cosa nostra. Oggi è silenziosa, direi quasi “scomparsa” ma “u rivugghio” (subbuglio) in atto lascia supporre quel mutamento che Cosa nostra è capace di fare. Del resto la storia passata è illuminante.


Che ruolo avrebbe ricoperto Arcangioli in tutto ciò?

Non sono in grado di poter dare una risposta sul ruolo di Arcangioli: non parlo mai di cose che non posso poi confutare con elementi di fatto.


Cosa aveva capito Falcone? Cosa aveva capito Borsellino?

A questa domanda in parte ho già risposto, ovvero che nei mesi prima delle stragi di Capaci e via d’Amelio, potrebbe essere successo qualcosa che allo stato non conosco e che comunque seguendo un filo logico, potrebbe essere facile scoprirlo.


Perché Agnese Borsellino temeva Subranni?

Temeva Subranni, perché il marito Paolo Borsellino le aveva confidato che Subranni era “punciuto”, ossia un uomo d’onore appartenente alla mafia.


Può esistere davvero una ragione di Stato tale da dover occultare certi segreti in nome di un bene superiore?

Sono fermamente contrario ai “segreti” di Stato, soprattutto quando questi segreti celano motivazioni riconducibili a stragi terroristiche e mafiose. E’ insensato e se vogliamo disumano nei confronti dei parenti delle vittime che chiedono verità e giustizia e che col pretesto del “segreto” vengano negate. No! Lo Stato dovrebbe aprire gli archivi per consentire quella trasparenza necessaria affinché possa essere uno Stato vicino ai bisogni di verità. Le verità negate, sono l’umiliazione dell’intelligenza.


La vediamo spesso in giro per le scuole a parlare di mafia e legalità. Crede che i giovani siano ricettivi o li reputa distanti dal problema?

Vado dai giovani per continuare la meravigliosa intuizione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Negli anni ottanta, quando egli era a Palermo, apprezzai con particolare interesse il suo parlare ai giovani. Oggi se ho avuto modo di parlare a circa 7000 ragazzi devo ringraziare la signora Agnese Borsellino: è stata lei che mi ha indirizzato nelle scuole e parlare con gli studenti. Sfatiamo la falsa nomea che i giovani sono insensibili su quello che accade nel mondo criminale mafioso. Anzi, direi il contrario. Sono testimone del loro impegno, della loro conoscenza sulle mafie e sono critici verso la politica in generale che nulla di concreto ha fatto e fa per combattere lo strapotere mafioso che oramai ha invaso tutto il territorio italiano. Parimenti, ho il dovere di ringraziare il Corpo insegnanti che con dedizione proiettano i ragazzi verso un domani senza condizionamenti mafiosi. In buona sostanza, ancora una volta la scuola con tutto il problema del precariato, fornisce ai ragazzi gli strumenti di conoscenza che la politica ondivaga e latitante, invero, non da.


Alcune frange delle Istituzioni e delle forze dell’ordine hanno avuto un ruolo abbastanza ambiguo in questi anni. L’esempio che hanno dato certi “servitori” dello Stato, secondo alcuni, non è dei migliori: Borsellino e Falcone temevano più i colleghi che la mafia, di conseguenza anche l’opinione pubblica ha accusato una certa diffidenza nei poteri che dovrebbero tutelare l’incolumità del cittadino. Lei che idea si è
fatto a tal proposito?
Uno dei crucci che attanagliava la mia mente, di Ninni Cassarà, Beppe Montana e Giovanni Falcone, era proprio la consapevolezza di essere traditi da coloro che ci stavano accanto. Alcune volte sono stati smascherati processati e condannati, altre volte pur essendo a conoscenza di specifici fatti, che vedevano dei miei “colleghi” al soldo di Cosa nostra, né io né Giovanni Falcone riuscimmo a raccogliere le prove per rinviarli a giudizio. Ecco, nei confronti di questi traditori esprimo la mia più ampia riprovazione. Per quanto riguarda il timore di Falcone e Borsellino d’essere traditi dal loro stesso ambiente, è cosa nota: potrei citare tanti episodi, dove si evince per intero il “tradimento” verso Falcone e Borsellino e se vogliamo verso l’Intera magistratura. Ed è evidente che i collusi con la mafia appartenenti alle Istituzioni creano sconcerto e diffidenza nell’opinione pubblica.


Alla lunga quali possono essere le conseguenze?

Le conseguenze sono le stragi e gli omicidi di coloro che nel rispetto del giuramento fatto innanzi alla Costituzione, hanno pagato un duro prezzo, Mentre nell’opinione pubblica s’instaura la convinzione che la mafia è imbattibile. Non è così! Se i signori politici smettano di aver rapporti con le mafie, se i signori politici smettano di fornire alle mafie la linfa per occupare tutto il Territorio nazionale, allora potremmo ridare fiducia al Popolo. Ma, ahimè così non è, basti leggere l’ultima proposta presentata dal PDL in materia di concorso esterno in associazione mafiosa, ossia si prevede un dimezzamento delle pene. Invero, siffatta specie di reato, dovrebbe contenere aggravanti, laddove a commetterlo siano uomini politici e delle Istituzioni. Però siamo in Italia, ove la casta è intoccabile: si veda la manfrina delle intercettazioni, sono anni che tentano di modificare le norme. Chissà perché?


Ingroia, e non è l’unico magistrato, è stato abbandonato dalle Istituzioni, attaccato, trasferito isolato. Poteva essere uno dei “nuovi eroi”?

Intanto, nel mio linguaggio non è in uso la parola “eroe” per nessuno con i quali ho condiviso la mia attività investigativa, Ingroia incluso. Ritengo che nessuno di noi si sentisse tale: eravamo consapevoli di fare un lavoro per la Giustizia, per lo Stato per la gente. E lo facevamo con tutte le nostre ansie e paure. Quindi lasciamo che l’unico “Eroe” di questo Paese sia Vittorio Mangano e dunque riconosciamo a Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi il copyright di tale riconoscenza.

Per quanto riguarda Antonio Ingroia, dico che nei suoi confronti si è scatenata una vera a propria campagna di legittimazione. E guarda che gli attacchi politici nei confronti del PM Ingroia, sono antecedenti alla sua decisione di candidarsi alle ultime elezioni politiche.  Del resto, Ingroia, così come Antonino Di Matteo, e i PM di Caltanissetta, ai quali vanno il mio riconoscimento per la tenacia e l’intelligenza investigativa dimostrata, andavano fermati: non avrebbero e non devono, secondo logica scoperchiare quella famosa pentola “cummugghiata” (coperta) da un pesante coperchio, altrimenti il coacervo d’interessi tra mafia e pezzi dello Stato verrà a galla.  L’accanimento verso Ingroia e le minacce di morte verso il PM Di Matteo e i PM nisseni Lari e Gozzo, tende appunto a impedire l’accertamento della verità. Ci sono processi in itinere, come quello sulla trattativa Stato-mafia, attenderemo l’esito.

Voglio chiudere con una mia citazione di qualche anno fa: “Il fuoco dell’inferno, spentosi con le stragi del 92, /93 lacerò tanti cuori e solo la verità potrà alleviare le sofferenze e rimarginare in parte le ferite, ma per favore non chiedetemi di dimenticare. NON POSSO! Ecco io non dimentico nulla, né traditori, né politici collusi con Cosa nostra, né i Magistrati di oggi e di ieri che con sacrificio, lasciati soli dalla politica rappresentano un faro per le persone oneste e infine non dimentico il sorriso dei martiri con i quali ho sognato un Paese, davvero libero dalle mafie. La mia idiosincrasia nei confronti di tutte le forze politiche ha raggiunto livelli insopportabili.

 

di Simona Mazza (www.inlibertà.it, 23 maggio 2013)













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