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Processo trattativa Stato-mafia: stragi e ragioni di Stato, imputati alla sbarra PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo   
Lunedì 27 Maggio 2013 21:47
di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 27 maggio 2013

Palermo. Per raccontare uno Stato che fugge agli insulti della gente comune basterebbe citare l’uscita di scena di Nicola Mancino dall’aula bunker del “Pagliarelli”. E’ da poco terminata la prima udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia, l’ex ministro dell’Interno si avvia scortato verso la sua macchina blindata mentre decine di attivisti delle “Agende Rosse” intonano il coro di “fuori la mafia dallo Stato! Fuori lo Stato dalla mafia!”. E’ un attimo e si sollevano altre voci che gridano “vergogna!”. In mezzo a questo popolo profondamente indignato una signora proveniente da Bergamo grida a Mancino che la verità è più forte di uno Stato “deviato”. A quella stessa signora, e ad una sua amica, poco prima hanno rubato il portafoglio sull’autobus che le portava all’aula bunker, ma la cosa non ha impedito loro di venire ugualmente all’udienza per manifestare tutto il loro sdegno verso colui che è stato indicato come “il terminale della trattativa”.

Dal canto suo Mancino recita la parte della vittima affermando di voler chiedere lo stralcio del processo in quanto avrebbe “sempre combattuto la mafia” e quindi non può stare “insieme alla mafia in un processo”. Una difesa decisamente paradossale per un ex ministro dell’Interno ritenuto dal Gip Morosini colpevole di una “grave e consapevole reticenza” in quanto ha palesemente mentito sui contatti “intrapresi dagli ufficiali del Ros con Vito Ciancimino”, sulle “lagnanze del ministro della Giustizia Martelli sull’operato dello stesso Ros che avvia contatti senza informare ufficialmente l’esecutivo e la magistratura”, e infine sulle motivazioni “che provocarono, nell’ambito della formazione del governo, processo-trattativa--pm-c-ansal’avvicendamento dell’onorevole Scotti nel ruolo di Ministro dell’Interno”. In aula la tensione è palpabile. Una folla di giornalisti e avvocati riempie ogni posto libero, in molti si precipitano a cercare sedie per accamparsi alla meglio. Entra la corte: presidente Alfredo Montalto, giudice a latere Stefania Brambille, con loro otto giudici popolari. In prima fila ci sono i pm del pool: Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi; accanto a loro c’è il procuratore Francesco Messineo. Qualche fila dietro è seduta la presidente della commissione antimafia europea, Sonia Alfano, oggi in veste di legale rappresentante dell’associazione nazionale vittime di mafia, già costituitasi parte civile. Anche la testimone di giustizia Valeria Grasso e la deputata M5s Giulia Sarti sono venute a presenziare. Oltre a Nicola Mancino in aula ci sono altri due imputati: l’ex generale Antonio Subranni e il figlio di Vito Ciancimino, Massimo. E’ decisamente grazie alle sue dichiarazioni - che hanno sortito una reazione a catena tra i vari “immemori di Stato” – se oggi ci si ritrova qui per fare luce sul patto scellerato tra Stato e mafia. Marcello Dell’Utri, Giuseppe De Donno e Mario Mori si sono guardati bene dal venire. In videoconferenza sono invece collegati i co-imputati: Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Giovanni Brusca. Nel frattempo alle dieci parti civili già ammesse si aggiungono le nuove richieste di costituzione di parte civile: il Comune e la Provincia di Firenze e la Regione Toscana, i  familiari dell'eurodeputato Salvo Lima, il comitato Addiopizzo, l'associazione dei familiari delle vittime della strage dei Georgofili, l'associazione Carlo Catena, l'associazione antiracket Libere Terre, l'associazione nazionale Testimoni di Giustizia, Libera, l'associazione antimafia Riferimenti, l'associazione nazionale Giuristi Democratici e il Comune di Campofelice di Roccella.  L’avvocato di Libera, Enza Rando, spiega come la verità sulla trattativa -  tutta la verità - sia dovuta innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia. Dal canto suo l’avv. Danilo Ammannato (che oltre al Comune di Firenze, Provincia e Regione Toscana, difende l’associazione tra i familiari vittime strage via dei Georgofili) ribadisce la lotta per la verità intrapresa vent’anni fa da Giovanna Maggiani Chelli, madre di Francesca, la fidanzata di Dario Capolicchio (il giovane di 22 anni morto agende-rosse-processo-c-italpressbruciato nella strage del 27 maggio 1993), rimasta anch’essa ferita gravemente nell’eccidio di Firenze. “Noi intendiamo dimostrare – dichiara l’avv. Fabio Repici nel depositare la domanda di costituzione di parte civile di Salvatore Borsellino – che una delle regioni della uccisione del magistrato Paolo Borsellino e dei poliziotti che il 19 luglio 1992 erano al suo fianco rientra proprio nella trattativa”. “L’imputato Mancino – sottolinea il legale – ha commesso il delitto di falsa testimonianza al fine di procurare l’impunità agli imputati di cui al capo A («l’esistenza, a partire dal 1992, di un articolato piano di attentati ordito dai vertici di Cosa Nostra per “ricattare lo Stato” e costringerlo a ridimensionare l’azione di repressione e contrasto alle organizzazioni mafiose, la cui realizzazione avrebbe avuto inizio con l’omicidio dell’eurodeputato Salvatore Lima per poi proseguire con la progettazione di omicidi e l’esecuzione di stragi. Secondo l’accusa, il proposito criminoso dei vertici della menzionata organizzazione mafiosa si sarebbe rafforzato in ragione della condotta tenuta da alcuni esponenti delle istituzioni preposte alla difesa della sicurezza interna e alla applicazione di misure repressive delle azioni criminali», ndr)”. Nel frattempo il procuratore aggiunto Vittorio Teresi preannuncia una nuova aggravante per lo stesso Mancino. Impossibile saperne di più. “Nella prossima udienza specificheremo le aggravanti per il senatore Mancino”, ribadisce in seguito il pm Antonino Di Matteo. Rinvio al 31 maggio. Fuori dall’aula la parte onesta dell’Italia si stringe attorno a Salvatore Borsellino. Sono venuti da diverse regioni per sostenere i magistrati del pool. “Lo Stato deviato non fermerà la verità” recita uno striscione affisso sulla recinzione del bunker, poco più in là ce n’è un altro in memoria di Agnese Borsellino. Ed è come se la sua pretesa di giustizia e verità camminasse sulle loro gambe.


Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo (AntimafiaDuemila)



 





Foto all'interno ©
Italpress e ANSA


FOTOGALLERY

Processo trattativa stato-mafia © Nunzio Sisto

Trattativa Stato-mafia, inizia il processo © palermo.repubblica.it

VIDEO Contestato Mancino dalle Agende Rosse







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