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Ass. Georgofili replica ad Arlacchi: 'Quasi sempre l'ansia nasconde un compito da assolvere' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giovanna Maggiani Chelli   
Mercoledì 29 Maggio 2013 21:58
di Giovanna Maggiani Chelli - 29 maggio 2013

Continuano le difese d’ufficio di Pino Arlacchi.
Non le capiremo mai!
Perché con grande tranquillità senza bava alla bocca l’esperto  di mafia non aspetta la sentenza del processo di Palermo Stato-Mafia e trattativa, come tutti noi?
Sarà una sentenza decennale, e va bene, gli eredi nostri e di Arlacchi ci saranno ancora.
Nel frattempo che succederà ? Noi avremmo cercato giustizia e il noto esperto di mafia continuerà a dire che la trattativa non ci fu?
Una cosa è certa: quasi sempre l’ansia nasconde un compito da assolvere.
Quello che abbiamo capito noi è che la coperta ormai è talmente corta che destra e sinistra hanno dovuto loro malgrado andare a governare insieme e forse Dio non voglia intrugliando sull’esito elettorale.
Due contrapposizioni politiche che fino a ieri si sono scannate ferocemente sulle stragi di’Italia collocandole sempre rigorosamente a destra e invece oggi sembrerebbe debbano unire le forze per coprire il movente per le stragi del 1993, perché questa volta non v’è dubbio, secondo la nostra opinione, la strage di via dei Georgofili è stata trasversale all’arco costituzionale.
Il movente della strage di via dei Georgofili deve essere necessariamente trasversale altrimenti non si capisce del perché emettere tante sentenze giornalistiche, con tanta insistenza, prima delle sentenze giudiziarie peraltro già in corso d’opera.

Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili





Perché non credo alla trattativa Stato-mafia

di Pino Arlacchi

Si è aperto a Palermo un processo inutile, basato su indizi deboli, prove e testimoni dubbi. Al suo centro c’è una cospirazione a tutto campo che non è mai esistita. Una vera trattativa tra i vertici dello Stato italiano e quelli di Cosa Nostra negli anni dal 1992 al 1994 non c’è mai stata. Per la semplice ragione che in quegli anni erano lo scontro e la complicità, e non il negoziato, a dominare i rapporti Stato-mafia, e per la ragione aggiuntiva che per la prima volta erano le forze della legalità che si avviavano a prevalere, forse definitivamente, sulla grande delinquenza organizzata. Lo scontro era esistenziale e senza margini di compromesso. Da un lato c’erano non solo la mafia, ma l’intera gamma dei poteri criminali italiani con le loro coperture nelle istituzioni. Tutti in allarme massimo. E dall’altro c’erano pezzi larghi dello Stato decisi a far prevalere la giustizia e la legalità senza sconti per nessuno.
Oscurare questi fatti e il loro contesto - l’Italia negli anni del crollo della Prima Repubblica, con l’ intera classe dirigente allo sbando sotto i colpi di Mani Pulite al Nord e dell’Antimafia al Sud – è irresponsabile. Ed altrettanto lo è l’elevazione di un episodio minore, quali i contatti privi di copertura politica tra alcuni carabinieri spregiudicati ed alcuni confidenti mafiosi, ad un negoziato complessivo tra i vertici dello Stato ed i Corleonesi per farli desistere dalla scelta stragista.
Solo in un paese confuso e dalla memoria corta si può celebrare l’anniversario di Capaci come il ricordo di una sconfitta. Falcone e Borsellino sono diventati due eroi generosi ma in fondo sprovveduti di fronte al Moloch occulto della trattativa. Due grandi personaggi alla Don Chisciotte, che non si rendevano conto dei veri termini della partita che stavano giocando.
La Procura di Palermo e le sue estensioni mediatiche hanno fatto tanto di quel chiasso su Ciancimino junior e il colonnello Mori da far apparire Falcone e Borsellino come due dilettanti allo sbaraglio che combattevano Cosa Nostra senza conoscere la sua vera potenza, cioè la mappa dei suoi complici annidati nei gangli più alti e delicati dello Stato. Loro combattevano mentre il resto dello Stato negoziava quasi davanti ai loro occhi. Siccome mi onoro di aver collaborato con loro, ho il dovere di ricordare alcune cose:
a) La conoscenza delle connessioni mafiose con i più alti livelli della politica italiana degli Anni 80 e dei primi Anni 90 da parte di F&B era pressochè perfetta. Tutti i dettagli della trafila che partiva da Palermo e raggiungeva Palazzo Chigi, i Servizi di sicurezza e la Cassazione erano noti a loro e ad una ristrettissima cerchia di loro collaboratori (non più di 2-3). Ma anche i nostri avversari sapevano che noi sapevamo. E l’intera storia di F&B si può considerare, perciò, come una lotta contro il tempo. Tutto consisteva in chi sarebbe arrivato prima.
b) Falcone sapeva fin dalla primavera del 1985 chi era il vero capo della mafia siciliana. So di fare una rivelazione e sono pronto a fornire tutti gli elementi. Glielo aveva detto Tommaso Buscetta, ma ciò rimase segreto fino al dopo-Capaci, quando Buscetta sciolse la riserva a parlare delle protezioni politiche di Cosa Nostra. Fu il suo tributo alla memoria del grande giudice, che consentì di far partire nel 1993 il processo contro Giulio Andreotti. Da Capaci in poi ci fu un’offensiva antimafia dello Stato, pienamente sostenuta dall’opinione pubblica, dalla società civile e perfino dalla Chiesa. All’inizio del 1994 questo attacco aveva messo in ginocchio non solo Cosa Nostra ma anche la ‘ndrangheta e la camorra. Non siamo riusciti a dare il colpo di grazia non perché ci fosse una trattativa in corso, ma per la svolta imprevista creata dal breve governo Berlusconi del 1994 e dalla mancanza di coraggio e di radicalità antimafia dei governi tecnici e di centrosinistra susseguitisi fino al 2001.
c) Una connection Scalfaro, Amato,Ciampi, Conso, Mancino - e giù per li rami fino a Di Maggio, Capriotti ed altri -da un lato, ed i vertici Corleonesi dall’altro via ROS, Mori eccetera, in grado di sostituire in pochi mesi il cerchio di ferro pluridecennale degli andreottiani sta solo nelle fantasie di chi vuol vendere copie a spese della verità. Ed a spese della reputazione di persone perbene mescolate e messe sotto accuse infamanti assieme a delinquenti. Sminuendo anche la grandezza del ruolo svolto da F&B con il maxiprocesso e tutto il resto.
d) Eravamo al corrente dei rapporti tra Ciancimino senior e il gruppo Mori. Ma non attribuivamo a questo fatto grande importanza. Stavamo percorrendo la strada maestra, il cui traguardo era mettere alla sbarra tutta la connection politica andreottiana. Un maxi-processo 2, sbocco naturale del primo e fine della partita con Cosa Nostra. Questo maxi-due poteva essere il processo Andreotti del 1993-2003. Se F&B fossero rimasti in vita o se i loro successori fossero stati all altezza di quella sfida.

di Pino Arlacchi (L'Unità, 29 maggio 2013)









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