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Nuove minacce a Di Matteo e niente misure speciali PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza   
Domenica 02 Giugno 2013 16:07
di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza - 2 giugno 2013

Tre messaggi anonimi con lo stesso avvertimento di morte - sempre più pressante - a Nino Di Matteo, un'inchiesta a Caltanissetta che promette interessanti sorprese, ma le misure di protezione per il magistrato di Palermo non riescono a raggiungere il livello 1: quello nel quale ricadono le massime cariche dello Stato e tutti quei soggetti sottoposti a 'straordinari pericoli' che li mettono a rischio 'imminente ed elevato'.
Eppure il triplice avvertimento lanciato al PM del processo sulla trattativa mafia-Stato annuncia esplicitamente un attentato a Palermo, diverso da quelli del '92, perchè il pericolo, stavolta, 'arriva da lontano'. E nell'ultima delle tre lettere, recapitata in procura solo qualche giorno fa, la sfida a Di Mattteo si fa ancora più diretta: 'Ti stai battendo onorevolmente contro un sistema più grande di te', scrive l'anonimo, ma 'è inutile che corri con le auto, tanto gli obiettivi sono sempre gli stessi'.
Ma non basta. Nonostante l'anonimo sia in grado di segnalare con precisione gli spostamenti quotidiani del PM, le misure di protezione sono sempre ferme al livello 2. 'No comment', taglia corto Di Matteo. Nessuno in procura vuole parlare, anche se la  preoccupazione, in primo luogo quella degli agenti di scorta, è palpabile. E anche la delusione. Dopo la riunione del Comitato per l'ordine e la sicurezza, il prefetto di Palermo Umberto Postiglione, infatti, aveva annunciato un dovuto potenziamento delle misure di sicurezza per Di Matteo: ma le forze già impiegate per tutelare il PM (due macchine blindate con cinque uomini armati, e una macchina per la bonifica) sono state rafforzate solo in parte, con altri due uomini armati e una terza macchina, non blindata, e dunque vulnerabile anche ad agguati con semplici pistole.
Non è stata ancora installata la zona rimozione sotto l'abitazione della madre del magistrato (omissione che risultò fatale in via D'Amelio), nè una telecamera nella stessa strada. Al punto che nei giorni scorsi Giorgio Bongiovanni, il direttore della rivista AntimafiaDuemila, proprio per testare la rete di protezione del magistrato, è andato a frugare dentro i tombini, senza essere minimamente ostacolato dalla vigilanza fissa, l'unica misura di sicurezza finora assegnata in quella zona. 'Quei tombini  - ha scritto Bongiovanni - sono piombati in modo insufficiente: chiunque può avvicinarsi ed infilarci un ordigno. E se al nostro posto ci fosse stato un commando mafioso che, una volta aperto il tombino, ci avesse infilato una bomba?'
Dalla Prefettura di Palermo nessun commento, e non si sa più nulla dello studio, commissionato oltre un mese fa dal Cosp (Centro Operativo Soccorso Pubblico), sulla possibilità di installare sulle auto blindate il jammer: un disturbatore di frequenza (già in uso in molti paesi europei in chiave anti-terrorismo) in grado di impedire i collegamenti via Gps, rendendo impossibili le esplosioni telecomandate. L'esistenza di questo dispositivo, a sentire Salvatore Borsellino (che dice di averlo saputo da 'una fonte qualificata'), era già nota a Giovanni Falcone che dopo l'attentato all'Addaura ne avrebbe fatto richiesta al Viminale, ricevendo un secco rifiuto, perché l'apparecchio poteva danneggiare i portatori di pacemaker. Anche Ayala, il 21 maggio scorso nel processo Borsellino-quater, ha parlato del jammer: 'Dopo l'uccisione di Borsellino - ha detto - si pensò di dotarmi di un'auto in grado di percepire l'esplosivo a distanza. Poi non se ne fece nulla perché si scoprì che interferiva con i pacemaker'.
Di fatto, il jammer non è mai stato preso in considerazione perché, oltre ad interferire con gli stimolatori cardiaci, manda in tilt i sistemi di allarme radiocomandati. Lo studio commissionato (e finora mai concluso) a Palermo serve proprio a valutare la possibilità di utilizzare un jammer dalla potenza attenuata: capace di bloccare gli ordigni esplosivi, senza interferire con i sistemi di uso civile lungo il tragitto delle blindate.
Da più fronti, intanto, arrivano segnali di 'disturbo' al processo sul dialogo Stato-mafia: dopo l'arresto di Massimo Ciancimino, negli ambienti giudiziari di Palermo si fa notare che, se fosse approvata, le proposta di Nitto Palma sullo stop ai processi nei quali il PM è sottoposto ad indagine disciplinare, potrebbe bloccare il processo sulla trattativa. Di Matteo, infatti, è sottoposto al procedimento avviato dal pg della Cassazione Gianfranco Ciani, per aver violato 'l'obbligo di riservatezza', confermando l'esistenza delle telefonate Mancino-Napolitano, già svelata da Panorama.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2013)













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