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'Qualcuno entrò in casa di papà Borsellino. E frugò' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Sandra Rizza   
Martedì 04 Giugno 2013 18:18
di Sandra Rizza  - 4 giugno 2013

Nei giorni successivi alla strage di via D’Amelio, qualcuno si introdusse nella casa al mare dove Paolo Borsellino trascorreva le vacanze, per frugare tra le carte del giudice appena ucciso. È quanto Lucia e Manfredi Borsellino, i figli del procuratore aggiunto di Palermo, hanno rivelato nei giorni scorsi ai pm di Caltanissetta che li hanno ascoltati per raccogliere la loro testimonianza su una serie di misteriosi movimenti registrati “nei luoghi di pertinenza” di Borsellino, nei momenti successivi all’esplosione dell’auto- bomba. Ora, dopo il giallo dei cassetti svuotati (rotti i sigilli, all’indomani della strage, l’ufficio del giudice risultò inspiegabilmente privo dei fascicoli più importanti), la procura di Sergio Lari è alle prese con l’ennesimo mistero legato all’esplosione del 19 luglio ‘92.
FRUGANDO nei ricordi, infatti, i due figli di Borsellino (Manfredi è commissario di Polizia, Lucia è assessore regionale alla Sanità) hanno ricostruito a Caltanissetta l’episodio che – già nell’immediatezza del fatto – avevano denunciato ai carabinieri: e cioè che qualcuno, poco dopo l’uccisione del padre, era entrato nella casa di Villagrazia di Carini, senza forzare né porta né finestre, non per rubare (non mancava nulla) ma con l’obiettivo evidente di “cercare qualcosa” che, come dice Manfredi, “poteva essere interessante”. Che cosa? La misteriosa incursione a Villagrazia, a quanto pare, è una novità per i pm di Caltanissetta che indagano sugli attentati del ‘92: non è chiaro, al momento, se all’epoca i carabinieri omisero di trasmettere la denuncia alla procura nissena, oppure se l’ ”ispezione’’ degli ignoti visitatori fu considerata – erroneamente – un evento poco significativo. L’unica cosa certa è che Lucia e Manfredi ricordano benissimo come, tornati nella casa al mare qualche tempo dopo la strage, notarono nello studiolo che era appartenuto al nonno (il presidente del Tribunale di Palermo Angelo Piraino Leto, padre di Agnese) una serie di oggetti spostati e disordinati.
“Papà – hanno detto i figli di Borsellino – non utilizzava quasi mai quella villetta per lavorare”. Perciò Manfredi, oggi, tende a escludere che a Villagrazia potessero esservi carte importanti: ma, evidentemente, gli intrusi non lo sapevano. Erano stati proprio Lucia e Manfredi a rivelare, un paio di settimane fa, che i cassetti di Borsellino, al secondo piano del palazzo di giustizia di Palermo, erano stati trovati “privi delle carte relative alle ultime inchieste”. I due ragazzi, che il 20 luglio ‘92 erano presenti all’inventario dell’ufficio, hanno spiegato di essere rimasti in quell’occasione molto turbati: “Era chiaro che qualcuno aveva messo le mani in quella stanza: non c’erano fascicoli, né interrogatori legati alle inchieste sulle quali papà lavorava”. Dichiarazioni rese a conferma di quanto la madre, Agnese Borsellino, il 15 marzo scorso, aveva già confidato al giornalista Sandro Ruotolo, chiedendogli però di non farne cenno. Solo dopo la scomparsa della donna, deceduta un mese fa, la vicenda dei “cassetti svuotati” è diventata di pubblico dominio. È STATO a quel punto che il procuratore Lari ha deciso di sentire i figli di Borsellino ancora una volta. Quello dell’agenda rossa, insomma, non è l’unico enigma che ruota attorno a via D’Amelio. E ora anche l’incursione nella casa al mare del giudice entra tra i nuovi temi da approfondire nel processo quater in corso a Caltanissetta.

Sandra Rizza (Il Fatto Quotidiano, 4 giugno 2013)











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