Delitto Caccia, l'appello dei figli: 'Troppi lati oscuri, chi sa parli'
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Delitto Caccia, l'appello dei figli: 'Troppi lati oscuri, chi sa parli' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Vera Schiavazzi   
Sabato 08 Giugno 2013 14:47
di Vera Schiavazzi - 7 giugno 2013

«L'ASSASSINIO di Bruno Caccia non è stato un gesto isolato, progettato in autonomia da un boss locale (l'unico condannato) e compiuto dalla mano di due sicari ancora oggi sconosciuti, ma è stato qualcosa di più complesso». A scriverlo, mentre in Sala Rossa si prepara per il 26 giugno una commemorazione in grande stile, la prima a Palazzo Civico, nel trentennale della morte del procuratore capo di Torino, sono i suoi tre figli, Guido, Paola e Cristina. Che proseguono: «Un delitto commesso non tanto e non solo perché Bruno Caccia era un magistrato integerrimo, quanto per tutelare concretamente gli enormi interessi che dal suo operato potevano essere messi a rischio. I cittadini hanno diritto di conoscere la verità su ciò cheè successo». La famiglia, insomma, chiede che la commemorazione non sia retorica ma apra, semmai, un «laboratorio della verità»: «Sono ancora molte le persone che potrebbero dare un apporto utile alla conoscenza dei fatti, ci auguriamo che qualcuno si faccia avanti e racconti ciò che sa».

E intanto è in arrivo anche un libro, scritto a due mani da Paola Bellone (già autrice di "Precari (fuori) legge", fortunato pamphlet sui giudici onorari) e da Sergio Leszczynski che annuncia «rivelazioni»: «Abbiamo parlato con tutti - dicono gli autori - dai magistrati ai ragazzi della malavita di allora e crediamo che dietro l'omicidio non possa esserci un singolo, giovane boss ma una più ampia convergenza di interessi che affonda le sue radici negli intrecci tra criminalità, politica e elementi della stessa magistratura di quegli anni. Le resistenze sono molte, è passato troppo tempo. Ma stiamo ancora lavorando su una testimonianza che speriamo fornisca alcuni dei tasselli mancanti». Quel 26 giugno di trent'anni fa, Caccia fu ucciso a colpi di pistola mentre era sotto casa con il suo cane, senza scorta nonostante le sue responsabilità e i processi dei quali era stato protagonista, primo fra tutti quello contro le Brigate Rosse, gliene imponessero costantemente una. L'unico condannato è Domenico Belfiore, allora trentenne, che in carcere si vanterà col suo "capo" Ciccio Miano, boss della criminalità catanese che in quegli anni spadroneggiava a Torino: «Per Caccia dovete dire grazie soltantoa me». Credibile o meno? Miano lo registra, i giudici si basano su quelle parole, la sentenza, alla fine, viene convalidata, mentre le parole di un pentito che in seguito prova a rivelare anche i nomi dei killer cadono nel nulla perché l'uomo si sbaglia e cita qualcuno che in quel momento si trovava in carcere. «Il nostro - chiarisce Cristina Caccia, giornalista della Stampa - è un appello generale, che tiene conto anche di molti elementi di consapevolezza arrivati da grandi processi italiani anche in tempi recentissimi. Mio padre non parlava mai del suo lavoro a casa, neppure con mia madre.

Anche in questi anni, dunque, abbiamo continuato a studiare questa storia, ricostruendo il suo operato. Siamo contenti della celebrazione che ci sarà in Comune, vorremmo anche che servisse a far emergere nuovi aspetti della verità».

E il Procuratore generale di Torino, Marcello Maddalena, il magistrato che forse più di ogni altro è stato vicino a Bruno Caccia, le fa eco a distanza: «In Piemonte e a Torino la figura di Caccia non è mai stata dimenticata. Anche nell'inchiesta, condotta a Milano, non sono state trascurate diverse piste, ma quello che è emerso e che è stato possibile provare è nella sentenza di condanna dell'unico imputato. È ovvio che un omicidio di quella gravità non può essere stato promosso e realizzato da una persona sola, ma è altrettanto vero che non è stato possibile identificare gli altri, i responsabili materiali del delitto, a causa di un vizio nella testimonianza».
Maddalena sarà, con la famiglia e col procuratore capo Gian Carlo Caselli, in Sala Rossa il 26 giugno.


Vera Schiavazzi (La Repubblica, 7 giugno 2013)








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